L'angolo della satira del prof. Giancarlo Pavetto - I bravi e solerti plauditores nel contesto delle TV nazionali

Battere le mani è un obbligo od un sentimento?

Gli elefanti si possono addestrare e sono utili in lavori agricoli.

I cavalli si possono addestrare, possono combattere in guerra e si esibiscono nei circhi.

I cani si possono addestrare e possono fare di tutto. Ricerche, lotta alla droga, esibizioni ed altro.

I gatti no. Non si possono addestrare e si fanno fotografare malvolentieri mentre mangiano cibi per gatti castrati. Sono golosi di sardine, che mangiano anche da piccoli.

Anche le galline non si possono addestrare.

L’essere umano è invece facile da addestrare e può essere convinto a fare tutto. Nel battere le mani per applaudire, ad esempio, può dare il meglio di stesso, collaborare con chi gli sta vicino, obbedire sempre ai sentimenti personali ed a quelli del branco.

Sono due i settori in cui il plauditore italico eccelle.

Il primo è quello dei talk show televisivi, dove il plauditore viene intruppato ed inscatolato in piccole tribune preparate per ospitarlo e dove deve essere pronto a rispondere, battendo senza sosta le mani, e dimostrando, con il volto, grande soddisfazione ai comandi che vengono impartiti dall’alto in modo ripetitivo.

Il massimo della raffinatezza, nella utilizzazione del plauditore addestrato, viene raggiunto in questi tempi da una trasmissione della Sette, la emittente di Urbano Cairo. Qui, chi ha il compito tassativo di applaudire, dimostrando obbedienza pronta ed assoluta viene distribuito con la massima precisione su dei lunghi balconati sovrapposti.  Dove tutti, con l’assistenza di geometri specializzati, vengono tenuti a distanza di qualche metro l’uno dall’altro.

E’ commovente vedere come rispondono agli stimoli del conduttore, con una cadenza quasi sempre uguale, che richiede un applauso ogni 15 secondi, qualunque sia il parere emesso nel parterre, da un ospite della trasmissione. Non importa se quel parere sia condiviso o no da chi deve battere le mani.

Nessuno sulle balconate semicircolari osa disobbedire agli stimoli emessi dal conduttore, nessuno si sottrae mai al dovere che gli viene imposto.

Viene pertanto spontaneo domandarsi cosa possa succedere a chi non rispetta il compito che viene assegnato al momento dell’ingresso in trasmissione. Viene punito duramente o bandito per sempre dall’editore della rete con un DASPO?  Può venire addirittura frustato dal conduttore, che in questo caso è un certo Floris, un omino rigido e severo?

Nessuno osa trasgredire all’ordine di manifestare, con un applauso convinto e corale, la sua soddisfazione anche negli altri talk show, siano della TV pubblica, che di Mediaset.

Il secondo dei settori in cui il plauditore può dare sfogo al suo desiderio di battere le mani ed a cui non può negare la sua partecipazione è quello delle cerimonie funebri.

Avviene soprattutto a Roma.

Chiunque muoia nella capitale, dopo aver avuto un ruolo più o meno importante in campo politico, cinematografico, musicale, culturale, od anche solo in qualche talk show della D’Urso o della De Filippi, è capace di attirare, in ogni ora del giorno, al suo funerale, una folla, e talora una massa compatta e variegata  di persone, che non vogliono privare  di un loro applauso il buon defunto.

La cerimonia è sempre eguale.

Il feretro entra nel tempio seguito dai familiari e dagli amici più intimi. I plauditores, che sono sopraggiunti, si assiepano compatti sulla scalinata del tempio o nella piazza adiacente.

Il loro numero varia a seconda della maggiore o minore notorietà del defunto ed anche la durata dell’applauso è variabile. Il battito convinto delle mani scatta non appena il feretro compare, finita la cerimonia, sul portale della chiesa e termina solo quando l’auto del morto lascia la piazza e scompare.

Qualcuno afferma che, nel caso l’offerta sia quella di due distinte esequie, i veri plauditores italici si mobilitino e si trasferiscano da un tempio all’altro per non perdere un’occasione di manifestare il loro plauso.

Si tratta di un fenomeno frequente soprattutto a Roma, per cui alcuni intellettuali dell’urbe si sono spesso domandati se i buoni quiriti abbiano davvero un’occupazione o siano in molti percettori del reddito di cittadinanza.

 

 

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Articolo pubblicato il 23/11/2019