Gli Immortali – “Fiore di cactus”

Commedia brillante datata 1969 e diretta da Gene Saks, con le splendide interpretazioni di Walter Matthau e Ingrid Bergman

Anno: 1969

Titolo originale: Cactus Flower

Paese: USA

Durata: 103 minuti

Genere: Commedia

Regia: Gene Saks

Soggetto: Pierre Barillet, Abe Burrows, Jean-Pierre Grédy

Sceneggiatura: I. A. L. Diamond

Cast: Walter Matthau, Ingrid Bergman, Goldie Hawn, Rick Lenz, Jack Weston, Vito Scotti

Diretto nel 1969 dal maestro della commedia americana Gene Saks, Fiore di cactus è una pellicola frizzante e divertente dall’immutata freschezza.

Protagonista è il dentista Julian Winston (Walter Matthau), scapolo impenitente che ha una relazione con la giovanissima Toni (Goldie Hawn). Quando la ragazza tenta il suicidio, Julian decide di sposarla, ma poiché le ha sempre raccontato di essere sposato per non doversi impegnare, deve trovare una donna disposta a fingere di essere sua moglie; sceglierà l’infermiera Stefania (Ingrid Bergman), nubile e poco appariscente, al suo fianco in studio da molti anni e silenziosamente innamorata di lui.

Il film ha sin dalle prime battute un ritmo brioso e vivace che riesce a mantenere inalterato, dove lo sviluppo delle dinamiche relazionali (lo scambio delle coppie e l’evolversi del personaggio di Stefania), sempre all’insegna dell’ironia, lo rendono una visione ancora molto gustosa a quasi cinquant’anni dall’uscita.

Tratto dall’omonima commedia di Broadway, a sua volta ispirata a una pièce francese, Fiore di cactus ebbe un’ottima accoglienza sia da parte del pubblico che della critica, che lodò soprattutto la sceneggiatura di I. A. L. Diamond, lo sceneggiatore di capolavori come A qualcuno piace caldo e Irma la dolce, vincitore di un Oscar per L’appartamento. I tempi comici perfetti sono abbinati a una regia asciutta che lascia ampio spazio al talento comico dei tre protagonisti.

Il trio di attori è semplicemente favoloso: Walter Matthau, già diretto da Saks in La strana coppia, calza alla perfezione il ruolo dell’eterno single in fuga dalle relazioni serie, tendente al burbero e bugiardo seriale, in una performance sobria e allo stesso tempo esilarante, caratteristiche ricorrenti della sua lunga carriera d’attore.

Immutato il fascino di Ingrid Bergman, all’epoca cinquantaquattrenne (Matthau ne aveva quarantanove!), nonostante l’intento fosse farla passare per una zitella poco attraente. Sue le battute più caustiche e spiazzanti del film, “un frigorifero”, come la definisce un paziente del dottore, che saprà però aprirsi e sbocciare come la pianta di cactus che cresce sulla sua scrivania. (“Lei è spinosa come quel suo maledetto cactus!”, la accusa Matthau in una delle tante schermaglie). Il rapporto tra i due colleghi è il più divertente dell’intreccio, chiara la chimica tra i due attori.

In questo ben si inserisce una giovanissima Goldie Hawn, vera sorpresa del film; l’espressione stranita e una certa ingenuità della sua Toni le fecero vincere l’unico premio Oscar (come miglior attrice non protagonista) della sua carriera, oltre a un Golden Globe e un David di Donatello. Se prima la critica la descriveva come “una sbuffo di panna sciocchina che ansima le sue battute”, adesso veniva lodata per il suo tempismo. La scena di apertura, con il tentativo di suicidio, lungi dall’essere drammatica scatena invece un’ilarità incontrollabile.

Grande fonte di fascino per lo spettatore di oggi è la perfetta istantanea della New York degli anni Sessanta: i vestiti dai colori sgargianti, i negozi di dischi, la crescente e palpabile libertà di costume ed espressione sono un aspetto di Fiore di cactus che non può passare inosservato. La fotografia di Charles Lang catturò tutta la tavolozza squillante di quell’epoca swinging.

Le musiche vennero composte da niente meno che Quincy Jones, e la canzone The Time for Love Is Any Time fu candidata ai Golden Globes.

Fiore di cactus ha ispirato diversi remake di Bollywood, ai quali è ispirato Mia moglie per finta del 2011, con Adam Sandler, pallidissima versione dell’illustre originale.

 

Frizzante e divertente, il film è da rivedere non fosse altro che per lo straordinario trio di attori e per il gusto della commedia americana, invariabilmente capace di far ridere e amare il cinema come supremo strumento di svago.  


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Articolo pubblicato il 30/04/2017