Planetarium – vaghezza, onirismo e confusione

Diretto dalla francese Rebecca Zlotowski, nonostante un buon inizio, il film non prende posizione e si perde in immagini che non portano a niente

Anno: 2016

Titolo originale: Id.

Paese: Francia, Belgio

Durata: 106 minuti

Genere: Drammatico, Fantastico

Regia: Rebecca Zlotowski

Sceneggiatura: Rebecca Zlotowski, Robin Campillo

Cast: Natalie Portman, Lily-Rose Depp, Emmanuel Salinger, Louis Garrel

Presentato al Festival del Cinema di Venezia l’anno scorso, arriva nelle sale italiane con un anno di ritardo Planetarium di Rebecca Zlotowski, co-produzione franco-belga dal cast internazionale.

Negli anni Trenta, Laura e Kate Barlow (Natalie Portman e Lily-Rose Depp) sono due sorelle americane che girano l’Europa per guadagnarsi da vivere grazie alle loro doti di medium. A Parigi conoscono il produttore cinematografico André Korben, il quale, colpito dal loro dono, le coinvolge a girare un film per catturare sulla pellicola le immagini degli spiriti invocati.

Se lo sviluppo della trama avesse proseguito su questa via, sfruttando il potenziale intrinseco nell’idea di partenza, sarebbe probabilmente uscito un film affascinante e intrigante, dove l’abbinamento cinema/fantasmi avrebbe potuto generare diverse interessanti riflessioni non necessariamente scontate, soprattutto sul ruolo del cinema come strumento di “evocazione” di ciò che non esiste. Ma ad un incipit attraente e ben costruito segue un diramarsi infinito di spunti narrativi che puntano in direzioni molto diverse tra loro: alle vicende del film in produzione subentrano quelle della carriera d’attrice di Laura, il suo rapporto misterioso con Korben, la malattia della giovane Kate, la persecuzione legale di Korben.

Troppo materiale costruttivo che non viene sviluppato in nessun senso lascia, alla fine del film, la sensazione di aver visto delle immagini senza un filo logico. L’andamento confusionario della narrazione e le notevoli mancanze nella sceneggiatura non aiutano a mantenere in piedi un film che, con una scrittura più precisa e lineare e meno retorica delle immagini avrebbe avuto alcuni ottimi punti di forza a sostenerlo.

Il cast, per esempio. Natalie Portman conferma di essere un’ottima attrice nei panni della sorella maggiore Laura, tormentata e protettiva nei confronti della più giovane Kate, sconvolta dalla nuova vita di attrice e dalla presenza imperscrutabile di Korben. Lily-Rose Depp, figlia del celebre Johnny e di Vanessa Paradis, rivela non solo un viso perfetto per stare davanti alla macchina da presa, che sembra già di donna nonostante i diciassette anni di età, ma anche un precoce talento che non potrà che crescere. Proprio la Portman ha segnalato la giovane Depp per interpretare Kate, ed effettivamente esiste una certa somiglianza tra le due attrici, nonostante i quasi vent’anni di differenza.

Emmanuel Salinger, attore e sceneggiatore francese molto attivo in patria, interpreta il misterioso e ambiguo Korben con una pacatezza attoriale tutta francese, facendo rivivere sullo schermo un personaggio ispirato al produttore cinematografico (e tra i primi autori e attori di film pornografici) Bernard Natan, di origini ebraiche, che diresse la casa di produzione Pathé e morì ad Auschwitz, sorte che nel film viene solo vagamente delineata.

Anche i costumi sono degni di nota; curati dalla francese Anne-Cécile Le Quere (già costumista nel biopic Saint Laurent), aderiscono perfettamente al carattere dei personaggi, così la Laura della Portman indossa abiti dal taglio maschile e occhiali severi, Kate vestitini vaporosi che tentano di farla apparire ciò che non è più, una bambina.

Rimane però il fatto che certi movimenti di macchina, destabilizzanti piani sequenza dall’andamento circolare, l’inserirsi di fotogrammi cronologicamente estranei in numerose sequenze, alcune delle quali dal vago sapore felliniano, oniriche e surreali, seppur tutto intriso di lirismo e dalle altissime velleità artistiche, in fin dei conti serve a poco dato che Planetarium, in poche parole, risulta disordinato e noioso.

Il titolo fa riferimento alle stelle che all’inizio del film le due sorelle vedono da un treno notturno in corsa, e a quelle fittizie di un set cinematografico che osserva una molto cambiata Laura nell’ultima sequenza.

Un film manierato e babelico, che le immagini non bastano a rendere gradevole, nonostante due protagoniste molto belle e molto brave e un potenziale altissimo ma non sfruttato. Meglio rivedere The Illusionist di Neil Burger o, per i fantasmi, The Others di Alejandro Amenábar.

 

              

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Articolo pubblicato il 29/04/2017