Pamparato (CN) Polifonie Prospettive di una linea

Il Festival dei Saraceni presenta il concerto del Coro da Camera di Torino diretto da Dario Tabbia.

Dopo la brillante inaugurazione dello scorso venerdì, che ha visto grande protagonista nella sala San Giovanni di Cuneo l’Accademia Montis Regalis diretta da Enrico Onofri, il Festival dei Saraceni – giunto alla cinquantaduesima edizione – approda sabato 6 luglio alle ore 21 nella Chiesa di San Biagio di Pamparato per la suggestiva esibizione del Coro da Camera di Torino diretto da Dario Tabbia, che presenterà un programma di grande interesse, sospeso tra passato e presente e tra sacro e profano nel nome della più raffinata polifonia.

 

Sebbene venga spesso associato ai monumentali capolavori di Giovanni Pierluigi da Palestrina, il repertorio polifonico non esaurì la sua parabola storica con l’epoca rinascimentale, ma può vantare una storia più che millenaria, partendo dai tempi in cui costituiva il canto della Chiesa di Roma per arrivare fino ai giorni nostri.

 

Come si può facilmente immaginare, una storia così lunga ha conosciuto diversi alti e bassi, che ne hanno determinato il necessario sviluppo stilistico e in alcune occasioni la polifonia sacra venne messa seriamente in discussione, come avvenne in occasione del Concilio di Trento, quando la Missa Papae Marcelli di Palestrina riuscì a mettere a tacere le critiche di chi voleva la drastica “semplificazione” di un repertorio che con la sua scrittura molto elaborata pareva ormai lontano dalla comprensione dei fedeli più semplici, e – quattro secoli più tardi – con il Concilio Vaticano II, che riformò radicalmente la musica liturgica, introducendo canti omofonici per favorire la partecipazione dell’assemblea. In ogni caso, questo non ha frenato lo sviluppo del repertorio polifonico, che oggi può ancora contare su una solida tradizione esecutiva e su diversi compositori di grande talento, concentrati soprattutto nel Regno Unito, negli Stati Uniti e nei paesi baltici.

 

Sul canto polifonico bisogna poi sfatare un luogo comune duro a morire, in base al quale sarebbe un genere complesso e riservato a una ristretta cerchia di dotti intenditori. In realtà, la polifonia ha tutte le carte in regola per conquistare un pubblico vasto ed estremamente eterogeneo, come si può notare – per esempio – nei sempre esauritissimi concerti dei King’s Singers, un ensemble inglese che nel 2018 ha tagliato l’incredibile traguardo di mezzo secolo di attività, eseguendo in ogni parte del mondo un amplissimo repertorio di opere sacre e profane. Già, opere profane, perché la polifonia non si limita – come molti credono all’ambito liturgico (ritenuto per definizione insopportabilmente noioso), ma conta anche un’infinità di brani di ogni genere, tra i quali spiccano i madrigali dei grandi autori attivi tra il Rinascimento e l’inizio del Barocco, primo tra tutti il divino Claudio Monteverdi. Questa ovvia considerazione permette di spiegare la presenza nel programma di questo concerto di brani non solo di epoche, ma anche dal carattere diversissimo, che tratteggiano un affresco tanto fresco quanto variegato.

 

Si parte con Tomás Luis da Victoria e Lodovico da Viadana, due compositori quasi contemporanei ma profondamente diversi tra loro: entrambi religiosi – legato all’ordine dell’Oratorio di san Filippo Neri il primo e francescano il secondo – lo spagnolo fu uno dei protagonisti di maggiore spicco prima della splendida Roma papale dominata da Palestrina e poi della corte madrilena di Filippo II, mentre l’italiano condusse un’esistenza molto più semplice e tranquilla tra Mantova e Parma, che comunque non gli impedì di lasciarci in eredità una serie di opere di grande interesse e di passare alla storia della musica come l’“inventore” del basso continuo.

