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La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini
3 giugno 1983: il funerale di Lorenzo Crosetto, costruttore torinese rapito dalla Anonima Sequestri
Articolo di Milo Julini
Pubblicato in data 03/06/2020

Questo scritto nasce dalla lettura dell’articolo dell’amico Ezio Marinoni dal titolo “L’antica Strada di Mongreno, a Torino”, apparso di recente su “Civico20News” che parla dell’attuale largo Casale, nella borgata Sassi, situato dove l’antica strada di San Mauro - oggi corso Casale - scavalcava il torrente con un ponte. Ponte e piazzale erano detti “di Barra” perché secondo la memoria popolare una “barra” del dazio delimitava il territorio di Torino da quello di San Mauro. Ancora oggi un bar-ristorante ricorda l’antico nome di “Ponte Barra”.

E proprio questo bar-ristorante, che appare nella foto scattata da Marinoni, è stato in passato la location del rapimento di Lorenzo Crosetto.

L’impresario torinese, di 61 anni, titolare di una ditta di lavori edili e autostradali con circa 70 dipendenti, viene prelevato con la forza verso le dieci e mezza della sera del 3 luglio 1981.

Quella sera Crosetto, abitudinario e amante di quella zona torinese ai piedi della collina di Superga dove tutti lo conoscono, come suo solito è seduto a un tavolo del bar e sta giocando a scopa con gli amici. Crosetto abita in via Borgofranco e la sua ditta ha sede in corso Casale. La moglie e i due figli sono andati in vacanza ma lui preferisce affrontare l’afa estiva nel suo amato borgo, in compagnia dei soliti amici del bar. Qui trascorre momenti di distensione, può accantonare i fastidi della salute e del lavoro. Fatica a riprendersi da un impegnativo intervento chirurgico per l’ulcera e soffre di prostata. Poco tempo prima è stato addirittura arrestato, e poi rilasciato, perché coinvolto nello scandalo sui petroli che ha interessato varie aziende piemontesi.

Crosetto non intende mutare la sua vita, non ama allontanarsi dalla sua zona dove si sente tranquillo. Tanto tranquillo da sottovalutare il problema dei sequestri di persona, al tempo di drammatica attualità. Subito dopo il suo rapimento viene calcolato che negli ultimi otto anni sono stati sequestrati da malfattori ben ventisei torinesi e tre di questi sono stati assassinati: Mario Ceretto (1975), Adriano Ruscalla (1976) e Francesco Stola (1978).

A quelli che gli chiedevano se non avesse paura dell’Anonima sequestri, Crosetto rispondeva: «Con tutta la gente che c’è a Torino non credo che vengano a prendere proprio me».

Invece alle dieci e mezza di quel 3 luglio 1981 una Fiat 128 bianca si ferma vicinissima all’ingresso. Mentre un complice rimane al volante col motore acceso, tre uomini col volto coperto, scendono, entrano nel bar, comunicano ai presenti che si tratta di una rapina, li fanno sdraiare a terra, sotto la minaccia delle pistole e del mitra che impugnano. Due si accostano, a grandi passi, al tavolo dove siede Crosetto, lo chiamano per nome e lo tirano per un braccio. Quando lui abbozza una reazione, lo colpiscono alla testa col calcio delle pistole e lo prendono a pugni.

Crosetto è trascinato fuori, ferito e sanguinante, e caricato sulla Fiat 128, che parte a tutta velocità in direzione della periferia cittadina. Prima di allontanarsi, i sequestratori esplodono un colpo in aria per intimorire i testimoni.

Parte l’allarme, polizia e carabinieri in pochi minuti circondano la zona. Poco dopo viene ritrovata la Fiat 128 usata per il rapimento, col sedile posteriore vistosamente macchiato di sangue.

Il rapimento inizialmente viene ricondotto al terrorismo politico. Si parla di Brigate Rosse.

Qualche tempo prima, su indicazione del pentito Patrizio Peci, è stato arrestato per banda armata un dipendente della ditta Crosetto: il geometra I*** C***, appartenente alla colonna torinese delle Brigate Rosse. Il geometra I*** C*** riferisce che le BR avevano ipotizzato il rapimento di Crosetto, per raccogliere denaro e per dare un avvertimento alla borghesia torinese. Telefonate minacciose sono giunte a casa dell’imprenditore.

Ma questo filone viene rapidamente abbandonato. Avanza l’ipotesi, che si rivela valida, dell’Anonima sequestri calabrese.

Il contatto con i sequestratori giunge pochi giorni dopo il sequestro. Chiedono tre miliardi di lire.

