Il sessantotto dei cattolici - Parte 2

Doveroso fare una precisazione

Il testo di Beretta, “Cantavano Dio è morto. Il 68 dei cattolici”(Piemme) nel 6° capitolo si interroga se il Sessantotto sia “figlio del Concilio”. Certo molti contestatori sono convinti di essere “figli del Concilio”, e di applicare sulle barricate e con gli striscioni la novità del Vaticano II.

Beretta a questo proposito fa parlare Raniero La Valle, che è convinto che il 68 cattolico interpreta le stesse rivendicazioni del Vaticano II.

 

Del resto fa notare Beretta i leader studenteschi e gli esponenti del dissenso cattolico citano volentieri i testi conciliari e alcuni documenti dei Papi. Per loro alcuni brani erano rivoluzionari. C'era il fondato sospetto che questi signori non avessero letto i documenti conciliari. Citano il Concilio come altri citano Marx senza averlo letto.

 

Comunque Beretta si dilunga sull'interpretazione del Vaticano II da parte degli esponenti religiosi di allora. Pertanto cita Maritain, De Lubac, Enzo Bianchi, fino ad arrivare alla posizione di Paolo VI con i suoi ben sessantanove discorsi critici sulla contestazione nella Chiesa. Beretta fa riferimento ai pronunciamenti di Paolo VI in merito al Credo del popolo di Dio, richiamato da alcuni come il “nuovo Sillabo”. Infine con la promulgazione dell'enciclica “Humanae vitae”,  sulla sessualità umana, Paolo VI diventa il nemico numero uno del cosiddetto progressismo all'interno della Chiesa e fuori.

 

Nella seconda parte (la pars costruens), il testo prende in esame il rapporto tra il cardinale Florit e l'Isolotto, l'esperienza di cattolici del dissenso di Firenze. Qui c'era il simbolo di una Chiesa“evangelica”, “povera” contro quella “gerarchica” e “anticonciliare”. L'Isolotto era come un faro, scriverà Lidia Menapace, ex docente della Cattolica e poi senatrice di Rifondazione Comunista. Il libro evoca diversi nomi e comunità di quel momento, interessanti alcune citazioni e prese di posizione come quella di don Mazzi che vedeva nel sessantotto una “nuova nascita”. Don Mazzi fa riferimento ai continui viaggi  tra Milano e Firenze per condividere, partecipare e testimoniare. L'esperienza «dell'Isolotto non si può discutere, come si potrebbero discutere delle idee o delle opinioni».

 

Praticamente questi signori stavano fondando un'altra Chiesa. Mi sembra doveroso fare una precisazione. Sostanzialmente questi cattolici del dissenso, chiamati sbrigativamente cattocomunisti, avevano la pretesa di trasformare, di rinnovare la Chiesa, e di conseguenza il mondo. Nella lunga storia della Chiesa ci sono sempre stati movimenti che intendevano riformare. Ma chi ha veramente rinnovato, riformato la Chiesa sono stati i Santi, pensate a San Benedetto, a San Francesco, a San Domenico, Santa Caterina e poi a quelli più vicini a noi, la schiera dei Santi sociali torinesi da san Giovanni Bosco a san Giuseppe Cottolengo. Questi sì che hanno trasformato la Chiesa e il mondo.

 

Beretta affronta la posizione di don Lorenzo Milani, anche per il giornalista di Avvenire, sembra che il sacerdote di Barbiana sia stato strumentalizzato da parte di queste frange progressiste della Chiesa. Don Milani spesso viene piegato agli usi della contestazione ecclesiale. Don Milani sostiene Beretta, aveva sempre obbedito alla Chiesa e ai suoi superiori gerarchici.

Non è stato così per tanti altri preti che hanno gettato la tonaca all'aria. “Il primo nemico era in casa”, lo aveva capito lo stesso Paolo VI in un discorso nel settembre 1969: «le difficoltà maggiori oggi sorgono dal seno stesso (della Chiesa), i dispiaceri più pungenti le sono dati dalla indocilità e dall'infedeltà di certi suoi ministri e di alcune sue anime consacrate[...]».

