Faà di Bruno, un gigante della fede e della carità

Un difensore della dignità della donna - Parte 1

Il credente ma non solo, che soggiorna a Torino pensa giustamente di visitare la Sindone, il Sacro lenzuolo dove è stato deposto Nostro Signore dopo la morte sul Calvario. L'ho fatto anch'io, anche se ho visitato la copia che viene custodita in una parete della sacrestia della Chiesa di S. Lorenzo a fianco del Palazzo Reale. Una volta osservato quest'obbligo, il mio pensiero si è rivolto alla numerosa schiera di santi sociali torinesi, vissuti nel solo Ottocento. Mi riferisco a don Bosco al Cottolengo, al Cafasso, per rimanere a quelli più conosciuti. Però ce n'è uno, meno conosciuto, a cui sono particolarmente legato: il beato Faà di Bruno.

 

L'ho conosciuto leggendo il brillante testo di Vittorio Messori, «Un Italiano serio», pubblicato dalle edizioni Paoline nel 1990. Del resto, come mi ha confermato suor Carla Gallinaro, la postulatrice del beato, è stato proprio il giornalista cattolico torinese a far uscire dall'oblio generale il Faà di Bruno.

Pertanto recandomi in via San Donato, con grande emozione, ho ammirato la sua Chiesa dedicata a Nostra Signora del Suffragio e poi il suo splendido Campanile e il Museo. Qui ha operato Faà di Bruno, una straordinaria poliedrica figura; basta aprire il deplian, che promuove il Museo, ben curato da Centro Studi “Francesco Faà di Bruno”, per cogliere in un solo sguardo il vasto curriculum del beato. Fu un militare, capitano di Stato Maggiore, cartografo, professore, scienziato, inventore, astronomo, architetto, scrittore, musicista, operatore sociale, sacerdote, beato.

 

A mia conoscenza non esiste un altro “santo” con queste caratteristiche. Del resto è tutto documentato nelle nove sale dell'ordinato Museo, che tutti possono ammirare.

Francesco Faà di Bruno, ultimo di dodici figli, nacque ad Alessandria il 29 marzo 1825. «una famiglia di antichissima nobiltà, ricca di gloriose tradizioni e di personaggi che illustrarono i vari campi della vita, religiosa, militare e politica. Una stupenda famiglia sia per l'accordo e la perfetta armonia dei genitori, il marchese Luigi e la nobildonna Carolina Sappa dei Milanesi, sia per i fortissimi vincoli di affetto dei dodici figli». (Anna Maria Bairati, «Il certosino laico», a cura delle Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio, 3 rist. 2013)

 

Francesco trascorse l'infanzia nel castello di Bruno, nel cuore del Monferrato. La mamma Carolina, nonostante la sua morte prematura, lasciò a Francesco un'impronta indelebile per la sensibilità religiosa, il senso del dovere, la pietà, la dedizione alla famiglia. «Non è poi tanto difficile essere buoni. Basta voler bene per fare il bene», queste ultime parole della mamma, rimasero impresse per sempre nel cuore di Francesco.

Ben presto il padre fu costretto a sistemare il giovane Francesco nel collegio di Novi Ligure, retto dai padri Somaschi. Qui poi dovette scegliere che tipo di carriera intraprendere: quella religiosa o militare. Del resto, già due sorelle avevano scelto la vita religiosa, lo stesso per quanto riguarda due maschi. E' un percorso, «non dissimile da quello di altre famiglie altolocate: il primogenito eredita titolo e beni, i cadetti possono scegliere fra l'esercito e il sacerdozio, mentre alle femmine si pone l'alternativa fra il matrimonio e il monastero». (Pier Luigi Bassignana, Francesco Faà di Bruno. Scienza, fede e società, Edizioni del Capricorno, 2008)

 

Comunque sia il giovane Francesco aveva già avuto numerosi parenti che avevano abbracciato il sacerdozio, un prozio fu vescovo di Acqui.

