Chi è Nino Di Matteo, ritratto del pm più scortato (e divisivo) d’Italia. Dopo la «rottura» con Bonafede resta un simbolo per i Cinque Stelle? Di Giovanni Bianconi
Nino Di Matteo

La telefonata a sorpresa a Non è l’Arena e il retroscena sul mancato approdo al Dap «per volere dei mafiosi» ultima tappa di una carriera in prima linea. Da Falcone e Borsellino alla trattativa Stato-Mafia

Il motivo per cui Nino Di Matteo abbia deciso di rivelare pubblicamente ciò che in due anni aveva confidato solo a qualche amico — vale a dire la proposta di affidargli il governo delle carceri italiane, avanzatagli e ritirata nel giro di 48 ore dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede — lo conosce solo lui. Ma di certo ha colto tutti (o quasi tutti) di sorpresa la sua telefonata semi-notturna alla trasmissione Non è l’Arena, su La 7, in cui ha raccontato l’episodio che risale a fine giugno 2018.

 

C’è perfino chi pensa che il magistrato antimafia, oggi componente del Consiglio superiore della magistratura, sia rimasto deluso per non essere stato richiamato nei giorni scorsi dal Guardasigilli, dopo la decisione di cambiare il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap); è però difficile immaginare sia che Bonafede decidesse di rivolgersi a un attuale consigliere dell’organo dell’autogoverno dei giudici, sia che Di Matteo avrebbe eventualmente accettato, essendo stato eletto dai colleghi a quella carica appena pochi mesi fa.

 

Le inchieste su Falcone e Borsellino

Ma al di là delle motivazioni che hanno scoperchiato questo piccolo retroscena (provocando un colpo di scena) sulle decisioni del ministro grillino appena giunto in via Arenula in un governo che all’epoca era di coalizione con la Lega di Matteo Salvini, la rivelazione di Di Matteo aggiunge un altro capitolo a una carriera ricca di episodi che l’hanno reso famoso e noto al grande pubblico. Soprattutto quello che segue con costanza le vicende della mafia e dell’antimafia. 

 

Palermitano di 59 anni appena compiuti, appassionato di calcio e grande tifoso della squadra della sua città, magistrato dal 1991, ha legato la quasi interezza della sua attività inquirente alle indagini sulle stragi del 1992. Era appena approdato alla Procura di Caltanissetta come giovane pubblico ministero quando su quel piccolo ufficio giudiziario piombò il peso delle inchieste sulle bombe che tra maggio e luglio del 1992 uccisero Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini e le donne delle rispettive scorte. Esplosioni che hanno squarciato la storia d’Italia. 

 

Da allora Di Matteo ha inseguito e ricostruito pezzi di verità mai completi, a volte contraddittori, raccogliendo le dichiarazioni di pentiti (compresi quelli falsi che hanno provocato il depistaggio sulla morte di Borsellino), districandosi con difficoltà ma anche con dedizione e intelligenza nel dedalo dei misteri che non riguardavano solo la mafia.

 

«La fine del tonno»

Proprio a proposito del depistaggio, è stato ascoltato come testimone sia dai colleghi che ancora oggi indagano su quell’oscura manovra, sia dal Csm (quando non ne faceva parte), rivendicando il ruolo marginale avuto nella fase in cui il falso pentito Scarantino costruì il castello di bugie (ritrattate, poi confermate, poi nuovamente ritrattate), e di aver fondato le sue ricostruzioni giudiziarie su ben altre e più solide prove. Sempre esortando se stesso e i colleghi ad andare avanti nella ricerca della verità, anche la più scomoda, su eventuali intrecci inconfessabili fra mafia, apparati istituzionali ed eventuali «mandanti occulti» di stragi e delitti eccellenti.

 

Anche per questo, per il suo costante impegno nelle indagini sui segreti più segreti di Cosa Nostra, proseguito quando da Caltanissetta è arrivato alla Procura di Palermo (prima nel pool guidato dall’allora procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone, poi spostandosi su posizioni diverse all’interno dello stesso ufficio per via dei contrasti sulla conduzione dell’indagine a carico dell’ex governatore della Regione Totò Cuffaro), Nino Di Matteo ha subito costanti minacce da parte dei boss mafiosi. Fino a quelle pronunciate direttamente da Totò Riina, il «capo dei capi», che diceva esplicitamente al suo compagno di passeggio nel carcere in cui era rinchiuso al «41 bis», di volergli far fare «la fine del tonno», com’era successo con Giovanni Falcone.

 

Un simbolo da attaccare

Così Di Matteo, mentre conduceva prima l’indagine e poi il processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia (fondata in parte anche su pressioni e concessioni riguardanti le condizioni detentive dei capimafia in carcere, guarda caso), insieme ad altri colleghi tra cui il più giovane Roberto Tartaglia (ora scelto da Bonafede come vice-capo del Dap), è diventato il magistrato più scortato d’Italia. Nonché il simbolo da attaccare per chi riteneva quel processo una costruzione meta-giuridica, un’invenzione o una caccia alle streghe, anche dopo le condanne in primo grado che hanno accolto le tesi dell’accusa.

 

Il simbolo del M5s

Ma contemporaneamente è divenuto, ed è tuttora, il simbolo di un’altra fazione in campo: quella dell’antimafia militante, delle «agende rosse» e di tutti i sostenitori del pool anti-trattativa, se così si può chiamare. Che hanno trovato nel Movimento 5 stelle il loro naturale sbocco politico; il partito del ministro Bonafede. Al punto che già prima delle elezioni del 2018 si è cominciato a fare il nome del pm come possibile ministro della Giustizia di un governo a partecipazione grillina, possibile capo del Dap e tante altre cose.

 

Fino all’episodio ora svelato da Di Matteo che nel frattempo — lasciata Palermo, dove il rapporto con il nuovo procuratore Francesco Lo Voi non è mai decollato — è sbarcato prima alla Procura nazionale antimafia e poi (all’esito delle elezioni suppletive seguite allo scandalo Palamara) al Csm.

 

La ricerca della verità

Candidato dalla corrente di Autonomia e indipendenza guidata da Piercamillo Davigo, dalla quale però si è subito distinto per l’indipendenza rispetto alle posizioni del gruppo. Ma passando da un incarico all’altro, scrivendo pure qualche libro sempre sullo stesso argomento, ha continuato a ripetere che lui o altri avessero il dovere di proseguire a cercare la verità sulle stragi e i patti occulti tra lo Stato e la mafia. Evocati anche nelle recentissime dichiarazioni con cui ha stigmatizzato le scarcerazioni di qualche boss di Cosa nostra, camorra e altre organizzazioni criminali.

 

Alcune delle quali addebitate (non da Di Matteo, almeno nelle dichiarazioni pubbliche) all’inadeguatezza dell’Amministrazione penitenziaria. La stessa che aveva deciso di accettato di guidare, due anni fa, prima che il ministro ritirasse la proposta.

 

Corriere.it

 

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Articolo pubblicato il 05/05/2020