Miniere e aree sacre alla Bessa - Escursioni in periodo di Corona virus

In questo periodo in cui da più parti ci sottolineano l’importanza di evitare assembramenti e la frequentazione di luoghi molto frequentati, suggeriamo un’escursione particolarmente interessante, in un luogo sicuramente poco frequentato e dove è possibile ritrovare le tracce del nostro passato lontano.

 

Con un’estensione di circa otto chilometri quadrati, in un’area compresa tra i comuni di Cerrione, Zubiena e Mongrando, la Bessa propone un insolito paesaggio, dove sono presenti grandi cumuli di ciottoli fluviali, che in alcuni casi giungono a notevoli altezze, tanto da sfiorare i dieci metri.

Profondamente segnata dalle movimentazioni dell’ultima glaciazione, la Bessa risulta caratterizzata sia dalla millenaria azione di trasformazione geologica naturale, che da quella attuata dall’uomo dall’antichità fino a tempi relativamente recenti.

 

A prima vista si tratta di un’immensa pietraia incuneata tra la Serra d’Ivrea e il Biellese, costituita da materiali riportati già nell’antichità dell’uomo impegnato nella ricerca delle sabbie aurifere. Le pietre, con i depositi alluvionali, erano quindi "scarti" della lavorazione che furono ammassati nel tempo, fino a costituire gli immensi crinali ancora oggi visibili.

 

Oggi Riserva naturale Speciale della regione Piemonte, la Bessa merita assolutamente una visita – prima però consigliamo di procurarsi la necessaria documentazione cartografica – poiché le attrattive archeologiche in apparenza meno “d’effetto” di altre, in realtà sono nella condizione di raccontarci moltissimi aspetti della storia e della cultura del in cui quest’area fu una miniera con un ruolo rilevante, prima e durante l’occupazione romana.

 

Nell’area del grande deposito litico, sono state individuate tracce di solchi per cariaggi di epoca romana, oltre a reperti fittili di diverso tipo e resti di capanne. Un’analisi in panoramica del sito e la valutazione del grado di antropizzazione, indicano con certezza lo stretto rapporto tra la Bessa e l’attività mineraria, in un periodo all’interno del quale si può collocare anche l’epopea dei Salassi.

 

Si aggiunga che il paesaggio risulta contrassegnato dalla presenza di avvallamenti e canaloni – in alcuni sono evidenti segni di antropizzazione – e poi da terrazzamenti chiusi da muretti a secco, realizzati in vari periodi storici, una parte certamente molto tempo fa, quando nella zona le popolazioni autoctone avevano dato inizio all’attività mineraria.

 

In origine furono prima le popolazioni autoctone e poi i romani a trasformare questo sito in una miniera a cielo aperto dalla quale trarre l’oro (aurifodinae), deviando e canalizzando le acque dei torrenti Viona, Elvo e Olobbia. L’operazione di filtraggio dell’acqua per effettuare la ricerca delle preziose scaglie d’oro, richiedeva la rimozione delle pietre, che con le loro dimensioni rendevano più difficile il lavoro di setacciatura. La grande quantità di ciottoli rimossi, come si diceva, è ancora ben visibile in sito e conferisce all’ambiente un aspetto singolare e unico.

 

Il primo autore del passato a darci notizie su la Bessa è lo storico e geografo greco Strabone che,  nella sua Geografia (IV, 6-7), ne fa riferimento quando si sofferma sulle contese sorte tra i Salassi, stanziati a nord, e le popolazioni della pianura, poiché i primi deviavano il corso dei torrenti per le attività di lavaggio dell’oro, privando dell’acqua gli abitanti che si trovavano a valle e dediti alla pastorizia e all’agricoltura.

 

La situazione cambiò radicalmente quando il complesso minerario della Bessa entrò a far parte dei possedimenti romani, pur non essendo l’oggetto principale della politica espansionistica  imperiale. Una politica che, come è noto, non aveva nell’oro dei Salassi il proprio traguardo, ma che invece  poneva  il controllo dei valichi alpini nel punto focale della sua strategia.

 

Da Plinio il Vecchio apprendiamo che un apposito decreto del Senato romano (lex censoria) imponeva che nelle “miniere di Ictimula” fossero impiegati non oltre cinquemila uomini (Naturalis Historia, XXXVI): ragionevolmente possiamo credere che Ictimula fosse un villaggio non lontano dall’area della Bessa.

A margine ricordiamo che l’identificazione dell’area della Bessa con le aurifodinae di Ictimulae trova riscontro anche nella testimonianza di un testo alto-medievale (VII sec d.C.) dell’Anonimo Ravennate e che si riferisce a una “civitas Victimula … iuxta Eporediam…”.

 

Accanto alla notevole quantità di rilevanze archeologiche atte a documentare tecniche e metodi messi in campo per lo sfruttamento delle miniere aurifere, alla Bessa non mancano tracce relative alla dimensione soprannaturale, che qui trova alcuni interessanti riferimenti nelle incisioni rupestri presenti in vari punti dell’area archeologica.