 

Dall’Italia si passa poi in Inghilterra, con tre compositori che alle nostre latitudini sono conosciuti più per sentito dire, che per un doveroso apprezzamento della loro produzione. Il primo è John Taverner, che ebbe l’onore di essere scelto dal potentissimo cardinale Thomas Wolsey a ricoprire l’incarico di primo organista e direttore della Christ Church di Oxford, un posto che avrebbe potuto schiudergli prospettive di carriera di altissimo livello a Londra se non gli fosse stata mossa l’accusa – mai provata – di professare la fede luterana, dalla quale venne peraltro prosciolto per il fatto di essere “un semplice musicista”.

 Destino diametralmente opposto fu quello di William Byrd, compositore di fede ardentemente cattolica, che ebbe la disgrazia di vivere i tumulti succeduti allo scisma dalla Chiesa cattolica imposto da Enrico VIII per amore di Anna Bolena.

 

Per fortuna, anche in questo caso il compositore riuscì a scamparla, grazie a Elisabetta I che – apprezzando l’altissimo magistero di Byrd – decise di chiudere un occhio, a patto che scrivesse per la sua cappella opere in linee con la nuova liturgia riformata. Il più noto dei tre è senza dubbio Henry Purcell, che ebbe la felice ventura di nascere intorno al 1660, anno in cui ebbe fine il regime parlamentarista di Oliver Cromwell e venne restaurata la monarchia con Carlo II, che riportò in auge la musica, che i puritani avevano abolito. Grazie a questa circostanza, Purcell poté dedicarsi alla musica e – nei suoi soli 35 anni di vita – scrisse una lunga serie di capolavori soprattutto per il teatro e la liturgia religiosa che lo hanno consacrato con Benjamin Britten il compositore di maggior talento che l’Inghilterra abbia mai avuto, al punto da essere definito dai suoi contemporanei con l’onorifico epiteto di Orpheus Britannicus.

 

Dal Barocco di Purcell facciamo poi un salto in avanti con cinque autori moderni e contemporanei, le cui opere ci permettono di intuire lo sviluppo attraversato dal repertorio corale nel corso dei secoli. Il più conosciuto di tutti è senza dubbio Sir John Tavener – da non confondere con il quasi omonimo autore citato in precedenza – compositore dotato di uno spiccato spirito visionario e di un grande carisma, che gli hanno consentito di conquistare il pubblico dei giorni nostri con opere memorabili come Song for Athene, The Lamb e The Protecting Veil, ai quali si aggiungono il milanese Bruno Bettinelli, Healey Willan e i poco più che quarantenni Philip Stopford e Manolo Da Rold.

 

Come ideale chiusura di questo viaggio non si poteva scegliere opera migliore del festoso Jubilate Deo del veneziano Giovanni Gabrieli, nipote d’arte del non meno noto Andrea Gabrieli e tra i didatti più celebrati dei suoi tempi, che ebbe tra i suoi allievi due compositori del calibro di Alessandro Grandi e Heinrich Schütz.

 

IL PROGRAMMA

 

Tomás Luis da Victoria (1548-1611)

Regina caeli

 

Lodovico da Viadana (1564-1627)

Sicut ovis

 

John Taverner (1490-1545)

Dum transisset sabbatum

 

William Byrd (1539/40-1623)

Emendemus in melius

 

Henry Purcell (1659-1660)

Hear my prayer, o Lord

 

Philip Stopford (1977)

Ave verum corpus

 

Manolo Da Rold (1976)

Madrigale mille

 

Bruno Bettinelli (1913-2004)

Il bianco e dolce cigno

 

Healey Willan (1880-1968)

Rise up, my love

 

John Tavener (1944-2013)

Song for Athene

 

Giovanni Gabrieli (1557-1612)

Jubilate Deo

 

GLI INTERPRETI

 

Coro da Camera di Torino

Dario Tabbia, maestro del coro

 

 

 

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Articolo pubblicato il 04/07/2019