APRI
IL
MENU'
Cultura
Il nobiluomo volante - Giulio Gavotti pioniere dei cieli
Di Alessandro Mella
Articolo di Milo Julini
Pubblicato in data 16/05/2022

«S'ode in cielo un sibilo di frombe, passa nel cielo un pallido avvoltoio, Giulio Gavotti porta le sue bombe».

(Gabriele D’Annunzio – Canzone della Diana)

 

Quando Wilbur ed Orville Wright effettuarono il loro primo celebre volo con una macchina più pesante dell’aria, difficilmente pensarono che quella loro singolare giornata avrebbe mutato, per sempre, la storia dell’umanità. E meno che mai che l’avrebbe fatto così in fretta ed in modo così incisivo.

Curiosamente l’Italia mostrò subito una vivace attenzione al tema ed il volo umano divenne presto oggetto dell’interesse di molti. Tra loro vi fu un uomo davvero geniale ed interessante.

Giulio Gavotti nacque a Genova il 17 ottobre 1882 in una nobile famiglia ligure, patrizi genovesi, ramo collaterale di una dinastia di marchesi. (1) Giovane brillante, fu avviato agli studi ingegneristici a Bologna dove si laureò nel 1906 per poi approfondire gli stessi studi a Liegi prima di accedere al corso allievi ufficiali nel 5° reggimento del Genio presso la Scuola di Torino. Nel gennaio del 1910 prese formalmente servizio come ufficiale ma nello stesso anno acquisì il brevetto da pilota di sferico e poi di aviatore sui velivoli Farman.

Il 1911 fu l’anno dei primi raid aereonautici nei quali, il giovane pilota, diede subito dimostrazione d’abilità e genialità con prestazioni veramente importanti per l’epoca:

Giovedì sera verso le 7 un aereoplano a circa mille metri d’altezza richiamò l’attenzione della nostra cittadinanza. Era il tenente Giulio Gavotti che partito dal Campo di Salussola aveva voluto fare omaggio alla nostra città (Biella nda) di un magnifico volo. E la cittadinanza gradì infinitamente l’omaggio, espressione di coraggio e di valore. (2)

Erano anni di grandi entusiasmi e l’aeroplano già era diventato un’icona dell’evoluzione tecnologica, cantata da Marinetti e dai futuristi, ed attirava l’interesse dei militari, degli avventurieri di ogni estrazione, ma anche della popolazione e dei semplici curiosi:

A Salussola-Aviazione si sono compiuti giovedì bellissimi voli militari. Il sotto-tenente Giulio Gavotti della brigata genio specialisti, montando apparecchi Etrik, è partito stamane dal campo di Somma Lombarda, alle ore 5,40: un’ora dopo cioè alle ore 6,40 giungeva felicemente al campo di aviazione di Salussola: ricevette un telegramma e ripartì quasi subito, cioè alle ore 7,50 per Casale Monferrato ove giunse circa un’ora dopo. (3)

Nel frattempo, tuttavia, la politica seguitava a fare il suo corso ed il governo di Giovanni Giolitti venne, in ultimo, allo scontro con l’Impero turco. Guerra che si andò a combattere per la sovranità sulla Cirenaica e la Tripolitania, regioni dell’odierna Libia. Il Regio Esercito Italiano non esitò a sostenere il pionierismo aeronautico e, primo al mondo, impiegò concretamente i propri velivoli per scopi bellici.

Uscendo dallo schema e dalla logica del volo militare finalizzato all’osservazione, rilevamento e trasmissione dei dati e della posizione del nemico, Gavotti comprese pienamente come l’aereo fosse destinato a fare molto di più. E tutto mutò, per sempre, quando la sua iniziativa fece acquisire all’Italia un altro primato mondiale, invero forse discutibile, e cioè quello del primo bombardamento militare della storia. Alzatosi in volo il 1° novembre 1911 alla guida di un Etrich Taube di produzione austriaca, egli lanciò alcune Bombe Cipelli sui bivacchi turchi di Ain Zara e nei pressi di Tripoli. (4) Ne scrisse al padre in questi termini:

Ho deciso di tentare oggi di lanciare delle bombe dall'aeroplano. È la prima volta che si tenta una cosa di questo genere e se riesco sarò contento di essere il primo. Appena è chiaro sono nel campo. Faccio uscire il mio apparecchio. Vicino al seggiolino ho inchiodato una cassettina di cuoio; la fascio internamente di ovatta e vi adagio sopra le bombe con precauzione.

