L'educazione e la fratellanza nella Cittą ideale del Socrate platonico: spunti e riflessioni su "La Repubblica"

Considerazioni iniziatiche del Gran Maestro Emerito della GLDI, Prof. Antonio Binni

di Antonio Binni

 

La città immaginata da Socrate nell’opera di Platone denominata Politeia, nota come la Repubblica, è, almeno per chi scrive, mera utopia, semplice ipotesi destinata a rimanere un’opera sospesa e incompiuta per lo meno fino a quando la politica non fosse riuscita a tradurla in una realtà concreta.

Costruzione ideale tutt’altro però che inutile, non solo per il suo alto valore intrinseco di punto di riferimento obbligato nel doveroso confronto, ma anche, e soprattutto, perché al modello proposto è palesemente sotteso un vasto e compiuto programma di riforma della vita, tanto individuale quanto sociale, della confusa Atene del tempo di Platone, la cui luce è quella del “giorno notturno” di cui si parla in Repubblica VII 521 c. Programma inoltre autorevole perché impregnato di Sacro in quanto il progetto fondativo della città nasce dal racconto della “discesa” di Socrate al Pireo, katabasis palese di una discesa iniziatica in un mondo infero, notturno, barbarico, che rinvia alla tradizione sapienziale e sciamanica che va da Pitagora allo stesso Parmenide, l’unica che consente di ottenere la rivelazione della Verità atta a essere poi trasmessa agli uomini dopo la risalita.

Quasi a significare che, se si vuole costruire una città “di uomini buoni” (I, 347 d) e giusti, si deve prima discendere nelle sue profondità per apprendere poi dalle stesse: rivelazione non di una dea profetica, com’è accaduto a Parmenide, ma conquista ottenuta solo attraverso il duro confronto dialettico con agguerriti interlocutori.

La Repubblica – probabilmente il più importante tra i dialoghi di Platone – è testo complesso, ricco di contenuti, che stringono in un difficile nesso etica, politica, psicologia, ontologia e epistemologia: testi, tutti, meritevoli di studio e di approfondimento, oltre che di divulgazione, primo fra tutti, quello relativo alla giustizia che Socrate, sotto l’incalzare delle altrui obiezioni, è poi costretto a trasferire sul piano collettivo, ossia della città.

Fatte salve comunque le ricadute sul piano personale per concludere poi, dopo lungo argomentare, che la giustizia è valore in sé, con il conseguente corollario che l’ingiustizia non è mai più profittevole della giustizia. Dove è poi preziosa la sottolineatura che “il discorso [sulla giustizia] non verte su di un argomento qualsiasi, bensì sul modo [stesso] in cui bisogna vivere” (I, 352 d).

In uno scritto, quale quello presente, che mira a dare conto di semplici suggestioni nate dalla lettura del testo, sarebbe invero oltremodo riduttivo e, perfino, irriverente l’epitome di un’opera, come Repubblica, tanto ampia (ben dieci libri!), quanto così controversa sul piano esegetico. Avuto perciò riguardo alla natura di queste note, è perfino ovvio che, da parte nostra, si sia stati obbligati a fare delle scelte, privilegiando, naturalmente, quei profili che possono rivestire un vivo interesse per i lettori di questo scritto.

Da qui la nostra attenzione a due soli argomenti, però, di indiscutibile rilievo. Esattamente come insegna la Massoneria che, ravvisando nell’ignoranza l’origine di ogni male, è impegnata ad ammaestrare l’intera umanità in conformità della sua natura universale, nella città ideale delineata da Socrate ne la Repubblica, l’educazione riveste un’importanza centrale e decisiva. Con una ripetitività quasi ossessiva il testo platonico, quando affronta il tema dell’insegnamento, qui considerato in generale, raccomanda infatti che l’educazione principi “fin da fanciulli” perché è in questa età che si deve operare se si vogliono – così come è d’obbligo – suggerire corrette condotte di vita tali da indurre poi i fanciulli a scegliere una esistenza nel modo migliore (II, 365 b).

 

E’ infatti soprattutto “allora [cioè da bambini] che ognuno viene plasmato assumendo l’impronta con cui lo si voglia segnare” (II, 377 b). Da questa pedagogia discende pertanto de plano che, nella città socratica-platonica, non saranno permesse narrazioni di favole che contengano esempi educativi disformi. Dall’insegnamento della città dovranno dunque essere espunti i racconti di Esiodo, di Omero, dI Orfeo e di tutti gli altri poeti in tutti i punti diseducativi. Con un tratto di penna – ma la circostanza è nota – vengono così messi al bando dalla città i maestri della cultura greca condivisa in quanto colpevoli di diffondere, intorno agli dei e agli eroi, nozioni menzognere e soprattutto immorali, tali da ingenerare nei piccoli ascoltatori convinzioni e comportamenti tutt’altro che virtuosi.