 

Una potente “arma impropria” della contestazione cattolica per Beretta fu la Liturgia. Attraverso il passaggio della messa in latino a quelle in lingua nazionale si fece passar di tutto, messe “beat”, “yè-yè”, “hippy”, con chitarre elettriche e tanto altro. In tanti riti sperimentali si leggevano brani di Camillo Torres, il prete combattente del Sudamerica, invece dei testi biblici. La messa doveva essere “democratica”, si celebrava negli appartamenti, si usavano strumenti “normali”, come tavoli, bicchieri, giacche e cravatte, al posto di quelli sacri come l'altare, il calice, i paramenti. Si voleva eliminare il rito e si poneva l'accento sulla “creatività”. Perfino don Giuseppe Dossetti ad un certo punto si scandalizzò della deriva delle sperimentazioni.

 

Infatti tra le derive liturgiche operate dai contestatori ci fu il boom dello spontaneismo e dei gruppi. Qualcuno ha censito fino a duemila “gruppi giovanili spontanei” esistenti in tutta la penisola. In questi gruppi, nonostante l'origine evangelica, era «prevalente l'impegno politico», soprattutto collocato a sinistra contro il capitalismo, l'imperialismo e l'integrismo. I loro maestri ben presto diventano Marx e Freud. I loro ideali Che Guevara, Mao Tze Tung. «Il vento del sessantotto si era infiltrato persino nei seminari». E qui non mancano i numerosi esempi di derive rivoluzionari negli istituti religiosi. Ricorda Messori ne “Il mistero di Torino” nel seminario della Diocesi di Torino, l'arcivescovo monsignor Michele Pellegrino in quel tempo è stato accolto dai seminaristi sotto le icone del timoniere cinese Mao tze Tung.

 

A poco a poco si arriva al punto che il sacerdote non sa più che cosa è. E quindi vuole reinventarsi. La sfiducia nella dottrina e nella tradizione assale gli uomini di Chiesa. Così nascono i preti “critici”, “solidali”, l'obbedienza sparisce e si fa un ricorso ingenuo e servile ai surrogati delle ideologie.

 

In questa situazione di sfiducia e di disorientamento è ovvio che le defezioni sacerdotali aumentano, se tra il 1928 e il 1958 si registrano in Italia tra sei e novemila crisi sacerdotali. Tra il 1963 e il 1968 le domande di dispensa s'impennano sopra i settemila. Beretta nota pure che in questo periodo, c'è un forte aumento di saggi sulla “crisi del prete” e peraltro non si tratta di case editrici laiche, pronte a cavalcare la tigre del disorientamento ecclesiale, ma di case editrici cattoliche.

 

Nel 4° capitolo Beretta racconta le colpe degli intellettuali, dei teologi, che hanno prodotto il nuovo Catechismo olandese. Intellettuali che inneggiavano al Vietnam, al terzomondismo contro l'imperialismo americano. Interessante la scheda di Beretta su Camillo Torres, il prete col mitra e quindi con tutte le giustificazioni morali della lotta armata da parte della “Teologia della Liberazione”, nata in America Latina.

 

Sarebbe interessante soffermarsi sui preti combattenti, che trovavano nel Vangelo, la giustificazione per operare nella società attraverso la lotta armata. Anche qui Beretta racconta fatti e nomi di quel tempo. Gli ultimi capitoli raccontano dei tanti ex sessantottini che nonostante i loro trascorsi fanno carriera e occupano posti importanti nella società. Non a caso il filosofo torinese Augusto Del Noce «aveva segnalato il Sessantotto come rivoluzione intraborghese, che marcava il passaggio dalla vecchia classe dei borghesi con valori cattolici a un neo-capitalismo selvaggio». Sono numerosi gli ex del sacco a pelo che ora “occupano”, profumatamente pagati, i posti borghesi un tempo violentemente aborriti.

 

 

 

 

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Articolo pubblicato il 10/06/2020