Queste bombette sono sferiche e pesano circa un chilo e mezzo. Nella cassetta ne ho tre; l'altra la metto nella tasca della giubba di cuoio. In un'altra tasca ho una piccola scatoletta di cartone con entro quattro detonatori al fulminato di mercurio.

 Parto felicemente e mi dirigo subito verso il mare. Arrivo fin sopra la “Sicilia” ancorata a ovest di Tripoli dirimpetto all'oasi di Gurgi poi torno indietro passo sopra la “Brin”, la “Saint Bon” la “Filiberto” sui piroscafi ancorati in rada.

Quando ho raggiunto 700 metri mi dirigo verso l'interno. Oltrepasso la linea dei nostri avamposti situata sul limitare dell'oasi e mi inoltro sul deserto in direzione di Ain Zara altra piccola oasi dove avevo visto nei giorni precedenti gli accampamenti nemici (circa 2000 uomini).

Dopo non molto tempo scorgo perfettamente la massa scura dell'oasi che si avvicina rapidamente. Con una mano tengo il volante, coll'altra sciolgo il corregile che tien chiuso il coperchio della scatola; estraggo una bomba la poso sulle ginocchia. Cambio mano al volante e con quella libera estraggo un detonatore dalla scatoletta e lo metto in bocca. Richiudo la scatoletta; metto il detonatore nella bomba e guardo abbasso. Sono pronto.

Circa un chilometro mi separa dall'oasi. Già vedo perfettamente le tende arabe. Vedo due accampamenti vicino a una casa quadrata bianca uno di circa 200 uomini e, l'altro di circa 50.

Poco prima di esservi sopra afferro la bomba colla mano destra; coi denti strappo la chiavetta di sicurezza e butto la bomba fuori dall'ala. Riesco a seguirla coll'occhio per pochi secondi poi scompare. Dopo un momento vedo proprio in mezzo al piccolo attendamento una nuvoletta scura. Io veramente avevo mirato il grande ma sono stato fortunato lo stesso; ho colpito giusto.

Ripasso parecchie volte e lancio altre due bombe di cui però non riesco a constatare l'effetto.

Me ne rimane una ancora che lancio più tardi sull'oasi stessa di Tripoli. Scendo molto contento del risultato ottenuto. Vado subito alla divisione a riferire e poi dal Governatore gen. Caneva.

Tutti si dimostrano assai soddisfatti.

Dell’azione fu dato un ampio resoconto da tutti i giornali del tempo, dai più grandi ai più piccoli, scatenando un incredibile entusiasmo:

Il tenente Gavotti aveva fatto trasportare ed issare a bordo del suo Elrich un involto di apparenza misteriosa. Poi, dopo le solite ultime prove del motore, partì velocemente ed in breve si profilò nel cielo di una estrema chiarezza. Poco dopo la partenza del Gavotti si innalzarono a volo anche il capitano Moizo, il capitano Piazza ed il tenente Rossi (…).

Dopo mezz’ora della partenza si vide apparire di ritorno l’Etrich del Gavotti che scese con fantastica velocità con un volo librato. Il tenente Gavotti saltato a terra appariva raggiante e rispondeva con visibile soddisfazione alle strette di mano dei colleghi.

Più tardi lo stesso Gavotti narrò l’esito della sua impresa. Egli dopo aver esplorato con rapida corsa le dune sabbiose che si stendono oltre i palmizi, si era spinto verso sud-est e dopo otto minuti di volo era arrivato sul campo nel quale si sono ridotti i turchi e parte dei loro sussidiari arabi, nell’oasi di Ain-Zara.

L’accampamento delle truppe turche era circondalo di piccole trincee e poche tende erette per ospitare gli ufficiali ed i capi; poche centinaia di uomini bivaccavano sotto i radi palmizi tra fasci di fucili; pochi capi di bestiame, frutto di recenti razzie, pascolavano presso un pozzo.

