L'EDITORIALE DELLA DOMENICA DI CIVICO20NEWS - Francesco Rossa: Aldo Moro, fu vera gloria?

Quest’anno ricorre il centenario della nascita dello statista

Cent’anni or sono nasceva Aldo Moro e già il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, lo ha ricordato all’inaugurazione dell’anno accademico all’Università di Bari, a lui intitolata, ove studiò e insegnò.

Anche al Salone del Libro che aprirà i battenti in settimana a Torino, la Regione Puglia dedica un convegno per approfondire il ricordo e la figura dell’uomo politico “capace d’immaginare nuove forme di coesione sociale”. Altre manifestazioni e scritti seguiranno inevitabilmente nel corso dell’anno.

Ci poniamo, dinanzi a questi eventi, perlopiù celebrativi, una domanda che non vuole apparire retorica.” Moro, fu vera gloria”

E’ doveroso ricordare  Aldo Moro, giustiziato dalle Brigate Rosse, con il rispetto che si deve a una persona che pagò con la vita la propria testimonianza. Quale presidente dell’allora potente Democrazia Cristiana e candidato in pectore alla Presidenza della Repubblica, era in quel momento uno dei riferimenti più significativi del Paese, dopo aver dominato gran parte della vita politica italiana dal 1948 al 1978.

Aldo Moro, rapito dalla brigate Rosse a Roma, nei pressi della sua abitazione  il 16 marzo 1978, fu ritrovato cadavere il 9 maggio dello stesso anno su un’auto parcheggiata nel centro di Roma, a metà strada dalla sede del Partito Comunista italiano e da quella della Democrazia Cristiana.

Per i killers c’è la condanna all’ergastolo, mentre la vera questione, quella dei mandanti, è tutt’ora priva di risposte.

Nel corso della sua prigionia avvennero episodi e circostanze di grande importanza, che forse potrebbero, se in futuro portati alla luce, contribuire a spiegarci chi ha armato e coperto i killers e quale aspetto della sua politica si intendeva colpire.

Il partito dello Stato e della fermezza, dopo il 16 marzo del 1978 si è fronteggiato ogni giorno con il partito della trattativa impossibile con i suoi carcerieri. Ma, tra le maglie di tutto ciò emergono  fatti inquietanti.

Dalla ricerca, da parte degli investigatori del covo nel quale Moro era effettivamente segregato, interrotta per ordini superiori a pochi metri dal luogo che avrebbe potuto porre fine alla segregazione con la sua liberazione, alla seduta spiritica cui partecipò tra l’altro anche Romano Prodi, il cui esito non fu correttamente interpretato, oltre ad altre avvisaglie discutibilmente trascurate.

La fantapolitica indica i mandanti in modo compiacente ed alternativo tra i due poli.

L’atlantismo e gli  Stati Uniti da un lato, asserendo la tesi che considerava la strategia Morotea, foriera di aprire le porte del governo al PCI.

l’Urss e i Comunisti filosovietici che non gradivano la svolta politica morotea che avrebbe dovuto siglare con Enrico Berlinguer, le premesse per  il compromesso storico  socialdemocratizzando il partito Comunista italiano, dall’altro.

Sino alla pista libica emersa nuovamente dalla lettura di carte segregate, appena ieri l’altro.

Moro in effetti è un maestro di pedagogia politica e nella DC diviene una” figura pastorale”, come lo definì Gianni Baget Bozzo.

Grandi intuizioni, ma quando bisogna passare all’attuazione, Moro è debole. Persegue la governabilità dello stato democratico, ma non brilla né come Guardasigilli,  né come Ministro della Pubblica Istruzione tantomeno come Presidente del Consiglio. Nell’azione temporeggia e rinvia. Lo chiamano il dottor Divago, un professore e un mediatore.

Piovono gli aneddoti, tutti per evidenziare gli stessi aspetti. Parlando con il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, Paolo VI° che lo conosceva dai tempi della Fuci disse “Il cogito c’è, Non c’è l’azione”.

La stessa storia della Democrazia cristiana attesta che era troppo incline ai rinvii e troppo sordo ai problemi dell’economia.

Anche il segretario del Partito Socialista italiano, Pietro Nenni, nel suo diario scrisse che Moro non è mai, Si o No. Analogo riscontro si ebbe nei suoi rapporti con la comunità Europea ove con i suoi ragionamenti contorti e interminabili, mandava in crisi le interpreti parlamentari e i politici d’oltralpe abituati al pragmatismo ed alla chiarezza.

Notissime le reazioni di Henry Kissinger che ha sempre sostenuto di annoiarsi al suo cospetto e non capire i lunghi monologhi del nostro statista.

Le lodi sono infine date a Moro in considerazione all’appello alla solidarietà ed al dialogo. “Che cosa avverrebbe se questo Paese dalle strutture fragili fosse messo ogni giorno alla prova da un’opposizione condotta sino in fondo”?

Nelle critiche a Moro non si deve infatti dimenticare quest’interrogativo che torna oggi di viva attualità. Così, dalla testimonianza di Giovanni Spadolini emerge come con la sua fine tragica e repentina, “entrò in crisi la politica dell’emergenza che Moro aveva testimoniato con la vita”. L’equilibrio difficile tra pluralismo e unità d’intenti.

La retorica del ricordo lasci il passo all’analisi approfondita del suo pensiero, ed ai fatti e circostanze che avrebbero potuto influire sulla sua uscita di scena. Altri aspetti potrebbero aprire un varco sulle motivazioni del barbaro assassinio.

Al ritorno da  un viaggio negli  Stati Uniti, nel 1974, dopo il golpe Cileno, trapelò, anche  nell’ambito della sua famiglia, la voce delle paure paventate da parte di Aldo Moro. Si narra perfino che in quell’occasione Moro disertò, adducendo motivi di salute, la conferenza Stampa di chiusura, in quanto molto turbato.

Altri invece sostengono che, non conoscendo l’inglese,  sarebbe stato pressoché impossibile che fosse riuscito, da solo, a prendere impegni rilevanti o subire avvertimenti.

Ma in quei giorni a Washington si trovava anche Licio Gelli, allora potente dignitario Massonico, oltre che capo indiscusso della P2.

Tra i misteri torna così la pista massonica, con tutti i cunicoli delle Obbedienze, depositaria di tanti segreti ed ispiratrice di ben altri complotti, venuti alla luce nei decenni successivi, per la maggior parte invero di natura corruttiva od estorsiva.

Molti dei protagonisti di allora, ancora in vita, in Italia ed oltre oceano, ancora tacciono. Purtroppo.

E lasciassero almeno parlare le carte!

Cos’è rimasto oggi dell’ispirazione politica di Moro?

Ai posteri!

Francesco Rossa
Direttore Editoriale
Civico20News.it

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Articolo pubblicato il 08/05/2016