Nella prevalenza si tratta di coppelle, circa seicento presenti su una cinquantina di massi: si ritiene che queste opera – quantomeno una parte – possano risalire a periodi precedenti l’utilizzo minerario dell’area: tra il V e il IV secolo a.C. L’estensione prevalente si trova tra le frazioni Filippi e Vermogno, in posizioni poco lontano dagli stanziamenti abitativi.

 

Oltre al grosso corpus costituito da coppelle (una parte collegate da canaletti), vi sono incisioni che tendono all’ovale e alcune cosiddette pediformi, cioè con forma ricavata dall’impronta del piede, forse quello dello stesso esecutore. Altre sono state ottenute operando su spaccature e fratture naturali.

Si ritiene che gli uomini della preistoria abbiano iniziato a incidere i massi della Bessa dall’Età del rame, continuando poi nel tempo: non va esclusa, come documentato in altri siti, che la realizzazione di graffiti si sia estesa nel corso del tempo, entrando a far parte del patrimonio culturale fino a tempi relativamente recenti e considerata soprattutto una pratica apotropaica.

 

Per esempio, nell’area attigua a quella delle incisioni, il “Roc d’la sguia” (roccia della scivolata): un masso segnato dall’azione dei ghiacciai sul quale le donne, seguendo una tradizione antichissima e presente in altre località agresti, scivolavano per favorire la maternità. Un’azione che ha la sua origine nelle molteplici tradizioni connesse alla fertilità, ancora vive nel folklore, e legate al ruolo sacrale riconosciuto ad alcune masse litiche, antropizzate o ritenute dotate di valenze soprannaturali.

 

Si pone su questa scia la stele antropomorfa rinvenuta abbattuta in località Fontana del Buchin: le tracce d’intervento umano sono evidenti, anche se la forma appare ancora molto rozza. La sua lavorazione fu abbandonata e quindi non venne mai completata: non è ovviamente possibile stabilire le motivazioni di tale scelta. Quale fosse il suo ruolo non è possibile stabilirlo, ma il confronto con altre opere analoghe, induce gli archeologi a collocare l’opera nella seconda parte dell’Età del ferro (IV-II secolo a.C.) e a porla, come le altre, sulla scia di culti legati alla celebrazione di divinità o antenati.

 

Domandiamoci: chi furono gli autori di questi segni sulle pietre? Quasi certamente genti stanziate in zona prima che le aurifodinae divenissero un sito molto frequentato e sfruttato soprattutto per le sue peculiarità minerarie. E in quel periodo cessò quindi ogni attività connessa al culto seguendo la tradizione più antica? Non possiamo dirlo, poiché, non vi è modo di correlare cronologicamente le incisioni rupestri al periodo di sfruttamento delle miniere.

 

È stato suggerito che le maestranze attive nel cantiere di Victimula non fossero damnati ad metallum, quindi schiavi, ma operai regolarmente impegnati nell’importante giacimento, non interpretabile certamente come un campo per lavoratori forzati.

Quando le miniere passarono ai romani, probabilmente dopo la sconfitta dei Salassi, i nuovi proprietari, per calmierare i lavoranti, tra i quali si aggirava una continua aria di rivolta, applicarono la Lex Censoria, con la quale come già indicato si limitava a cinquemila il numero degli addetti alle miniere.

 

Plinio avverte: “esiste tuttora una legge censoria della miniera d’oro d’Ictimula, nel territorio vercellese, con la quale si proibiva che i pubblicani avessero al lavoro più di 5000 uomini” (Naturalis Historia, XXXIII,15).

Questa legge parrebbe quindi una chiara espressione della volontà di limitare eccessive concentrazioni umane, poiché brodo di coltura per potenziali rivolte in zona di confine. Si può però anche pensare che questa scelta vene attuata per evitare che troppa mano d’opera fosse sottratta all’attività agricola.

 

L’impostazione politico-economica adottata nell’area aurifera della Bessa, sembra essere un’effettiva applicazione della Lex Mineraria romana, che prevedeva l’appalto di miniere o di cave per conto dell’imperatore, il quale assegnava a un Procurator Metallorum, coordinato da diversi operatori incaricati della parte tecnica la gestione dei lavori. Erano inoltre prescritte precise norme sull’impostazione interna dei cantieri che, oltre a definire la posizione dei pozzi, dei canali e delle strutture, imponevano anche un rigido controllo dei materiali scavati e severe punizioni per i trasgressori.

 

Sulla base delle testimonianze archeologiche della Bessa, gli archeologi ritengono che le aurifodinae fossero attive in un periodo compreso tra la seconda metà del II secolo a.C. e la metà del I d.C. Sappiamo, da Strabone, che le miniere furono abbandonate poiché decisamente meno produttive di quelle della Gallia e della Spagna; questo dato è confermato anche da Plinio che, oltre a ricordare il divieto romano di impiegare più di cinquemila operai nelle miniere di Victimula, attesta la forte reddittività di quelle della Gallencia e dell’Asturia: “le miniere non sono oggidì curate granché, forse perché‚ sono più redditizie quelle che si trovano nella celtica transalpina e nell’Iberia. E vi era un tempo una miniera d’oro anche a Vercelli che è un borgo vicino a Ictimulae”.

 

 

 

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Articolo pubblicato il 05/06/2020