L'azzardo di Morgan

Un racconto di Maria Rosa Arena

Georgianna appoggiò le labbra allo specchio. Vi stampò un’impronta d’aria e rimase a guardarla svanire. Poi si mise le mani fra i capelli e infilandoci dentro le dita sottili, li pettinò ciocca per ciocca. Alcuni fili biondi caddero in terra. Altri volteggiarono per la stanza illuminati dai raggi del sole al tramonto. Morgan, sdraiato sul letto, la osservava in silenzio dalla penombra. Gli occhi blu, persi sulla schiena nuda della donna.

«Irlandese? Non è ora che tu vada?» gli disse lei accorgendosi del suo sguardo. Lo vedeva attraverso lo specchio: aveva la sensazione che le volesse afferrare qualcosa. Qualcosa che non era in vendita. Non come il resto di lei.

Morgan non disse nulla. Si alzò. I vestiti erano appoggiati sulla spalliera della sedia, piegati con cura. Il lino chiaro, profumava di fresco. Il cinturone in cui teneva il revolver cadeva verso il pavimento. Lo impugnò per primo. Cominciò a rivestirsi.

Si era tenuto addosso solo le calze. Come ogni volta.

Perché avesse sempre freddo ai piedi era un mistero. Forse aveva camminato troppo o troppo a lungo. O forse era la stessa cosa: in ogni caso, quella donna gli faceva salire il sangue al cervello e si svuotava da tutto il resto del corpo.

Quella donna, lo avrebbe fatto ammazzare...

 

«Quando posso tornare?» le chiese sistemando la pistola nella fondina sotto il braccio. La mano ferma.

Georgianna sorrise: «Tutte le volte che avrai da pagarmi, sarai il benvenuto» disse allungando una mano per riscuotere il prezzo della sua saliva. La sentiva ovunque. Che gli piacesse o meno, non aveva importanza. Si trattava di affari. Girò il capo e finse un distacco, rimbalzando elegantemente fuori dallo sguardo dell’uomo. Se ne pentì immediatamente.

Lo aveva ferito? Cristo Santo! Ma che voleva da lei quell’uomo?

 

Morgan pagò. S’infilò il capello e all’improvviso fece per afferrarla alla vita e portarla a sé. Lei cercò di sfuggirgli ma poi si appoggiò alle sue labbra schiuse. Sentì il suo odore, il suo respiro affannato, i battiti del suo cuore e lo respinse con le mani. Un’unghia si ruppe per la foga e Morgan indietreggiò col viso teso. Le sopracciglia aggrottate sugli occhi blu. Non capiva.

Ma in fondo, chi le capiva le donne? - pensò.

«Vattene! Hai già pagato...» urlò spingendolo oltre la porta e chiudendogliela sul viso. Lui si lasciò allontanare fissando il suo sguardo sparire velocemente nella fessura. Georgianna rimase appoggiata dietro la soglia, sussultando. Tentò di riallacciarsi il corsetto ma le dita finivano sempre per ritornarle alle labbra. Lì, dove sentiva ancora quel sapore. Unico. Il suo.  

 

Morgan stette ancora qualche minuto in attesa. Immobile davanti alla porta. Poi chinò la testa e uscì lentamente dal bordello di Pioche. Afferrò un sigaro dalla tasca e lo accese guardandosi attorno. Si aspettò di trovare George McKinney: per quella donna - quel bastardo - gliel’aveva giurata.

“Stanne alla larga” gli aveva urlato George, vedendolo uscire un giorno dal suo appartamento. E lui gli aveva riso in faccia.

«La vedremo, McKinney» gli aveva risposto Morgan. La mano a sfiorare la fondina nascosta dal lungo cappotto. Gli occhi brillanti.

 

All’uscita trovò invece Jim Levi. Il ragazzo lo aspettava, col capello calato sulle sopracciglia sottili.

«Mi stai seguendo?» gli chiese Morgan, mentre l’altro cercava di spostarsi il fazzoletto rosso dal collo alla bocca. La polvere roteava creando mulinelli grigi che sbattevano sui loro stivali e si alzavano ovunque. Il sole era ormai basso.

«Un irlandese che segue un altro irlandese? No. Ti tenevo d’occhio, semmai, amico mio» disse Jim con la voce ovattata dal tessuto premuto sulle labbra.

«Sai quanti ne ho fatti fuori in vita mia, ragazzo? Pensi che abbia bisogno del cane da guardia? L’hai vista questa?» e allargò un’ala del cappotto da cui scintillò la Smith &Wesson.

Jim sorrise e si calcò il cappello nero sulla fronte.

«Andiamo a bere qualcosa. Sento che stasera troveremo qualche altro pollo da spennare» disse Morgan avviandosi verso il saloon a pochi passi dal bordello.

