Gerard van Swieten: “Breve Descrizzione delle MALATTIE che regnano più comunemente nelle ARMATE, e del METODO di trattarle”

Un sorprendente e breve manuale sulle malattie degli eserciti settecenteschi e loro terapie alchemiche

La storia moderna ha fatto passi notevoli nella esplorazione degli eventi storici, analizzando gli stessi da diverse angolazioni culturali (ideologiche, filosofiche, economiche, politiche, tecnologiche, ecc.), trascurando tuttavia, nell’ ambito militare  e per tanti motivi di opportunità, gli aspetti che riguardavano la componente sanitaria e terapeutica.

Questo vuoto è facilmente comprensibile e principalmente imputabile alla scarsa produzione documentale in merito e al fatto che si è sempre considerato questo aspetto come componente minimale ed accessoria ad ogni evento in causa, considerato di valenza “maggiore”.

Inoltre c’ è da considerare che se da Napoleone Bonaparte in avanti l’evoluzione medico-chirurgico-terapeutica ha avuto notevoli progressi, degni di considerazione e di divulgazione, tutto questo, prima di questo periodo, non ha avuto una giusta dignità di diffusione, confermando il “vuoto” di cui sopra.

Tuttavia, se l’ eccezione conferma la regola, questa è da attribuire all’ interessante trattato “Breve Descrizzione delle MALATTIE che regnano più comunemente nelle ARMATE e del METODO di trattarle  -  VIENNA  . Appresso GIOVANNI TOMMASO TRATTNER, Stampatore e Libraio della Corte -  1759” che apre uno spaccato sulla medicina e sulle terapie di questo periodo.

Il breve trattato di cui sopra è opera del celebre medico olandese Gerard van Swieten (Leida, 7 maggio 1700 – Vienna, 18 giugno 1772) archiatra (primo medico di corte) di sua maestà l’imperatrice Maria Teresa nel 1745, ispettore generale dell’ insegnamento medico in Austria, fondatore della scuola medica viennese.

La sua opera maggiore è “Commentaria in Boerhaavii aphorismos” (1742 – 1772). E’ di sua formulazione il liquore di van Swieten, usato un tempo nella terapia della sifilide.

Inoltre fu famoso per la sua lotta al Vampirismo negli anni che andavano dal 1718 al 1732. Indagò e descrisse molti casi ipotetici di vampirismo nell’ Europa dell’ est. Descrisse anche i sintomi della cefalea a grappolo.

L’ Autore, nella finalità di offrire un agevole supporto pratico-operativo, evidenzia che il manuale in questione vuole essere uno strumento semplice, non tanto per i medici autorevoli presenti con il contagocce nelle armate, ma in particolar modo per quel “personale” ausiliario, che oggi potremmo comodamente definire parasanitario ed indispensabile per poter offrire assistenza alla grande massa di “pazienti-soldati”, realtà sempre presente e rilevante nelle armate del tempo.

Il testo, originariamente in tedesco, ha avuto traduzioni in italiano, francese, inglese e spagnolo, confermando il successo e il riconoscimento da parte delle autorità militari-sanitarie europee dell’ epoca.

Tenuto conto che il “trattato” venne pubblicato nel 1759, nel pieno dello svolgimento della Guerra dei Sette Anni, il contenuto dello stesso risente delle limitate conoscenze scientifiche dell’ epoca, dove dominava ancora incontrastata l’alchimia nelle terapie e la concezione aristotelica nella diagnostica medica delle malattie.

Tuttavia emergono in modo ammirevole le osservazioni e le indicazioni che l’ empirismo sperimentale e il buon senso potevano offrire nei comportamenti relativi all’ alimentazione, all’ igiene personale, a quella collettiva, alla qualità adeguata del vestiario, alla salubrità degli accampamenti e all’ utilizzo delle varie e precarie sorgenti di acqua ad uso potabile.

Colpisce un suggerimento di natura psicologica quando si evidenza che “… il Soldato nuovamente arrolato, e levato in un subito da Parenti, non ha ancora perduto, per così dire, di vista il Campanile del suo Villaggio, che  cade in melanconia, e quantunque lavoratore robusto, sostiene nulladimeno appena le fatiche, e le incomodità della vita militare. Sarebbe dunque opportuno l’ accostumarlo poco a poco a questo nuovo genere di vita; In mancanza di ciò, non vi è cosa migliore che di procurargli tutt’ i mezzi possibili per divertirli, e distrarli …”.

L’ articolazione del trattato si sviluppa nella elencazione e descrizione sintetica dei sintomi delle malattie con il consiglio della relativa terapia, contrassegnata da numerazione araba.

La descrizione dei sintomi nei particolari e con una efficacia quasi fotografica, mette in rilievo la competenza medico-diagnostica dell’ Autore, purtroppo non supportata dalla validità terapeutica dei mezzi allora disponibili e delle insufficienti conoscenze scientifico-fisio-patologiche dell’ epoca.


