«Studio medico»

Un racconto di Maria Rosa Arena

Mirella era in ritardo. L’auto le si era fermata, spiaggiando come una balena, sulla riva grigia di un’improbabile battigia d’asfalto. Pensò a Moby Dick: - Al diavolo pure Melville! – si disse fra i denti. Mentre correva per la strada, con la borsa a tracolla a rimbalzarle furiosamente sulla pancia, s’immaginava con due grandi orecchie rosa. Vide Lewis Carroll farle “ciao ciao” con la manina e scomparire veloce dietro un platano: lei, pareva proprio il Bianconiglio di Alice.

Arrivò ansimante davanti al portone dello Studio. Cercò di sfilare il mazzo di chiavi dalla tasca. Le cadde in terra assieme a un pacco di Merit mezzo accartocciato. - Merda! Che giornata! - Si specchiò attraverso il riflesso dei vetri e si tirò indietro i capelli. Corse per le scale. - Dio, che palle - si disse. Vide la ressa di anziani davanti alla porta dello Studio Medico: «Scusate, scusate» bisbigliò.  

I vecchietti abbarbicati sulle scale, appoggiati al bastone o ai corrimano delle scale come fossero flebo, la fissarono come una tachipirina inaspettata. L’aria, fra il sofferente e l’annoiato.

«Buongiornooooooooo!» disse toccandosi con due dita in punta di labbro.

«Buongiornooooooooo» risposero in coro stile Antoniano di Bologna.

«Il Dottore arriverà a momenti» sospirò, gettandosi un braccio su un fianco come se non lo avesse mai avuto.

«Intanto accomodatevi» disse grattandosi la punta del naso.

Al via, entrarono tutti come all’apertura del supermercato, sgomitandosi fra loro.

Mirella si sedette dietro al suo bancone e proclamò: «Avanti il primo».

«Bombara sugnu, signurina, jeu tengu duluri assai n’tò cori» proferì. Mirella cominciò a prendere nota. «Non si preoccupi il dottore risolverà tutto» lo confortò Mirella, pensando alla notifica appena ricevuta su Facebook. Pulsava in blu sul suo cellulare. «Grazie Vossignuria che Iddiu abbenedica» e fece per andare a sedersi. «Aspetti Signor Bombara, leggo ora che lei ha il diabete. Il dottore le aveva prescritto una dieta. Ha fatto come gli ha detto?» gli chiese dubbiosa.

«E certamenti! E mica sugnu scemu? Solu che a muddiera mia mi fici i mulingiani richini e mi mangiai tutti a na’ vorta! Mica uffendiva a muddiera mia! No?» Mirella cercò di dirgli qualcosa ma l’altro aggiunse: «M’indifuttu du’ diabeti!». Il vecchietto lo disse sorridendo senza gli incisivi.

«Eh no, Signor Bombara, Lei deve ascoltare cosa le dice il Dottore, altrimenti cosa stiamo a fare noi qua?»

Ciccio Bombara, classe 1938, si guardò attorno e disse accarezzandosi la pancia con le unghie lunghe dei mignoli: «Boooooh! Chi sacciu jeu?».

Mirella sorrise. Pareva non sapere fare altro da quando lavorava in quello Studio Medico. - Uno di questi giorni mi verrà una paresi - «Ah, mi scusi Signor Bombara, lei conosce Melville?» gli chiese inarcando un sopracciglio biondo. «A cu’ apparteni?» le chiese Ciccio grattandosi la chioma di capelli bianchi. - Non importa. – lasciò correre lei. «Avanti un altro» gorgogliò buttando uno sguardo al suo cellulare che continuava insistentemente a pulsare notifiche in blu.

Il Signor Vaira, si avvicinò al bancone.

«L’é già rivà ‘l dotor, madamin?» chiese seccato.

«Ah! Il nostro caro Signor Vaira! Come sta?».

«Se stavo bene non sarei venuto qua» disse enfatizzando alcuni colpi di tosse, falsi come la Monna Lisa appesa in sala.

«Vedrà che oggi risolviamo tutto. Cosa si sente?»

Classe 1940, il Signor Vaira cominciò a sciorinare tutte le sue vicissitudini – fin dai tempi del referendum del voto alle donne – per arrivare ai suoi ultimi affanni di operaio alla Fiat Mirafiori. «I polmoni» alla fine concluse «sono quelli! A sauté come canguri»  

«Quanto fuma, Signor Vaira? Il dottore, non Le aveva detto di smettere?».