Seguendolo in mezzo alla polvere sollevata dal vento, Jim ripensò al loro incontro. A quanto una persona, possa cambiarti la vita oppure fartela perdere. A lui, quell’uomo aveva fatto di meglio: gliene aveva regalata una nuova e inaspettata. Gli doveva tutto.

 

Morgan Courteney aveva una posizione di tutto “rispetto” sui tavoli da gioco, quello d’azzardo. E Jim Levy voleva imparare a tutti i costi. Gli si attaccò come una ventosa e l’altro lo fece fare. Arrivato in America dall’Irlanda, Levy si era unito ai cercatori nelle miniere d’argento di Pioche. Il Nevada era solo uno dei tanti posti che aveva intenzione di girare per arricchirsi, poi – a dio piacendo - avrebbe deciso dove fermarsi. Che fretta aveva? Il futuro era promettente.

Mentre la ferrovia si costruiva metro per metro, legno su legno, sudore su sangue, gente da ogni parte si radunava intorno ad essa e costruiva città, stazioni e benessere. Tutto correva nella medesima direzione e nulla tornava più indietro. Lui per primo.

Quando incontrò Morgan non poté evitare di notarlo: si vestiva in modo diverso da tutti. Abiti chiari di lino e un’ostentata bramosia di eleganza, unita a una fama che presto scoprì essere vera. Una scia di sangue e omicidi lo rendeva intoccabile e rispettato. Almeno fino a quel momento. Non vi era mai niente di certo in quella città, ne era consapevole. Per questo si teneva sempre pronto a fuggire. Morgan, lo aveva trattenuto più a lungo di quello che avrebbe pensato. Gli aveva anche insegnato a sparare. E accidenti se aveva imparato bene. Aveva un solo punto debole: Georgianna Syphens, una “colomba sporca”. E Jim avrebbe voluto impedirgli di finire ammazzato per lei: aveva conosciuto quel bastardo di McKinney. Aveva assistito alle loro liti per la donna. Morgan ci rideva sopra, lui, per niente.

 

Uscirono dal saloon che era già mattino. Gonfi di soldi e alcol.

«Facciamo un giro» disse Morgan. Si sentiva irrequieto.

Jim montò sul suo cavallo e guardò verso l’orizzonte facendo scorrere lo sguardo sulle rotaie della ferrovia. Pareva non esserci una fine. I colori rosa dell’alba finirono sul suo volto rosso da irlandese.

Morgan al suo fianco strinse gli occhi blu e si abbassò il capello sul viso. Diede un colpo alle reni dell’animale e galoppò verso una stazione. Jim lo seguì. Quando arrivarono scoprirono che era deserta. Un coniglio si nascose velocemente dietro un cespuglio. Il silenzio era ovunque. Tranne che nel vento che trascinava la polvere.

«Cosa sarà successo?» chiese Jim all’amico, stringendo con le cosce i fianchi del cavallo.

«E chi lo sa. Tutto sta cambiando così velocemente...» rispose Morgan. Si sentiva stanco quel giorno. Avevano giocato a poker e a “faro” tutta la notte. E aveva bevuto fino a non poterne più. Un povero fesso a cui avevano portato via tutti i soldi si era impiccato a un albero poco distante dal saloon. Penzolava col viso viola e la lingua fuori. Nera, sotto la luna. Non si sentiva in colpa: – “Alla fine, ognuno della propria vita ne fa ciò che vuole” – ma perdio, gli era sembrato un brav’uomo.

«Basta. Torno indietro, questa sella mi sta ammazzando» disse Morgan «e voglio andarmene a dormire. Vacci anche tu Jim! Riposiamoci un po’ o stasera non combineremo nulla».

Jim non se lo fece dire due volte. Sbadigliò e dette un colpo di tacco al fianco del cavallo. Tornarono verso la città, lasciandosi la stazione deserta alle spalle.

 

A Pioche, si salutarono. Jim lo vide cavalcare verso il bordello. Storse il naso. Ma fu distratto dal dolore che sentiva ai piedi: gli stivali gli facevano male. Gli ultimi li aveva dovuti buttare dopo che un serpente a sonagli gli si era attaccato e ci aveva fatto due buchi attraverso la pelle. Il serpente era morto – pace all’anima sua - ma il pietrisco continuavano a entrare attraverso le fessure e gli spaccava i piedi. Non vedeva l’ora di toglierli.

«Andare a dormire, eh?» disse sogghignando guardando l’amico allontanarsi sul cavallo. La coda svolazzante dell’animale, nera sotto la luce del giorno ormai fatto.

 

Morgan entrò nel bordello e bussò piano alla porta. Dietro al legno scuro si sentì una voce impastata: «Chi è a quest’ora?»

«Sono io» disse Morgan: «Voglio solo dormire».

Georgianna, i capelli spettinati e senza trucco aprì la porta.

