Cavagnolo (TO) - L'arte romanica di Santa Fede

In questo periodo è ancora importante evitare assembramenti e la frequentazione di luoghi molto affollati, suggeriamo quindi un’escursione particolarmente interessante, in un luogo sicuramente meno gremito di altri e dove è possibile ritrovare le tracce del nostro passato lontano.

L’arte romanica ha avuto il ruolo di stabilire una stretta relazione tra il linguaggio della scultura e la dimensione del sacro, effettuando una sorta di alchimia estetica alimentata dalle molteplici opportunità offerte dal meccanismo linguistico costituito dai simboli. Ne abbiamo un affascinate esempio in quel piccolo gioiello del cosiddetto “romanico inferiore”, costituito dalla chiesa di Santa Fede a Cavagnolo.

Pur nella sua apparente dimensione quasi dimessa, questo edificio, adagiato sulle colline che dal Po salgono verso l’Astigiano, vale certamente la pena di essere visitato e ammirato.

 

Sappiamo che il Monasterii sancte Fidis de Cabagnoli, dipendente dal monastero francese di Sainte Foy de Conques in Alvernia, si trovava, nel XII secolo, nel territorio dei marchesi del Monferrato: così è attestato dai documenti d’archivio noti e quindi in grado di certificarne la cronologia.

 

Comunque non è chiaro quando l’edificio venne innalzato e mancano elementi per attestare se, precedentemente, in quell’area vi fosse una costruzione precristiana e già legata al culto.

Non ci fornisce indizi utili neppure l’iscrizione presente su un blocco di arenaria della facciata: “XI KE NOVEMBRIS OB/ ROLANDUS PR”.

 

Se pur interessata da tutta una serie di interventi successivi, la chiesa ha conservato numerosi aspetti caratteristici del romanico, come si evince dalle sculture della facciata, dalle strutture che si armonizzano nelle navate della chiesa e soprattutto dal contrasto bicromatico (mattoni e pietra arenaria) che ritroviamo in altre opere monferrine del periodo.

 

La pianta è a tre navate oggi con una sola abside circolare centrale, le altre due più piccole laterali sono state modificate nei restauri del XIX secolo; la facciata, a salienti interrotti, presenta mattoni nella parte più elevata (probabilmente questo settore venne realizzato in fasi successive, come la bifora) con archetti pensili schierati sotto le falde del tetto.

 

Di pregio il solido portale strombato, inserito in un leggero avancorpo come nelle altre chiese del Monferrato, al quale si appoggiano due colonne con capitelli decorati da un’ampia tessitura scultorea: quello di sinistra, in particolare, presenta un’articolata amalgama con figure umane che si amalgamano a elementi vegetali. Sopra i due capitelli e sulle colonne interne sembra di poter scorgere le rappresentazioni simboliche degli evangelisti.

 

La lunetta, nella fascia alta, raccoglie un Cristo Pantocratore inserito in una mandorla sorretta lateralmente da due angeli: con il termine greco pantocrator (sovrano di tutte le cose) si indica un modello iconografico che ha la sua origine nell’arte bizantina, ma soprattutto paleocristiana e medievale. Troviamo questa raffigurazione nelle opere musive e in particolare negli affreschi dei catini delle absidi. Viene genericamente proposto in atteggiamento ieratico, frequentemente seduto in trono e nell’atto di benedire con tre dita della mano, in armonia con il modus ortodosso.

 

La fascia bassa e gli sguanci del portale di Santa Fede sono decorati da una serie elementi vegetali che assegnano una notevole dinamicità all’insieme. La fascia bassa peraltro appare caratterizzata da una fattura pregevole, particolarmente curata, mentre la teofania, risulta sacrificata nel piccolo spazio, perdendo parte del suo pathos. Ciò potrebbe probabilmente a indicare che la lunetta è opera di due mani diverse.

 

Nell’insieme, la vivacità del complesso è data anche dalla sincretistica unione di figure grottesche e mostruose con altre (come il Cristo e gli angeli) che invece seguono un’impostazione maggiormente classicistica proveniente dal mondo romano e da quello paleocristiano.

 

Nella parte estrema dell’arco del portale, la decorazione si vivacizza con un’alternanza tra intrecci (doppio nodo di Salomone) e animali e che si rastrema al vertice, dove vi è una croce greca.

Da sinistra troviamo: due maiali (?), sovrapposti, una lepre, un dromedario (?), due grifoni ai lati della croce, un’inquietante e mostruosa creatura di cui è visibile solo il muso, che sta divorando un altro animale (probabilmente un basilisco), un serpente, un agnello, forse un rettile di difficile identificazione.

 

Ai lati dell’arco si trovano due figure antropomorfe, una maschile e una femminile (forse Adamo ed Eva), sopra ognuna delle quali vi un grifone con grandi artigli e incorniciato in un apposito vano, ottenuto scalpellano la pietra della facciata.

Folta la presenza dei grifoni, ben quattro: si tratta di un animale mitologico con testa d’uccello e corpo di leone. Come la sfinge, appare nell’antica arte dell’Asia Anteriore, dell’Egitto e di Creta e poi anche nell’arte orientalizzante greca.

 

Si consideri che Dante pone il grifone nel Paradiso terrestre ed è ritenuto simbolo della Chiesa.

A una certa distanza dal portale, si trovano due alte colonne che si concludono con capitelli a fogliami e giungono fino al punto della facciata in cui la muratura in pietra lascia spazio a quella in mattoni che si modella seguendo l’impostazione dei salienti. Non è chiaro se reggessero un cornice, più semplicemente sembrerebbero avere un’esclusiva funzione decorativa, poiché pare da escludere un ruolo strutturale.

 

Il prospetto a sud è addossato e inglobato dalla costruzione più recente, all’interno della quale sono conservati pochi elementi del palazzo vescovile.

Il fianco nord presenta ancora particolari della struttura più antica e i segni dell’unione tra i muri originali dell’abside e la nuova sacrestia.

 

La torre campanaria, a pianta quadrata, si trova all’incrocio tra la navata maggiore e il falso transetto: presenta una struttura che ne indica l’origine moderna, mentre rimangono oscure le forma e la tipologia di quelle esterne.

L’interno della chiesa è costituita da un’aula suddivisa in tre navate: la centrale a volta a botte, mentre le laterali sono a crociera separate da pilastri con semicolonne, sulle quali trovano posto i capitelli in pietra fittamente decorati con motivi vegetali e antro e zoomorfi, che si amalgamano in strutture complesse. Si riafferma il repertorio simbolico tipico della scultura romanica, con la convivenza tra figure mostruose e motivi decorativi di origine non solo cristiana, amalgamati in un linguaggio scandito da un lessico trasversale all’arte del periodo.

 

Sono di fattura rozza, ma certamente colmi di suggestioni, soprattutto perché di immediata comprensione, determinata da un’articolazione che si avvale di c vegetali, animali e teste umane, suggerendo una narrazione che è lasciata alla libera interpretazione dell’osservatore, sempre però tenendo conto della distanza posta tra gli artisti e i fedeli del XII secolo e noi.

Nella campata della navata di destra vi è un affresco che raffigura la Madonna in trono con il Bambino e due santi: è l’unica pittura della chiesa ed è un’opera del XIX secolo.

 

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Articolo pubblicato il 06/07/2020