L'avvicinarsi dell'areoplano fu segnalato da alte grida, i turchi avevano dato ad intendere agli arabi che i nostri areoplani erano Genii alati che Allah manda da Costantinopoli per confortare i difensori della bandiera deh profeta.

Gli arabi dapprima hanno creduto alla geniale, spiritosa invenzione, ma da oggi, aggiunse il tenente Gavotti, ai giornalisti, non ci crederanno più!  «Quando giunsi presso l’accampamento, mi innalzai così da portarmi fuori dal tiro di possibili fucilate, poi iniziai una serie di giri concentrici sull'oasi. L’apparecchio funzionava perfettamente. Allentai alquanto la velocità, e quando mi parve di essere proprio sopra il centro dell’accampamento lasciai cadere una granata.

Il fragore dello scoppio e l’eco confusa di grida feroci giunse fino a fino a me. Ritornai altre volte sull’oasi e lanciai altre granate che gettarono nel maggior scompiglio il campo ottomano. Vidi fuggire delle torme di soldati per ogni direzione come impazziti…. Fuggivano specialmente verso le prossime cave di pietra a cercare rifugio dall’improvviso bombardamento celeste. Gettai altre granate contro uno stormo di fuggiaschi. Anche gli armenti si dispersero…».

La notizia dell'ardita e riuscitissima esplorazione del tenente Gavotti, resa nota alle truppe con un ordine del giorno emanato dal comandante, ha destato vivissimo entusiasmo tra le truppe.

La notizia ha poi fatto il giro del mondo ed ha riempito il mondo di ammirazione.

Il tenente Gavotti, ingegnere, nobile, ricco, è tenente di complemento: egli fa l’aviatore per passione e il soldato per un sentimento di patriottismo più unico che raro. Alla difesa della patria egli dà la borsa e l’anima sua. Speriamo che non debba dare anche la vita! (5)

Anche le più piccole testate locali vollero dare, seppur in breve nei loro scarni resoconti dedicati alla guerra in corso, testimonianza del fatto straordinario:

1 — Una batteria turca spara dalla collina di Henni su Tripoli, senza risultato alcuno. — I nostri aviatori militari compiono evoluzioni sul nemico; uno anzi, il tenente Gavotti, riesce a lanciare con pieno successo quattro bombe su un accampamento. (6)

Giovedì 2. — Il tenente Gavotti, vola sul campo nemico e vi lascia cadere quattro bombe che apportano lo scompiglio e la distruzione. L’artiglieria turca tentò di attaccare i nostri avamposti, ma è smontata da colpi ben diretti dalla R. Nave Carlo Alberto. (7)

1° novembre. — Il tenente Gavotti getta dall’areoplano quattro bombe sull’accampamento nemico nei dintorni di Tripoli. (8)

Dopo poco tempo il nostro Gavotti si coprì di gloria anche a Gargaresch e le sue azioni pionieristiche gli valsero la concessione della medaglia d’argento al valore militare:

Durante la campagna, con numerose esplorazioni in aeroplano e malgrado l’evidente e continuo pericolo di vita, seppe rendere utilissimi servizi ai vari comandi, specialmente nel combattimento di Gargaresch del 18 gennaio 1912 durante il quale, atterrando e ripartendo due volte sul campo stesso di battaglia, riuscì a dare informazioni precise al comandante delle truppe. Tripoli, 1911-1912. (9)

Terminato il conflitto, Gavotti rientrò a Torino per dedicarsi all’insegnamento agli ufficiali aspiranti piloti e dedicandosi alla formazione ed ai collaudi fino al 1917 quando venne trasferito a Genova alla locale sezione della Direzione Tecnica dell’Aviazione Militare.

Con la nascita della Regia Aereonautica, nel 1923, fu promosso maggiore del Genio Aeronautico. Qui seguitò a fare una brillante carriera che gli valse la stima e la fiducia del ministro Italo Balbo il quale, poi, lo volle come sopraintendente tecnico della società Aero Espresso Italiana impegnata a fornire i collegamenti tra il Regno d’Italia e la Turchia. Il suo impegno nel mondo aereo civile, nel 1929 passò come amministratore delegato alla Società Aerea Mediterranea e poi al consiglio di amministrazione dell’Ala Littoria divenendone successivamente suo ispettore generale, ne imposero la formale messa in congedo dalle forze armate che andò a lasciare con il grado di colonnello.

