L'Archeologia Industriale in Italia

Qualche semplice riflessione sullo stato dell'arte, di Marco Montesso (seconda e ultima parte)

La  Prima Parte dell'articolo è leggibile qui.

Si pensi poi alle tecniche di scavo derivate dalla Matrice di Harris, stratigraficamente rilevanti, le teorie della New Archaeology, britannica per inciso pure questa, lo sviluppo e l’affermarsi dell’Archeometria, che ha avuto in Italia uno dei massimi studiosi a livello internazionale, delle scienze legate ai beni culturali, ecc.

Insomma il progresso, piaccia o no, è inarrestabile. Sempre e per tutto. Ovviamente si deve altresì riconoscere la natura “differente” dell’A. I. Non sempre si scava, ma si scava, comunque si cataloga in un modo o nell’altro, da archeologo.

Molte volte il manufatto industriale non presenta minimamente rilievo dal punto di vista del capolavoro o quanto meno di manufatto d’arte, artigianato pregevole, che per un archeologo pur se non più determinante, come si è visto, ha sempre un certo valore che si rifletterà sul futuro pubblico di mostre e musei sempre attratto a questi aspetti. Tuttavia esistono forme diverse di “bellezza”, intuibili senza scomodare l’Estetica, dunque opportunamente illustrata genera ugualmente esposizioni, come accade da decenni ormai, d’interesse pubblico. Molte volte il manufatto più o meno completo è inserito in contesti urbani molto edificati, in quanto nei tempi le periferie, ove sorgevano un secolo fa le fabbriche, per esempio, sono state inglobate nei centri. Questo può in certi casi comportare una difficoltà di fruibilità da parte del pubblico, nel caso di recupero, pure se con cambio d’utilizzo; si pensi al Lingotto di Torino, la ex Gare d’Orsay a Parigi ad esempio, anche perché spesso l’area su cui insiste il “sito A. I.” è più o meno altamente degradata. Pur tuttavia è anche capitato, negli ultimi anni, in Italia come altrove, che recuperando un sito industriale dismesso si sia sviluppata per i luoghi finitimi una politica di bonifica portante alla sua rivilitalizzazione con benefici per tutta la comunità.

Sicuramente, e ciò è implicito in quanto affermato prima, un’altra differenza con l’Archeologia, tradizionalmente nota, sta nel fatto che il cambio di utilizzo non è contemplato per un tempio o una necropoli. Ma ogni disciplina, pur appartenente ad una famiglia superiore dello scibile, si è e si deve differenziare necessariamente, proprio per giustificare le molteplici articolazioni del sapere umano.

Non privo di logica, invece, è stato il dibattito avvenuto già oltre un paio di decenni fa, tra eminenti studiosi dell’Archeologia classica patria circa il periodo da prendersi in considerazione all’interno del quale definire e sviluppare l’A. I., Carandini e Settis in particolare.

Se, ancora una volta, nel mondo anglo-americo-sassone e mitteleuropeo, nella maggioranza degli studiosi non si è mai pensato che i termini cronologici della disciplina fossero diversi da quelli che definiscono la c. d. “Rivoluzione Industriale”, seconda metà del diciottesimo secolo in G.B., un po’ dopo in quella parte del Continente; in Italia, in particolare ma anche in altri Paesi del Sud Europa e Balcani, vi erano delle incertezze. Il dibattito in questione ebbe il merito di definire in termini sincronici il busillis. Come esiste una temporalità definita per l’Archeologia Romana, ad esempio, deve necessariamente esistere per l’Archeologia Industriale. Già ai tempi di questo dibattito la si definì prendendo buona la summenzionata soluzione British Style.

Il fatto non è comunque da considerarsi da poco in quanto alcuni studiosi continentali, non solo italiani, avevano proposto la soluzione in termini diacronici. Essi ragionarono che essendo l’Uomo, da millenni ormai, Faber si può far risalire lo studio dell’industrialità sin dai tempi pre proto-storici.

Si pensi alle fabbricazioni di strumenti di lavoro, armi, suppellettili, ecc. di cui son pieni i musei del Mondo e ricchi gli scavi praticati ovunque. Vicino a Torino c’è un sito studiato dall’Università da decenni e visitato da molta gente che risale all’epoca preromana e che da Roma venne chiamato Industria. Ciononostante è stato, giustamente, contestato che per Archeologia Industriale si debba intendere lo studio dei siti industriali dismessi quali lo stabilimento, luogo apposito creato per produrre manufatti seguendo una tecnica logica, quali i macchinari che la permettevano, le infrastrutture che la mettevano in relazione con il “mercato”, ecc. A proposito dei macchinari, per inciso, si deve pensare che in molti casi essi siano il vulnus maggiore per la Materia, in quanto per l’ovvia obsolescenza cui essi, in tempi più o meno lunghi, vanno incontro nel periodo di vita dello stabilimento sono stati quanto meno modificati e soprattutto cambiati.

Per questo motivo non è impresa facile per l’archeologo industriale ricostruire al meglio le fasi produttive del manufatto architettonico che si trova ad analizzare. Spesso anche la documentazione cartacea di questi macchinari, o almeno i cataloghi delle case produttrici, non sussistono più e ciò perché, in particolar modo ancora in tempi relativamente recenti, spesso i Tecnici e gli Ingegneri che sovrintendevano ai processi produttivi, per la loro stessa forma mentis vocata sempre alla ricerca del nuovo, tendevano a sbarazzarsi sistematicamente di ogni strumento e relativo supporto cartaceo quando fossero divenuti obsoleti e quindi non più effettivamente funzionali ai loro scopi.

Analogamente anche per gli storici industriali non è facile spesso ricostruire su documenti originali, tra i quali i disegni dei progetti, ecc. le stesse vicende sviluppatesi nei tempi delle imprese, anche le più prestigiose. Al limite venne accolta la proposta di alcuni studiosi del mondo germanico, in primis, che anticipava di un secolo la data “britannica” poiché prendeva in considerazione la nascita e lo sviluppo del sistema produttivo dell’industria estrattiva in termini moderni. In vari Paesi dell’Europa Centrale è presente sin dal Seicento un rilevante ambito minerario così concepito.

In conclusione si può affermare che la A. I. può da tempo ormai anche in Italia definirsi una disciplina a se stante, oggetto di insegnamenti, come si vedrà pure e meglio nelle Appendici, universitari, master, corsi di specializzazione, conta riviste, Enti e Fondazioni. Anzi è bene ricordare che questi ultimi furono alla base di tutto il processo che ha portato a questi prestigiosi traguardi.

L’Italia sempre di più e meglio si svilupperà, grazie a loro ancora ed alle future generazioni con preparazione accademica, in questo settore.

Utile spesso anche a contrastare, come si è visto, il c. d. degrado urbano. Oltre ad essere in utile rapporto con le discipline confinanti, che pure trattano manufatti moderni produttivi, quali l’Archeologia Rurale, di cui pure si tratterà nel Manuale, l’Archeologia Tecnologica e dei Mezzi di produzione.

Tutte poi queste materie concorrono a scrivere le pagine della storia più recente, a proposito dei mutamenti antropici dell’ambiente, della, pur poi qui trattata, Archeologia del Paesaggio.

 

Marco Montesso

(montesso.marco@icloud.com)

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Articolo pubblicato il 02/04/2020