Dopo quaranta giorni di trattative, la famiglia concorda un riscatto di 672 milioni in contanti, tutto quello che hanno faticosamente racimolato nel difficile periodo.

All’inizio delle trattative, ai familiari è stata fornita una convincente prova delle condizioni di salute dell’ostaggio. Prima del pagamento, giunge una seconda, timida, prova. Il riscatto viene comunque consegnato in una valigetta gettata da un viadotto dell’autostrada Sestri Levante-Livorno.

Ma Crosetto non viene liberato.

Dopo una settimana dal pagamento, i familiari divulgano un appello per offrire una ricompensa a chi fornisca qualche utile indicazione. Per spiegare il mancato rilascio si ipotizza che l’Anonima voglia estorcere un secondo pagamento, oppure che ritardi il rilascio per poter prima smantellare i suoi covi. Ma è anche possibile che l’irreparabile si sia verificato.

Gli inquirenti comprendono, dopo un certo periodo, che non vi sono più speranza per Crosetto.

Come si giunge alla scoperta del suo cadavere?

Le indagini hanno avuto un favorevole impulso dopo il tentato sequestro dell’impresario edile Tommaso Arlotto, sventato il 16 dicembre 1982 a Torino, in via Châtillon 50, alla Barriera di Milano, dalla reazione della vittima e dal coraggioso intervento di un vicino di casa. Nella tarda serata del 26 gennaio 1983, in via Oropa, in Vanchiglietta, viene ucciso Carmelo M***, di 49 anni, importatore di legname in pensione, calabrese di ritorno da New York.

Questa uccisione, che scaturisce da lotte intestine, crea una spaccatura nella Anonima calabrese sapientemente sfruttata dagli inquirenti che risalgono alle famiglie calabresi accusate di avere organizzato ed eseguito, oltre a quello di Crosetto, altri tre sequestri a Torino tra il 1979 e il 1983.

Il 31 maggio 1983, Michele I***, pentito dell’Anonima e uno dei sequestratori, accompagna gli inquirenti tra Sessant e San Grato, due frazioni a un paio di chilometri da Asti, nella boscaglia di una zona nota come “casa delle streghe”. Qui Crosetto è stato portato subito dopo il sequestro e rinchiuso in una baracca di lamiera isolata che, in quella estate dal caldo particolarmente soffocante, è diventata un vero forno. Crosetto anche se robusto, ma già sofferente per vari disturbi, ha resistito alle durissime condizioni di prigionia fino al 14 agosto 1981, quando le sue forze sono venute meno ed è morto.

Alcuni bambini della zona, nelle loro scorribande nelle campagne hanno sentito i suoi lamenti. Ne hanno parlato con i genitori ma hanno ricevuto risposte ironiche perché la zona è nota come covo di streghe!

Il corpo di Crosetto è stato sepolto in una fossa profonda un metro e mezzo. L’identificazione non è immediata. Viene annunciata al 2 giugno su “La Stampa”.

Non ci dilunghiamo sui processi all’Anonima e sulle condanne dei suoi componenti: in rete queste informazioni sono numerose e aggiornate.

Preferiamo soffermarci sull’imponente funerale che si svolge nel pomeriggio di venerdì 3 giugno 1983 nella borgata Sassi dalla quale ha preso il via questo nostro ricordo di un doloroso episodio di cronaca torinese.

Partecipano circa tremila persone, la chiesa parrocchiale della Madonna del Rosario, in piazza Giovanni dalle Bande Nere - chiesa che Crosetto ha costruito e in parte finanziato - è stipata. Celebra monsignor Franco Peradotto.

Molto vasta la partecipazione dell’intera borgata di Sassi, dove locali e negozi tengono le serrande abbassate. Il corteo passa anche davanti al bar dove due anni prima è stato rapito.

“La Stampa” e “Stampa Sera” parlano di lutto sincero per un personaggio amato a Sassi, dove Crosetto è nato, è venuto su dal nulla e ha continuato ad abitare anche dopo il suo successo professionale, evidenziato dalle sue realizzazioni, la superstrada Torino-Caselle, il sottopasso del Lingotto, parte della tangenziale. A Sassi, Crosetto ha condotto una vita semplice con modesti divertimenti come cene in trattoria e partite alle bocce e alle carte. Così scrivono i giornali torinesi nel 1983.

A 37 anni di distanza, anche se non sono mancate e non mancano anche oggi voci critiche e opinioni sfavorevoli nei suoi confronti - come sempre succede nel “borgo natio” per le persone di successo - si può dire che Lorenzo Crosetto rappresenti un personaggio ormai entrato nella storia e nelle tradizioni della borgata Sassi.

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