Il testo si articola con i seguenti capitoli che contemplano tutte le conoscenze medico-diagnostico-terapeutiche del tempo:

“Delle Tossi, Del male di Gola detto Angina, Della Pleurisia, Della Peripneumonia, Del Reumatismo e de Dolori Reumatici, Delle Febbri Intermittenti, Delle Febbri Intermittenti Vernali, o di Primavera, Delle Febbri Intermittenti Autunnali, Delle Febbri Quartane, Dell’ Itterizia,  Dell’ Idropisia, Del Vomito, Della Collera (Cholera Morbus), Della Diarrea, Della Dissenteria, Dell’ Infiammazione delle Intestina, Della Frenesia (Delirio), Dell’ Emorragia dal Naso, Della Febbre Continua, Dello Scorbuto, Della Gangrena, De’ Mali Venerei, Della Rogna, De’ Vermi”.

Curiosa e nello stesso tempo “ermetica” la composizione dei 71 medicamenti allegati (nella versione italiana e latina) e chiamati in causa nelle diverse malattie trattate.

Sicuramente il linguaggio “criptico” utilizzato in questi  medicamenti (o pozioni) fa intuire che il personale, a cui il trattato si rivolgeva, doveva già appartenere a qualche associazione di “iniziati” all’ arte alchemica.

Da rilevare il fatto che questo “breve trattato” è praticamente ignorato dalla storia ufficiale della medicina, ad eccezione di pochi cultori.

La spiegazione dell’ urgenza di “confinarlo nell’ oblio” potrebbe avere diverse spiegazioni, non ultima quella che il positivismo materialista ottocentesco, basato sulla esclusiva sperimentazione scientifica, aveva la necessità di troncare urgentemente ogni continuità “contaminante” con la concezione alchemica, metafisica o con qualsiasi condizionamento dogmatico aristotelico.

La scienza moderna, a cui la medicina aspira di appartenere, benché per sua natura abbia ancora una componente inscindibile d’ arte, esigeva questa dura ed obbligatoria cesura che consacrasse una definitiva discontinuità, anche a scapito di sacrificare le conoscenze del periodo storico della medicina militare settecentesca.

D’ altra parte questo  “vuoto” potrebbe ancora dilatarsi in quanto il volume in oggetto tratta esclusivamente delle malattie delle armate dal punto di vista medico, escludendo la trattazione della eventuale parte chirurgica (amputazioni di arti, trattamento delle ferite gravi da armi da fuoco e da taglio, estrazione dei proiettili, l’ emostasi del grande sanguinamento, ecc.) durante le fasi cruente delle battaglie settecentesche.


Un aspetto per ora poco documentato sia per gli studiosi che per il grande pubblico, ma che potrebbe riservare sorprendenti rivelazioni, che in ogni caso dipingerebbero un quadro di enorme sofferenza, di disagio psicologico, di vita precaria per la costante presenza della morte dietro l’ angolo, dei soldati del tempo.

Era generale convincimento delle gerarchie dominanti che per l’esercito si dovesse attingere il più possibile dai bassi ceti sociali e pertanto di minore valore economico.

Così si esprimeva il Conte di Saint-Germain (?, 23 febbraio 1712 – Eckernforde, 27 febbraio 1784 – alchimista, avventuriero francese, personaggio di rilievo alla corte di Luigi XV di Francia e con relazioni in diversi Stati Europei): “ … per formare un esercito non dobbiamo distruggere la nazione e se la privassimo dei suoi elementi migliori la distruggeremmo. Così come stanno le cose l’esercito deve essere inevitabilmente formato dalla feccia del popolo e da coloro che non sono di alcuna utilità per la società …”.

Erano tanti i Sovrani Europei che la pensavano in questo modo (ad esempio Federico II il Grande di Prussia), convinti che le componenti più acculturate e produttive della società di allora fossero tenute alla contribuzione finanziaria per sostenere i grandi oneri dei conflitti, ma esonerate dalla partecipazione fisica a questi.

In questo contesto tutti gli eserciti del diciottesimo secolo ebbero nelle loro file vagabondi, disadattati, indigenti arruolati con l’ inganno e persino criminali.

Tutto sommato si trattava di una umanità emarginata, abbruttita, costantemente traumatizzata da una feroce disciplina, dalla brutalità delle punizioni corporali e dagli orrori della guerra. Era questa una componente  di quella società settecentesca, rigidamente organizzata in classi separate, a cui il “potere istituzionale costituito”, insensibile e cinico, attribuiva un insignificante valore alla sua alienazione, alla sua sofferenza e alla sua stessa vita. Una categoria di uomini semplicemente destinati ad essere “carne da macello”.

Quanto sopra fa emergere uno spaccato sociale sicuramente ancora poco esplorato e documentato, ma che costituirà un substrato ed un innesco esplosivo per i grandi rivolgimenti rivoluzionari di fine secolo.

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Articolo pubblicato il 01/09/2015