I “contorni italiani” del Coronavirus

Le riflessioni del Professor Elio Ambrogio

E così il Coronavirus ci sta lasciando. Con il sollievo di tutti e col rimpianto di quelli che, da quell’emergenza, hanno ricavato cospicui profitti materiali e immateriali. Ma attenti, dicono questi ultimi, può sempre tornare: non fate festa perché presto potremmo in qualche modo riutilizzarlo. Per parafrasare Umberto Eco, il virus è come il maiale: non si butta via nulla.

E adesso qualche veloce riflessione su ciò che è successo. Si possono trarre molti insegnamenti, ma per oggi  limitiamoci a quelli istituzionali. Parliamo della macelleria giuridica a cui abbiamo assistito in questi ultimi mesi.

Un ordinamento giuridico è cosa delicata. Fatto di gerarchie di valori, di complessi rapporti interni, di regole intellettuali che diventano regole operative e di una credibilità che è direttamente proporzionale al loro rispetto. Un sistema giuridico, cioè, regge perché chi lo applica e chi ne è assoggettato riconoscono la sua autorevolezza costruita nel tempo.

Oggi quale autorevolezza può pretendere un sistema che, alla prima crisi di una certa violenza, è stato violato in molte sue parti da istituzioni terrorizzate, terrorizzanti e inadeguate, formate da uomini e donne senza cultura istituzionale e senso dello stato, raccolti per strada o negli scantinati delle forze politiche e poi proiettati ai vertici del governo nazionale?

Nel nostro ordinamento esistono due principi delicatissimi che si chiamano gerarchia delle fonti  e riserva di legge. Il primo stabilisce che le norme di rango superiore non possono essere derogate da norme di rango inferiore, il secondo che certe materie possono essere regolate solo in forza di legge.

Nei mesi scorsi è accaduto che alcune libertà fondamentali sancite dalla Costituzione sono state limitate, o addirittura soppresse, da atti con forza di legge come i decreti legge o addirittura da provvedimenti amministrativi come i famosi d.p.c.m., o ancora da provvedimenti delle autorità locali, regionali e comunali, in alcuni casi senza il rispetto della ripartizione di competenze fissata dalla stessa Costituzione.

In molti casi si è data alle forze dell’ordine statali e locali la facoltà di accertare e sanzionare illeciti -all’inizio anche penali- di assoluta indeterminatezza. Tutti ricorderanno gli interrogativi dei cittadini sulle cose che si potevano o non si potevano fare e l’incertezza degli stessi agenti di polizia a cui veniva conferito un potere di valutazione ai confini dell’arbitrarietà.

Tutta una normativa approssimata e demenziale (a cui si sono ribellati anche diversi magistrati, come quelli di Aosta, che hanno definito quegli illeciti “inesistenti”) che rischia ancora oggi di produrre una ondata di ricorsi i quali andranno ad intasare per mesi le già affaticate strutture giudiziarie e amministrative del paese. Lasciamo perdere, per decenza, i fogli di autocertificazione che si sono susseguiti in un crescendo di stupidità, di inconsistenza e di antigiuridicità e ormai finiti giustamente nella carta straccia.

A tutto questo si è aggiunto lo spettacolo -tra il comico e l’inquietante- di cittadini inseguiti dai droni e da poliziotti in corsa sulle spiagge e nei parchi. Difficilmente le istituzioni potevano dare uno spettacolo più desolante, frutto di incompetenza normativa, di goffaggine operativa e di infantile fiducia in opinioni scientifiche che si smentivano a vicenda di settimana in settimana.

Se l’attività del governo ricordava certi vecchi film della serie Airport in cui gli aerei, i cui piloti erano morti, venivano avventurosamente pilotati dalle hostess, i suoi consulenti scientifici ricordavano invece la simpatica commedia di Jules Romains Knock, o il trionfo della medicina in cui un giovane medico in cerca di prestigio riusciva a convincere gli abitanti di una città che erano tutti malati e bisognosi di cure.

Ma purtroppo ciò che è avvenuto non è stato frutto di fantasia: che un virus pericoloso abbia invaso la nostra vita è fuor di dubbio, quel che lascia invece dubbi infiniti è la capacità di governo di una intera classe politica e la capacità della scienza medica di affrontare concettualmente e praticamente le emergenze sanitarie. Le contraddizioni, le ritrattazioni, le approssimazioni, le risse interne della comunità medica e scientifica hanno demolito un’altra certezza della nostra società, assieme all’idea di una qualche certezza del diritto di cui si diceva prima.

Gli effetti del virus, oltre che sanitari, sono stati culturali. La parola “culturale” solitamente ha un significato molto vago, ma in questo caso vuol dire qualcosa di molto preciso: vuol dire l’emergere potente di una società del dubbio e del sospetto.

Mai, come in queste settimane, accanto ad un’apparente e acquiescente disciplina nel sottostare alle imposizioni culturali e fisiche, e al di là dell’immagine patetica di una grande famiglia italiana  contenta della sua reclusione, così come veicolata dai mezzi di comunicazione, la società italiana si è dimostrata delusa e depressa.

Depressa dalla disastrosa crisi economica che incombe, ma delusa soprattutto dai pubblici poteri smarriti nell’emergenza e da una scienza ufficiale di assoluta fragilità. E incredula infine dell’autorevolezza della legge, come si diceva.

Dopo quello che abbiamo visto (e aggiungiamo la ciliegina sulla torta del recente caso Palamara...) potremo ancora credere che l’Italia sia tutt’ora la culla del diritto, o che sia anche semplicemente ancora uno stato di diritto?

 

Elio Ambrogio

 

Stampa solo il testo dell'articolo Stampa l'articolo con le immagini

Articolo pubblicato il 09/06/2020