Persino l’uccisione di George Floyd a Minneapolis viene sfruttata contro ebrei e Israele. Di Ben-Dror Yemini

Il riflesso pavloviano degli antisemiti è talmente prevedibile che sarebbe persino noioso, se non fosse tragico.

Qualunque e qualsiasi disastro o crisi affligga la Terra, è solo una questione di tempo prima che gli ebrei o Israele ne vengano ritenuti responsabili.

 

Il coronavirus si è guadagnato qua e là il soprannome di “peste ebraica” giacché nel 2020, proprio come nella pandemia di peste del XIV secolo, ne sono stati accusati gli ebrei. Il Ministero israeliano degli affari strategici ha già pubblicato un rapporto sull’argomento intitolato “Il virus dell’odio”. Anche l’Anti-Defamation League e il Kantor Center for the Study of Contemporary European Jewry hanno pubblicato rapporti sull’argomento.

 

Avevamo appena iniziato a occuparci dell’odio innescato dall’epidemia di coronavirus ed ecco che gli antisemiti in servizio permanente effettivo sono strisciati fuori dall’oscurità per mettere in circolazione un’altra storia. Sostengono che l’ignobile uccisione di George Floyd a Minneapolis è frutto dell’addestramento impartito dalla polizia israeliana agli agenti di polizia americani. Naturalmente sono molti i dipartimenti di polizia di tutto il mondo che collaborano fra loro nella formazione e nella raccolta di informazioni. Fra i tanti, anche la polizia israeliana che mette a disposizione la sua vasta esperienza in tattiche e operazioni antiterrorismo.

 

In passato le organizzazioni affiliate al movimento anti-israeliano BDS hanno cercato di fermare queste collaborazioni. Anche Amnesty International ha tentano di denunciarle in un suo rapporto del 2016. Per tutta risposta, l’Associazione nazionale degli agenti di polizia di colore americani aveva scritto una lettera a sostegno dell’addestramento ricevuto in Israele. Non esiste un solo straccio di prova che i poliziotti americani tornino imbarbariti dal loro addestramento in Israele, né che i poliziotti beccati a maltrattare i cittadini afroamericani avessero avuto alcun collegamento con quell’addestramento. Ma come sempre, i propagandisti antisemiti non si preoccupano dei fatti.

 

Uno dei principali sostenitori di questa menzogna è Eran Efrati, un tempo membro di Breaking the Silence, la ong che ha abbandonato perché per lui era fin troppo tenera verso Israele (ed è tutto dire). Ora tiene conferenze in tutti gli Stati Uniti, dove continua a insinuare che il brutale comportamento degli agenti di polizia americani derivi dalla loro formazione in Israele.

 

E così l’omicidio di Floyd è già diventato la nuova “calunnia del sangue” da brandire contro Israele. Non è chiaro se i moti e le proteste miglioreranno la situazione degli afroamericani negli Usa, se neanche otto anni di un presidente nero hanno potuto fare molto per migliorare la situazione. Ma è certo che si stanno diffondendo nell’aria i miasmi tossici dell’antisemitismo, senza nemmeno tentare di mascherarsi da anti-sionismo.

 

Il professore della Columbia University Hamid Dabashi, iraniano di nascita, ha scritto in passato che “per ogni sporco atto traditore, infame e pernicioso, che accade nel mondo basta aspettare qualche giorno e comparirà il turpe nome di Israele”. Dabashi centra il punto. Basta aspettare qualche giorno e gli ebrei o Israele verranno incolpati di qualunque tragedia nel mondo. Così è stato con il coronavirus, coi disordini di Ferguson del 2014 e ora con la morte di George Floyd. I vecchi antisemiti incolpavano gli ebrei, i nuovi antisemiti incolpano Israele.

 

L’antisemitismo è una malattia contagiosa. Anche ebrei e israeliani come Efrati possono contrarla e infettare altri. La guerra contro questa malattia è lunga, dura e ardua, e può darsi che non venga mai vinta. Ma il primo passo per sconfiggere una malattia è riconoscere la sua esistenza.

 

YnetNews

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Articolo pubblicato il 06/06/2020