Pandemia e differenze di classe

Massimo Centini per Civico20News

Qualche mese fa, quando la pandemia si profilava all’orizzonte, un caro amico ultraottantenne che per tutta la vita si è occupato di finanza, mi ha detto: “Questa epidemia accentuerà ancora di più le differenze di classe”. Facile dargli ragione adesso davanti allo scempio sociale ed economico che abbiamo sotto gli occhi.

 

“Il governo non lascerà indietro nessuno” abbiamo sentito in una dei tanti bla bla televisivi, eppure indietro ne sono rimasti tanti, siamo rimasti in tanti. Ideali di uguaglianza e reciproca assistenza traditi, come sempre è stato: soprattutto in tempi di crisi in cui ci sono persone che danno senza remore e con grande altruismo, poi ci sono i parassiti e i lapin, i primi capaci di speculare su tutto dalla borsa alle mascherine, fino al pane. I secondi, quelli che si sono messi in mutua per togliersi ogni cruccio, o si sono rifugiati nelle seconde case ignorando (?) che oltre all’abbonamento Sky e i videogiochi c’era il rischio che si portassero anche una manciata di virus da distribuire ad autoctoni ancora indenni.

 

E poi ci sono quelli a cui non pensa nessuno – oltre a tutti gli operatori sanitari, professionisti e volontari, farmacisti compresi – cioè le categorie fondamentali, dalle cassiere dei supermercati ai corrieri, dai benzinai ai giornalai, passando per i netturbini e numerose altre. I mestieri più duri li fanno le fasce più deboli, quelle che corrono più rischi di altri durante la pandemia.

Nessuno va sul balcone a cantare e battere le mani per questa gente. Gente che nella maggior parte dei casi appartiene a categorie sociali stanziate nelle periferie, che fatica ad arrivare a fine mese, che non ha garanzie e se va bene vive in un alloggetto in cui si sta in quattro in pochi metri quadri.

Ecco perché la pandemia ha accentuato le differenze.

 

La quarantena ha poi ulteriormente posto in evidenza le differenze sociali: un conto è l’isolamento in un alloggio grande, con ampi balconi, o addirittura terrazzo, magari in una casa con giardino; un altro conto è essere in quattro in un bilocale.

Avevo scommesso che i nostri politici avrebbero fatto il bel gesto di rinunciare a un mese di stipendio per contribuire a quello slogan “Nessuno sarà lasciato indietro”, per fortuna ho scommesso solo 5 euro.

Intanto con la bolletta della luce è giunto anche il canone tv. Una tv che continua a darci l’impressione che l’affabulazione ormai ci abbia così inebetito da non riuscire più ad avere un’idea personale, una reazione, un motto di dignitosa disobbedienza civile alla Thoreau.

 

E li vedi tutti che te la raccontano con alle spalle sempre e solo librerie: come se a leggere fossero solo gli intervistati. Si passa da quelle Ikea a quelle più raffinate: ma fate attenzione e cercate di vedere di che si libri si tratta. Ne troverete tanti di viaggi, e poi quelli che le banche donano ai correntisti danarosi, poi cataloghi di mostre (quelli che la categoria della maggior parte degli opinionisti intervistati riceve in dono) e non mancano quelli venduti insieme ai quotidiani. Questa è la scenografia nella maggior parte dei casi.

 

Ma perché non fanno una bella diretta dalla cucina, con il frigorifero alle spalle con i magneti e la lista della spesa attaccata? Non lo fanno perché non fa figo: le interviste in cucina, fateci caso, le fanno alla povera gente coinvolta in disgrazie, a quelli che hanno perso il lavoro, oppure a un anziano o a un invalido senza pensione.

Anche l’ambientazione contribuisce ad accentuare le differenze, a inglobare le classi sociali-culturali in bozzoli che normalizzano gli status, rendendo quasi impossibile in passaggio da uno all’altro.

 

E mentre i soliti si sbattono per fare in modo che si continui ad avere acqua, gas, luce, posta, immondizia prelevata, cibo per uomini e animali, ecc. i radical chic filosofeggiano sul Web intorno ai vantaggi dello smart working, consigliano quali classici rileggere, postano la foto della torta o dello spezzatino vegano, oppure il video mentre raccontano una fiaba al figlio piccolo.

Ma chi se ne frega… Per non parlare dei radical chic vip: le cui quarantene dorate sembrano fatte apposta per prendere in giro la maggioranza di noi. Roba da feudalesimo.

 

Uno storico, Walter Scheidel, in un libro peraltro abbastanza recente, La grande livellatrice, ha sostenuto la tesi secondo la quale le grandi epidemie hanno avuto il ruolo di ridurre le disparità: lui ha ragionato sulle peste nel medioevo, quando in effetti, dopo la grande distruzione portata dal morbo, si ebbe un effettivo miglioramento delle condizioni dei lavoratori.

 

Ma il modello non va bene per oggi: con il nostro bassissimo tasso di natalità, con molti posti di lavoro perduti e che non ritorneranno più e con differenze socio-economiche incolmabili. Si aggiunga che il “Guardian” ha pubblicato un documento del Public Health England, agenzia del Dipartimento della sanità e dell'assistenza sociale nel Regno Unito, secondo il quale la crisi durerà fino alla primavera del 2021. Non c’è certo da stupirsi.

 

Comunque, anche senza proiettarsi in prospettive distopiche, abbiamo capito che i virus, per loro natura democratici e non mossi da odio specifico, si limitano a colpire e a uccidere, in realtà hanno territori di caccia in cui le prede non sono tutte uguali.

 

Forse anche i virus fanno distinzione di classe?

 

Massimo Centini

                                                                       

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Articolo pubblicato il 14/05/2020