Non lo doveva dire: il Signor Vaira esplose. Sputando saliva sul banco dove Mirella appoggiava due gomiti annoiati urlò: «E ma Cristo! Bòja fàuss! Fumo, fumo! Certament che i fumo, néh! E alura?». Mirella cercò di soffocare una risatina. Le venne da tossire e lo fece senza neanche mettersi la mano davanti. Guardò il suo pacchetto di Merit infilato nella tasca e - Si! Perdio! Avrebbe voluto accendersene una e sbuffare il fumo azzurro in faccia a quella cariatide! Avrebbe voluto, stringendola fra le labbra, farla roteare come un’acrobata da circo per poi puntarla contro il suo viso stupefatto. Brutto antipatico vecchiaccio avvizzito che non era altro! -

«Signor Vaira, eh! Eh! Lei fa il birichino!» disse invece languidamente, appoggiandosi una mano al mento. Lui la fissò senza espressione. Le sopracciglia folte calarono come tende su due occhi neri e profondi. Avrebbe voluto dire: “Ma và! và dé via ij ciap, balenga!”. Invece sorrise di traverso, grattandosi un neo dal brutto aspetto sulla fronte; le dita ingiallite dal tabacco sfiorarono, malevoli, una fila di capelli radi e grigi sulla fronte. Mirella gli fece un sorriso a trentasei denti e gli chiese di accomodarsi. Nel farlo aggiunse fra sé: - maledetto babbeo!

Il Dottor Fassio entrò nello Studio in quel preciso momento. La giacca scura sul gilè dove s’infilava a viva forza una cravatta dai colori improponibili, anche per Kandinskij.

«Buongionno Signoina Miella, ho tovato la sua chiamata. Tutto a posto dunque?».

«Sì Dottore, ho avuto un po’ di problemi con l’auto. L’ho mollata in mezzo alla strada» disse fissandosi un’unghia più corta delle altre.

«Bene, bene» rispose lui.

- Come “BENE” vecchio barbagianni?? - Avrebbe voluto dire lei. Ancora non si spiegava come un dottore che non riusciva a pronunciare la “R” potesse far dire ai suoi pazienti “dica 33”. Come sarebbe suonato? “dica TENTATTE’ ”. Niente da fare: lavorava col fratello scemo di Maurizio Costanzo.-

Nel pensare a quello, le uscì una strana espressione. Il medico la guardò accigliato accarezzandosi il pizzetto alla Sigmund Freud: «Senta Miella, faccia così, tanto qui ommai ci sono io. Vada a ‘ecupeassi la macchina, e poi tonni».

Non se lo fece dire due volte. Infilò la giacca e uscì in fretta dallo studio. Afferrando la maniglia della porta, sentì il Signor Vaira – e chi se lo immaginava che si sarebbe offeso così per una sgridata - dire: “S-ciòpa!” ma che importava! Era solo un vecchio arteriosclerotico! Allungando il passo afferrò il pacchetto di Merit. Mentre si accendeva la sigaretta – alla faccia tua, babbeo -, guardò la fiamma dell’accendino bruciare la carta bianca. Non vide la buca. Inciampò imprecando e cominciò a cadere al rallentatore. Pensò ai tacchi delle scarpe – ma non se ne poteva mettere altre, quel giorno???- Mentre cadeva al rallentatore, rivide la cinese di Porta Palazzo che gliele aveva vendute: “solo dieci eulo” continuava a salmodiare. “solo dieci eulo”. L’aveva convinta. Quantoooo? “Solo dieci eulo”. La voce flautata. - Come non comprarle? - Nel momento in cui la sua testa stava per spiaccicarsi sull’asfalto le tornò in mente pure la balena. Solo dieci eulo! - Per quale motivo pensò a Hemingway qualche secondo prima di frantumarsi la testa, proprio non se lo seppe spiegare: - Cristo santo! Non era riuscita a leggere “il gioco delle perle di vetro”, quindi? - Ma forse era quello il senso! Se lo avesse letto, forse ora la sua testa non si sarebbe spaccata proprio come una perla di vetro scaraventata dal quarto piano. Riuscì ancora a dirsi - Fanculo a Hemingway, a Melville e soprattutto alla balena. - Poi la testa fece CRACK e tutto si spense.

Il Signor Vaira uscì dallo studio tossendo come un trattore ingolfato. Arrivò davanti alla ragazza stesa a terra, in concomitanza dell’arrivo dell’ambulanza. Guardò Mirella con una sigaretta storta fra le labbra. Vide che il sangue le scorreva sotto la giacca entrando placidamente in un tombino. Lo guardò scorrere come le ore passate nell’ambulatorio ambulatorio, senza provare nulla. Si chinò su di lei e le sbuffò un filo denso di fumo contro un occhio azzurro ancora spalancato e vuoto. Lo guardò tossendo, dissolversi immediatamente fra il rosso e il grigio del asfalto.

«Avanti un altro» disse sottovoce. E spense la cicca sotto la scarpa schiacciandola con grazia, con la punta marrone del mocassino. Era dai tempi della Fiat che non le lucidava. Possibile? Forse era giunto il momento, pensò.

Maria Rosa Arena

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Articolo pubblicato il 17/11/2019