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Cultura
Jackson Pollock, la Pop Art e Woodstock furono strumenti della C.I.A.?
Nº5 del 1948 - Jackson Pollock - quotazione record: 140 milioni di dollari
Da ricerche dei primi anni 90, quando la guerra fredda pareva finita, e recenti conferme
Articolo di Carlo Mariano Sartoris
Pubblicato in data 19/05/2022

Nel corso della storia, tra giochi di potere e contrasti ideologici, laddove l’arte della politica ha fallito, la politica dell’arte, sovente ha fatto centro con effetti insospettati e sorprendenti.  

Ad esempio, non tutti sanno che nel corso della guerra fredda, a cavallo degli anni 50 e 60, Jackson Pollock, Robert Motherwell, Mark Rothko, e altri maestri dell’espressionismo astratto statunitense, furono sospinti e sovvenzionati dalla C.I.A. a loro insaputa.

È una notizia che non è mai stata confermata né dalla politica, né dalla critica dell’arte, però, maturi artisti italiani, custodi di segreti e di certe cose del mondo che ancora non amano condividere con tutti, in tempi non sospetti, già avevano lasciato trapelare questa e altre vicende degne di un romanzo di spionaggio.

Con il tramonto della guerra fredda, a partire dal 1991 alcune, sorprendenti realtà taciute, sono venute alla luce. Tra loro, sono decisamente interessanti i percorsi dell’arte astratta americana e altrettanto quello della pop Art incarnata da Andy Warhol; novità espressive osannate e descritte con tortuosi giri di parole atti a farne un fenomeno di costume, snob e sovrastimato, sia da un punto di vista economico che puramente artistico.

Il modernismo americano infatti, è diventato rapidamente un prodigio di linguaggio artistico più concettuale che percettivo, descritto con cervellotiche metafore interpretative e acclamato come la quarta dimensione della libertà artistica, mentre in realtà, i veri Maestri dell’arte astratta stanno sulle dita di una sola mano.

Peggy Guggenheim è stata quella figura che più si è impegnata per la diffusione tra le due sponde dell’Atlantico dell’espressionismo astratto americano, portando mostre ovunque. Un movimento che, nel dopoguerra ancora fumante, ha influenzato con la nuova arte made in USA, il Vecchio Continente, demolendo le radici secolari dell’arte europea e il suo senso della bellezza, ulteriore passo per un americanismo europeo tuttora in atto. Ma il complotto artistico era indirizzato ancor più verso est.

Oggi, notizie dal fronte dell’arte rendono il fenomeno più chiaro e leggibile, ma ancor prima è interessante constatare quanto la scelta di sponsorizzare la pazzia creativa di Jackson Pollock fu una scelta interna americana, dove si era indebolita la vecchia, colta borghesia, mentre decollava la classe dei nuovi ricchi scaturita dal conflitto mondiale. Una categoria priva di cultura classica, ben disposta verso un’arte nuova, precotta e stravagante, dove investire denari e sfoggiare arie di mondanità.

A quel tempo, l’eccentrica Peggy Guggenheim, con un investimento limitato su Jackson Pollock e il suo “dripping” fece la fortuna di se stessa e la fama del suo pupillo, senza sapere entrambi di essere maneggiati dalla C.I.A., insensibile a ogni valore artistico. Infatti, per la cultura capitalistica americana, priva di radici artistiche, il valore economico e la diffusione globale della nuova arte yankee, erano e rimangono le sole ragioni importanti; la bellezza, un particolare di secondaria rilevanza.

Ma non solo, oltre a un’impennata del valore di alcuni artisti e alla distruzione dell’arte europea, l’espressionismo astratto americano e la sua libertà di esprimersi nonostante fosse una scuola di artisti tendenti a sinistra, era un messaggio destinato ai creativi sovietici, sempre soggetti ai limiti imposti dalla severa critica russa e confinati in rigidi canoni ideologici comunisti. Un tarlo destinato a erodere gli artisti e gli intellettuali d’oltre cortina.

Voci molto ricorrenti da tempi non sospetti, ovviamente mai confermate, indicano la C.I.A. come artefice di molteplici complotti legati anche ai grandi concerti di musica rock degli anni 60, ai quali partecipavano centinaia di migliaia di giovani americani. Era il tempo della generazione hippy, una massa di controcultura USA sulla quale sperimentare gli effetti dell’LSD e di tutte le sostanze stupefacenti, distribuite liberamente durante i concerti. Le conseguenze furono devastanti, sia per i giovani, sia per gli artisti pop, complici e partecipi di un vasto fenomeno psichedelico satanista, sdoganato e controllato dai servizi segreti.

Quello legato ai grandi concerti pop anni 60 forse è stato un progetto occulto ancora più penetrante dell'espressionismo astratto, poiché, consentendo al movimento hippy di manifestarsi senza essere perseguito, la C.I.A. stava inviando un altro dispaccio agli artisti russi, storicamente schiacciati da una censura che impediva (e impedisce?) qualsiasi dissenso.

Infatti, quanto l'arte astratta, anche il tollerato dissenso musicale pop, rock e underground stava offrendo l’immagine di un’America in cui era possibile esprimere qualunque ideologia. Un esempio: il concerto di Woodstock nel 1969, dove per tre giorni 500.000 giovani poterono ascoltare memorabili pezzi che inneggiavano alla pace e all'amore, apertamente schierati contro la guerra nel Vietnam senza subire alcuna repressione, dove bastava 1$ per una pastiglia di LSD.

Frammenti non dichiarati di un un secondo sbarco americano in Europa, questa volta a base di film hollywoodiani, Coca-Cola e poi, musica rock e droga a buon mercato. Prodotti di largo consumo destinati a far cassa nel pianeta USA. Ma soprattutto si trattava di un altro sotterfugio di “libertà” artistica e sociale americana, indirizzato all’altro lato della cortina di ferro per minare alle fondamenta il modello sovietico che, intaccato da questa e molte altre direzioni, porterà al crollo dell’Urss nel 1991.

Segreti inconfessati di un conflitto tra est e ovest combattuto anche sul campo cerebrale. Misteri che riprendono quota in questo brutto momento di nuova guerra in Europa: da una parte l’ideologia Duginiana post sovietica che cerca proseliti in Occidente, dall’altra, Bono degli U2 canta nella metro di Kiev e la band Klaush Orchestra vince l’Eurovision. Corsi e ricorsi di guerra e filosofia, di squilli di tromba e suoni di campane. In mezzo, solo il lato peggiore della nostra razza, che anche quando viene il tempo di ammazzare, si distingue per fantasia nefasta e applicazione… a regola d’arte.

 

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