Superato l'esame di ammissione, il 15 ottobre 1840, entrò nell'Accademia Militare di Torino e subito si distinse per disciplina e impegno negli studi. Del resto Francesco aveva in famiglia Emilio, ufficiale di marina, perito nella battaglia di Lissa. Incominciavano a profilarsi le sue tendenze per le scienze esatte, specialmente per la matematica nella quale svilupperà in seguito una vera e propria genialità. Nello stesso tempo arrivarono i distacchi e i dolori, due sorelle morirono, un carissimo fratello si trasferiva a Londra.

Intanto nell'agosto 1846 riceve la nomina di Luogotenente nel Regio Corpo di Stato Maggiore generale. «Il giovane ufficiale bello, elegante e brillante, sognava gloria e allori. La prima guerra d'indipendenza lo vide a fianco di Carlo Alberto, inquadrato nella Brigata Guardie della Divisione di riserva, comandata dal duca Vittorio Emanuele, quale aiutante di campo». (Anna Maria Bairati)

 

Nella battaglia di Novara, un fuciliere austriaco aveva centrato il suo cavallo, ma lui è rimasto in piedi sulle lunghe gambe. Della guerra, fu colpito dalla sua crudeltà che miete i giovani migliori, molti dei quali non avrebbero avuto nessuno che pregasse per la loro pace eterna. Francesco Faà di Bruno criticò anche il pressappochismo «dei comandanti, che portavano molto bene i pennacchi e la divisa, ma come i generali di tutti i tempi mandavano a morire i loro soldati con criminale stupidità». (Bruno Ferrero, Francesco Faà di Bruno. Storia di un genio formidabile, Elledici, editrice Velar, 2017)

Chissà cosa avrebbe pensato il giovane Faà di Bruno se avesse assistito alle crudeltà e alle aberrazioni della Prima guerra mondiale.

 

Salito al trono l'amico Vittorio Emanuele II, il Faà viene nominato insegnante di materie scientifiche per i due figli Umberto e Amedeo. I due principini avevano cinque e quattro anni. Intanto il capitano venne inviato a Parigi per frequentare i corsi di scienze naturali nella prestigiosa Università della Sorbona. Qui nella città dove molti andavano a divertirsi, Francesco trovò l'ambiente adatto per la serietà dello studio e l'impegno per il bene. Nella parrocchia di Saint-Sulpice, «trovò - scrive Ferrero - quello che il suo spirito stava inconsciamente cercando: un alto livello di preparazione religiosa, di ascetica, di catechesi, di liturgia, di musica e di canto sacro». Proprio qui venne a contatto con i membri della Conferenza di San Vincenzo di Saint-Germain-des-Pres, dove ha conosciuto Federico Ozanam, il fondatore delle Conferenze.

 

A questo punto una serie di avversità costrinsero Francesco a ripensare la propria vita. L'ultima fu il suo rifiuto a battersi in un duello con un collega ufficiale che l'aveva offeso. A 27 anni fu costretto ad abbandonare la carriera militare. La decisione è stata comunicata ai vertici dell'esercito Regio con queste parole: «Voglio dedicarmi interamente agli studi. Qualcosa da fare lo troverò. Dopotutto non sono un asino».

 

Adesso libero da impegni il Faà a 28 anni inizia il suo apostolato a favore delle donne, organizzando una scuola di canto sacro, un coro di sole donne presso la parrocchia di San Massimo.

Una nota informativa alla fine della 1a parte del mio studio. Il 28 febbraio scorso presso il Salone “Faa di Bruno” a Torino era prevista la presentazione dell'Epistolario del beato in 2 Volumi (ben 1319 pagine) curati dalla postulatrice suor Carla Gallinaro, a causa delle disposizioni del governo per il coronavirus non è stato possibile svolgere il convegno.

 

Domenico Bonvegna

 


       

 

Stampa solo il testo dell'articolo Stampa l'articolo con le immagini

Articolo pubblicato il 11/06/2020