L'EDITORIALE DELLA DOMENICA DI CIVICO20NEWS - Francesco Rossa: La perfida Albione

Il dopo Brexit tra cronaca e letteratura

Si parlerà ancora nei prossimi mesi di Brexit e, soprattutto delle conseguenze del referendum inglese sul nostro PIL, quando, superata la sbornia dei populisti ignoranti di casa nostra, la parola passerà ad economisti seri che tratteranno argomenti che studiano e conoscono su basi professionali, a prescindere da ogni altra considerazione emotiva.

In queste settimane abbiamo letto di tutto. Dalle petizioni di tre milioni d’Inglesi che vorrebbero ripetere la consultazione, sino all’ipotesi, non certo inverosimile, che Londra, uscita dalla porta dell’UE, intenda rientrare dalla finestra, negoziando accordi specifici per non perdere i vantaggi e continuare a mungere i partners europei, pur criticando e prendendo le distanze dall’Antico Continente.

Per il momento aspettiamo l’evoluzione concreta dei fatti e ci riserveremo commenti compiuti e soprattutto ragionati.

Nel diluvio degli articoli, epiteti e citazioni evidenziate nei numerosi scritti e interventi che hanno sommerso lettori ed ascoltatori, ci ha colpito, tra gli altri, il rimando ripetuto in più occasioni alla “Perfida Albione”.

Approfondiamo le origini e caliamoci, nel tornare indietro negli anni, alle considerazioni che Inglesi ed Inghilterra, hanno raccolto tra il sentire comune. Non ci riferiamo a coloro che rimangono giustamente estasiati nel leggere il lirismo romantico di Percy Bysshe Shelley e John Keats, l’opera poetica e drammaturgica di William Shakespeare, il cattolicesimo liberale di  Lord Action, ma tra i più, pur non molto scolarizzati, che hanno assimilato la vulgata di ogni giorno, traendone conclusioni.

Ma torniamo alle origini. Albione era il temine gallo – latino per definire la Gran Bretagna.

Nel corso dei secoli, fu anteposto l’aggettivo “perfida”, anche per indicare la spregiudicatezza degli inglesi. Le ricostruzioni storiche hanno così trovato associazioni tra l’aggettivo e il nome usato dai greci per definire la Gran Bretagna già nel tredicesimo secolo.

Ma la sua canonizzazione viene attribuita al Marchese Agostino di Ximenes, un francese di origine spagnola, autore alla fine del Settecento di un verso che diceva “Attacchiamo la perfida Albione nelle sue acque”.

Da quei tempi rivoluzionari mal giudicati in Inghilterra, i francesi presero a usare l’espressione spesso in ogni occasione di tensione tra i due paesi. Ma quando – nel XX secolo – i rapporti tra i paesi migliorarono con le alleanze militari nelle due guerre, il disprezzo per l’Inghilterra fu raccolto dai regimi fascisti e in special modo in Italia da Mussolini che parlò di “Perfida Albione” attaccando l’adesione britannica alle sanzioni anti-italiane dopo l’invasione dell’Abissinia.

E proseguì a usare l’espressione successivamente.

Dopo la fine del fascismo, le due parole sono rimaste in uso di solito ironico o hanno trovato altre vite soprattutto in campo calcistico (ma anche in Argentina per la guerra delle Falkland): Dick Cheney le usò per esprimere il disappunto degli Stati Uniti nei confronti di un incontro tra il ministro britannico David Miliband e il presidente siriano Assad.

Il disprezzo per la Gran Bretagna è rimasto però bagaglio di un vecchio pezzo della cultura italiana, e del comune sentire di una parte degli italiani.

E si risveglia ogni tanto, ridicolo, nelle piccole cose e prevalentemente nel calcio, ampiamente ricambiato dagli inglesi.

Ma la Storia qualche traccia l’ha lasciata.

E’ ormai noto che l’elemento che in modo decisivo ha canalizzato gli aneliti dei patrioti che vivevano negli Stati della penisola italica, dopo la restaurazione imposta dal Congresso di Vienna del 1815, si deve ascrivere, in primis alla massoneria Inglese e alle lobby mercantili che, in un’Italia unita, intravidero il terreno fertile per far prosperare i loro traffici.

Così tra le deprecazioni di coloro che rimpiansero, dopo l’Unità d’Italia i confini e la vivibilità del Regno di Sardegna, il ruolo politico svolto della Gran Bretagna, non è certo sfuggito e la monarchia Inglese non si annovera, ancor oggi in cima alle loro predilezioni.

Si è parlato del fascismo, ma, dopo le declamazioni Mussoliniane e la dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940, sono arrivati puntuali i bombardamenti inglesi sulle nostre città, che hanno mietuto milioni di vittime civili.

E’ ovvio e conseguente che, soprattutto tra i sopravvissuti o tra i nostri militari fatti prigionieri in Africa dagli inglesi che erano allora nostri nemici, il sentimento anti inglese sia stato molto radicato. I campi di concentramenti inglesi, seppur da non paragonare con i campi di sterminio nazisti o con il gelo della campagna di Russia, riservarono ai nostri soldati trattamenti improntati da cinismo e crudeltà.

Sempre per restare in quel periodo, fonti storiche ormai inoppugnabili ci rivelano che l’uccisione di  Benito Mussolini, senza alcun processo o tutela, seppur portata a termine dal comunista Walter Audisio, alias colonnello Valerio fu favorita e pilotata direttamente dall’intelligence Inglese che intendeva così recuperare documenti compromettenti e il famoso carteggio tra il Duce e Winston Churchill, chiudendo definitivamente lal bocca a un protagonista di primo piano.

Pochi anni dopo, l’abdicazione frettolosa e l’esilio imposto a Vittorio Emanuele III° e le manovre per mettere fuori scena la monarchia a vantaggio della repubblica, furono anch’essi opera della “Perfida Albione”.

La collaborazione nel corso della Resistenza tra qualche formazione partigiana e il colonello Stevens, é rimasta circoscritta agli storici o alle popolazioni di determinate zone geografiche  (le Langhe in particolare) in parte beneficiate o interessate direttamente, senza destare aloni al consenso popolare generalizzato.

Negli ultimi 70 anni, la situazione non è di molto migliorata, anche a causa dello snobismo degli inglesi ed i giudizi taglienti pronunciati sulla nostra politica e sui nostri leader, ad esempio.

Poi c’é il lungo filone dello sport ed il calcio in particolare. Terreno sul quale, non sempre a ragione, gli inglesi ritengono di ergersi a giudici inappellabili, riversando sui competitori gli epiteti più taglienti e vergognosi. E’ questa è materia ancor evidenziata dal recente campionato.

Così, per coloro che, almeno nell’immediato non temono travasi della politica economica, che gli inglesi possano guardare con maggior stizza l’Europa e l’Italia in particolare, non fa versare la lacrimuccia, in quanto il sentimento di siderale distanza è reciproco, a prescindere dalla conseguente gara ad epiteti e apprezzamenti più o meo coloriti od azzeccati.

Si è comunque propagato  un humus fertile tra la popolazione, a prescindere dalla convinzioni politiche, per non amare gli inglesi senza invocare lo storico epiteto “Dio stramaledica gli inglesi”, coniato da Mario Appelius uno scrittore e giornalista ormai dimenticato.  

Francesco Rossa
Direttore Editoriale
Civico20News.it

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Articolo pubblicato il 10/07/2016