«Irlandese? Pagherai anche per quello, che credi?» lo fece entrare. Lo guardò spogliarsi e infilarsi nel suo letto. Poi gli si mise accanto e tirò su le coperte. Infilò il suo viso dove prima aveva la pistola e ne sentì il calore. Si appoggiò a lui, chiudendo gli occhi. Morgan rimase ancora qualche secondo a fissare il soffitto e capì: il vero – unico - gioco d’azzardo era sempre stata lei.

 

Quella sera Jim si vomitò l’anima. Si sentiva come se avesse avuto la febbre.

“Saranno stati quei fagioli e quel mais...non avevano un buon odore...” si disse ficcandosi sotto una coperta spessa.

Morgan capirà se non mi vede arrivare e... - si addormentò russando forte.

 

Morgan entrò nel saloon e si guardò intorno. I tavoli dei giocatori erano già affollati. Il fumo dei sigari ammorbava l’aria. Ogni tanto qualche bestemmia si perdeva nei tavoli del poker, altre in quelli del faro: il suo gioco preferito. Cercò Jim ma non lo vide. Non se ne preoccupò. Chiese del whisky, lo bevve tutto d’un sorso e cominciò a fissare i probabili fessi di turno.

Non se lo aspettava: McKinney gli si palesò davanti. Era visibilmente ubriaco.

«Ecco il nostro damerino» disse rivolto a tutti, alzando la voce.

Morgan lo guardò allargando un sorriso sui denti bianchi:

«Invidia, eh?».

L’altro non rise: «Ti avevo detto di lasciare perdere Georgianna, brutto schifoso di un irlandese! E tu che fai? Insisti?» disse schiumando saliva fra le parole biascicate.

«Questi non sono affari tuoi, George. Sei tu che devi toglierti dai piedi. Torna al tuo traffico d’argento, se ne sei capace. Sei solo un caprone inacidito. E puzzi allo stesso modo...» rispose Morgan sedendosi tranquillo al tavolo.

McKinney tese i pugni verso l’alto e continuò. I toni si alzarono.

«Porco irlandese! Sei un porco irlandese!» urlò additandolo, cercando di reggersi in piedi sulle gambe malferme.

Gli altri smisero di parlare. Il fumo si condensò sulle loro teste come una nuvola d’inverno.

Morgan cominciò a innervosirsi: «Non sparo agli ubriachi» disse impugnando le carte con una mano: «Vatti a fare un giro e poi ne riparliamo» disse accarezzando il rivolver sotto l’ascella con la mano libera.

McKinney rimase in silenzio. Il volto violaceo e la saliva che gli colava sul mento. Alcuni amici lo presero per le braccia e lo trascinarono fuori. Si calmò. Morgan li vide radunarsi fuori dal saloon. Li vide stringersi fra loro e parlare a bassa voce. Alla fine si diedero grandi pacche sulle spalle. Sentì George sghignazzare forte e poi lo vide allontanarsi. Barcollando. Prima, gli fece un gesto che non capì. Pareva una strizzatina d’occhio. Un serpente l’avrebbe fatta meglio.   

 

Morgan decise d’ignorarla. Si rilassò. Giocò al tavolo per diverse ore. Poi pensò di avere vinto abbastanza e si alzò dalla sedia. Finì l’ultimo bicchiere di whisky e uscì dal saloon. Aveva un solo pensiero.

 

Cosa gli aveva detto Georgianna poche ore prima?

Che lo amava. E lui glielo aveva fatto ripetere. Tante volte fino a che non lo aveva mandato al diavolo. E come rideva. Anzi, sorrideva. Coi capelli intrecciati e gli occhi grandi.

E poi lo aveva baciato. - Sta attento, irlandese – gli aveva detto prendendogli il viso fra le mani.

E a chi? Chiese lui. Lei lo abbracciò.

E aveva pensato che...

 

Un dolore lo colse nella schiena. Improvviso. Era uno sparo quello che aveva sentito? Un bruciore gli afferrò i polmoni. Ispirò ma tossì. Un secondo sparo. La pelle si frantumò. Il bianco dei vestiti di lino diventò rosso. Sentì qualcosa artigliargli il cuore e impugnarlo per strapparglielo dal petto. Lo sentì battere all’impazzata mentre giunse il terzo sparo. Cercò il revolver con la mano ma le gambe gli cedettero e finì con la faccia per terra. Sentiva la polvere in bocca. Il sangue gli usciva assieme alla saliva e masticò quel resto che usciva cercando di sputarlo. Il quarto sparo lo prese a un orecchio. E poi qualcuno gli mise un piede sulla schiena. La mano chiusa a pugno si allargò e fu schiacciato fra la polvere. Pensò per qualche secondo che non aveva detto a Georgianna: “Anche io” e se ne rammaricò mentre il quinto sparo gli entrò direttamente nel cervello. La luce si spense e Morgan sognò di morire. Gli occhi blu spalancati e un mezzo sorriso sporco di polvere che non vide nessuno.

 

Lo tenne per sé. Come tutto il resto.

 

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Articolo pubblicato il 19/01/2020