Tutto sembrava andare molto bene nella sua vita, piena di avventure ed onori, ma il destino volle giocargli un drammatico e fatale scherzo alla giovane età di 57 anni mentre si trovava nella capitale:

Roma, 6 ottobre, Questa mattina, còlto da malore, l'ingegnere Giulio Gavotti è stato trasportato in una clinica dove è giunto cadavere, Nato a Genova sessant’anni fa da nobile famiglia ligure, pioniere dell'aviazione, aveva preso il brevetto su aeroplano «Farman» il 3 dicembre 1910 da pilota di sferico che era, appartenendo a questo, gruppo di specialisti del genio creato e diretto dal senatore generale Morris, allora maggior generale.

Dopo prove abilissime di voli su Roma ed in circuiti aperti che allora costituivano audacia stupefacente, fece parte del corpo di spedizione a Tripoli dove, primo nel mondo, gettò bombe sul nemico. Poi sempre sull'oasi di Tripoli tanto Gavotti che Piazza hanno compiuto il primo volo notturno al chiarore della luna. Sul finire dell’anno 1911 egli lanciava proclami sopra località nemiche e sugli accampamenti degli arabi.

Attualmente apparteneva, come ispettore, all'Ala Littoria (…). (10)

Al suo funerale giunsero decine di autorità civili e militare ed il cordoglio fu unanime e nazionale. Con la sua morte si spense, infatti, un uomo lungimirante che non ebbe modo, però, di scoprire come la sua impresa avesse poi ispirato i drammi dei bombardamenti della guerra già in corso secondo le celeberrime teorie di Giulio Douhet.

Di lui rimasero, tuttavia, le narrazioni epiche ed i versi che il più celebre “poeta combattente” della storia volle dedicargli:

[...] e tu Gavotti, dal tuo lieve spalto

chinato nel pericolo dei venti

sul nemico che ignora il nuovo assalto!

Poi come il tessitor lancia la spola

o come il frombolier lancia la fromba

(gli attoniti la grande ala sorvola)

Anche la Morte or ha le sue sementi.

La bisogna con una mano sola

Tratti, e strappi la molla con i denti.

Di su l'ala tu scagli la tua bomba

alla subita strage; e par che t'arda

Il cuor vivo nel filo della romba....

Immortalato dai versi aulici della Canzone della Diana di Gabriele D’Annunzio, Gavotti sopravvive con la sua storia leggendaria che ancora oggi raccoglie la curiosità degli appassionati e degli storici. Pioniere del volo e dei cieli come egli seppe essere.

Alessandro Mella

NOTE

1) Annuario della Nobiltà Italiana, Edizione XXXIII, Tomo I, Andrea Borella a cura di, p. 2350.

2) Gazzetta di Biella, 2, Anno LXVI, 19 agosto 1911, p. 2.

3) La Tribuna Biellese, 69, Anno XXI, 27 agosto 1911, p. 1.

4) Il tenente Gavotti aveva recato seco quattro bombe di acciaio poco più grosse di un arancio, cariche di pierite che scoppiano all’urto. Costruite alla Spezia sono un’invenzione del tenente di marina Cipelli che morì tre anni fa caricandone una. Hanno un’azione micidiale terribile. Il Gavotti, con coraggio eccezionale, con una mano sola e coi denti (l’altra mano reggeva il volante) innestò il fulminante e strappò la molla delle bombe, poi le lanciò in mezzo al campo. (La Domenica del Corriere, 46, Anno XII, 19 novembre 1911, p. 7).

5) Gazzetta di Biella, 88, Anno II, 4 novembre 1911, p. 2.

6) La Vedetta, 89, Anno XXVI, 7 novembre 1911, p. 3.

7) Gazzetta d’Asti, 44, Anno XIII, 8 novembre 1911, p. 1.

8) La Tribuna Biellese, 90, Anno XXI, 9 novembre 1911, p. 1.

9) Archivio Istituto del Nastro Azzurro tra decorati al Valor Militare.

10) La Stampa, 238, Anno LXXIII, 7 ottobre 1939, p. 4.

COMMENTA L'ARTICOLO
Altre notizie di
Cultura