 

Nell’ottica considerata diseducativa rientra pertanto quella poesia che rappresenta la guerra fra gli dei, al pari di quella che insegna che gli dei sono influenzati da doni e preghiere (tesi a suo tempo ripetuta da Voltaire). Respinta con fermezza è ugualmente quella poesia scandalosa che ascrive agli dei adulteri fra le medesime divinità e quella che enfatizza congressi carnali fra divinità e mortali realizzati con violenza, con astuzia, o assumendo altre forme incompatibili invece con l’unica forma che deve essere riconosciuta come propria del dio.

Da qui la ribadita necessità che i primi racconti indirizzati ai minori debbano essere, dal profilo educativo, i migliori possibili “per indirizzare gli ascoltatori alla virtù” (II, 378 d). Con ferma determinazione va poi bandita dalla città quella poesia che indica Zeus quale dispensatore, ad un tempo, di beni e di mali. Dalla naturale bontà del dio, consegue infatti che Zeus non può essere responsabile dei mali. Per i mali “va cercata qualche altra causa, non certo il Dio” (II, 379 e). Donde l’obbligo di “lottare in ogni modo perché”, con racconti narrati “in versi o in prosa”, nessuno sostenga codesta commistione “nella propria città, se questa deve essere retta da buone leggi” (II, 380 c).

Il “Dio non è responsabile di tutte le cose ma [solo] di quelle buone” (ivi). Il che spiega poi la ragione per la quale Platone è stato così tanto amato dai padri della Chiesa. Al pari di quelli degli dei vengono contrastati anche i racconti tracotanti degli eroi, “cose nocive” per chi le ascolta. Donde il rifiuto conclusivo espresso in termini ultimativi. “Proprio per questo [ossia perché mendaci e immorali] dobbiamo mettere fine a simili racconti” (III, 392 a). Dopo questo scontro frontale, così violento, contro tutto ciò che è fantasia desta allora in verità una certa meraviglia l’ingresso del mito nel “sogno di fondazione” (IV, 443 b-c) della città.

Per poter affermare che, nella sua città ideale, tutti i cittadini sono fratelli, il Socrate di Platone fa infatti ricorso ad una “favola” (III, 415 a) facendo discendere la fratellanza dall’essere tutti i cittadini figli di un’unica madre comune, la terra patria, che li ha all’origine generati dal suo grembo. Donde, per ciascuno di essi, l’obbligo di proteggere “il suolo in cui vivono come se fosse una madre e una nutrice” (III, 414 e). Rimane così a chiedersi se questo mito di autoctonia, destinato però a radicarsi nella coscienza collettiva della nuova città, sia una contraddizione o, come invece noi crediamo, piuttosto una autentica necessità perché la fratellanza non può infatti che derivare da fonte più alta, quale appunto la divinità, l’umanità, la terra patria.

Donde la nozione verticistica della fratellanza, come abbiamo altrove argomentato e sostenuto (sul punto ci permettiamo di rinviare al nostro precedente studio De Fraternitate, meditazioni minime comparso in questa Rivista nel marzo 2020). Contrariamente a quanto sostenuto da Popper, che ha letto la Repubblica come un testo essenzialmente politico, con conseguente critica agli aspetti scandalosi del testo platonico (abolizione della famiglia e della proprietà privata), accusato, in generale, di totalitarismo elitario, noi sommessamente siamo invece dell’avviso che, al centro dell’opera, stiano soprattutto i problemi dell’etica, della virtù e della felicità, insieme ad una teoria dell’anima e della educazione, aspetto quest’ultimo sul quale aveva già insistito Rousseau.

Risponde in ogni caso a verità che ci troviamo in presenza di un testo profondamente filosofico, straordinariamente ricco di perle di autentica saggezza, attuale in molte sue tematiche. A titolo meramente esemplificativo, si veda quanto Platone scrive sulla dimensione che deve conservare la città per rimanere “una” (IV, 423 b), o sulla condannata “smisurata cura del corpo” (III, 407 b), così frequente invece ai giorni nostri, o in tema di accanimento terapeutico rigorosamente escluso perché chi non è “in grado di vivere per il periodo prestabilito, non” deve essere curato “in quanto inutile a se stesso e alla città” (III, 407 d). I nostri richiami alla educazione dei cittadini e alla loro naturale fratellanza, più che vaghi accenni a due dei tantissimi argomenti trattati con maestria da Platone, padre di saggezza, debbono allora piuttosto essere considerati come semplici inviti alla lettura e, soprattutto, alla meditazione del testo, in relazione ad un insegnamento vivo e palpitante. Accostarsi a quest’opera, infatti, non significa soltanto essere, e pure sentirsi, eredi della sapienza ricevuta, ma anche, e soprattutto, compiere un atto di fede, essere cioè disponibili ad accettare parole trasformanti figlie di una ragione umana atemporale tali da rendere però il lettore sicuramente più consapevole e, complessivamente, migliore.

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Articolo pubblicato il 26/06/2020