A Torre del Mare... fotografie di moda

Considerazioni sulle riviste fashion di Patrizia Lotti

 

A guardare la spiaggia, oggi, il Covid19 sembra solo un brutto ricordo. C’è il distanziamento tra gli ombrelloni, è vero, ma poco di più. L’estate pare ormai cominciata definitivamente e non sembra molto diversa da quelle di sempre: spiaggia, nuotate, qualche gita in barca o in canoa, krapfen al pomeriggio e gelato la sera. Ma sulle mensole in salotto c’è qualcosa di insolito: riviste, o pile di riviste, che non vedevo più da tempo, un retaggio dei lunghi mesi passati in casa o al massimo a passeggio all’interno del comune.

E non posso fare a meno di ripensare al senso di fastidio che ha accompagnato aprire le pagine di quelle che ricordavo come letture magari un po’ sciocche, ma piacevoli e divertenti. Mi riferisco in particolare alle riviste di moda. Confesso che non sono le mie letture abituali e che tendenzialmente le sfogliavo durante le lunghe estati passate proprio qui a Torre del Mare, negli ultimi anni un po’ abbreviate. Ma stavolta sono qui dalla fine di febbraio e scorrerne qualcuna pensavo sarebbe stato divertente. E così è stato, per lo più, ma mi sono trovata anche a dovere fare i conti con immagini davvero spiacevoli. Ecco perché.

Apriamo una rivista di moda a caso e diamo un’occhiata alle fotografie: in genere sono davvero belle e curatissime, sicuramente prodotti altamente professionali, come i colori o il tipo di carta scelti per le copertine. Innegabile che dal punto di vista estetico l’impatto sia decisamente positivo. Ma ho la cattiva abitudine di osservare bene le cose e di non fermarmi quasi mai all’apparenza. Anzi, di solito, se la prima impressione è positiva, mi piace riguardare e riflettere sul perché di quell’impressione.

E qui cominciano i guai. Una fotografia di moda, per esempio, dovrebbe mostrare l’abito che intende pubblicizzare, no? Per noi profani immagino di sì, ma per i guru della fotografia fashion pare non sia così: spesso troviamo nelle didascalie informazioni dettagliate sul tessuto, il colore, la maison di provenienza, a volte, bontà loro, anche il prezzo di un abito che proprio, con tutta la buona volontà, sulla pagina non si vede. In compenso attira l’attenzione dell’incauto lettore una modella nuda che copre le pudenda con un abito, rigorosamente a rovescio, appoggiato su di lei come una coperta. Conclusione: dell’abito sappiamo tutto, tranne che aspetto abbia.

E già su questo avrei delle perplessità. Ma la cosa più seccante è che il misterioso abito-coperta non è affatto buttato sull’infelice modella a caso. Al contrario tra due lembi della gonna, o di qualunque altra parte del vestito si tratti, ammicca la parte alta della coscia della povera fanciulla e da altre due misteriose aperture del tessuto compare un accenno di seno. Le gambe, che generalmente in queste fotografie si vedono, sono rigorosamente spalancate e terminano con deliziosi piedini intrappolati in improbabili calzini corti infilati a loro volta in altrettanto improbabili scarpe/sandali tacco dodici che sembrano chiedersi: cosa ci faccio qui? Scarpe, calzini e vestito, se la foto è di questo tenore, generalmente costano l’equivalente dello stipendio di un cardiochirurgo di fama.

Ma questa è un’altra storia. Per il momento poniamoci un quesito: queste fotografie, tecnicamente ineccepibili ed indiscutibilmente belle ed accattivanti, cosa ci raccontano? Che messaggio ci mandano? Io proporrei questa risposta.

Non importa che l’abito sia bello o meno; se lo indossi vuol dire che puoi permettertelo e soprattutto che appartieni ad un mondo dove Givenchy, Dior e Missoni sono un must per pomeriggio, cena e dopocena. Per cui basta il nome della maison, non importa l’abito. E naturalmente, se è di Givenchy, lo sai come è fatto l’abito, no? Il solito Givenchy, come il solito tailleur rivisitato di Chanel, dai, che importanza ha vedere l’abito? Non lo sai già, com’è? Non sarai mica uno di quei poveretti che devono vederlo, un Dior, per capire che non è un Valentino! Dai, se è Dior, è Dior, come vuoi che sia? Questi discorsi, ineffabili ed inascoltabili, almeno per me, creano un immaginario e sgradevole mormorio di fondo ad ogni fotografia. E me la rendono ancora più insopportabile.

Ma non è solo questo. C’è anche un altro messaggio, il solito vecchio messaggio che i rivoluzionari immaginari del ’68 credevano di avere scoperto e sconfitto; quella nudità femminile piena di sottintesi carichi di chiare allusioni riconduce alla vecchia idea della donna-oggetto, del corpo femminile ridotto a strumento di adescamento del consumatore, dal più sprovveduto al più cinico.

“La coscia tira”, dicevano i pubblicitari anni ’80. Oggi non so cosa si dica, ma il concetto non cambia. O meglio, sì, qualcosa è cambiato.

Nelle nuove fotografie di moda, o almeno in molte, perché non è giusto fare di tutta  l’erba un fascio, si trova spesso un’implicita idea di violenza, purtroppo una costante in molti ambiti del nostro mondo: modelle seminude sono attorniate da uomini muscolosi e con aria tutto fuor che mite, generalmente poco vestiti, ma quel poco è rigorosamente di pelle nera. La svastica non c’è, ma l’idea del nazista che si diverte con una bella prigioniera non può non venire alla mente.

Oppure vestitissimi uomini in smoking sono contornati da modelle seminude che indossano (si fa per dire) completini intimi la cui funzione, al di là di quella seduttiva, per usare un eufemismo, è davvero di difficile comprensione; si tratta infatti spesso di mutandine ridotte a fili interdentali e reggiseni divenuti balconcino minimali, spesso uniti da fili sottili e leggeri perfettamente inutili dal punto di vista del comfort, ma palesemente utilissimi ad altro. E anche in questo caso, naturalmente, il costo del completino più o meno arriva a quello dello smoking griffato, con buona pace del miserando cardiochirurgo. Il tutto è invece abbordabile per calciatori e faccendieri di dubbia moralità: che sia per questo che tali abiti (si fa per dire) siano  tecnicamente di pregio, ma anche lontani mille miglia dal più elementare concetto di eleganza? Chissà.

In altre fotografie ancora la violenza è presente in modo ancora più fastidioso: gli uomini vestiti sono tanti e la donna seminuda una sola, generalmente sdraiata: l’immagine suggerisce l’idea di uno stupro di gruppo, in un ambiente raffinato ed elegante, ma sempre di stupro si tratta. Altre fotografie ancora sembrano uscite dalle scene di Eyes Wide Shut o da un vecchissimo (e bellissimo, nella sua perversione) Che la festa cominci, con uno straordinario Philip Noiret: il titolo richiama, in questo caso, la frase con cui iniziavano le orge nella Francia libertina del ‘700. I volti delle modelle sono nascosti dietro maschere sontuose che sottolineano ancora di più la loro nudità, appena moderata da qualche corpetto o microgonna ammiccanti. L’idea del libertinaggio crudele, della violenza su quei corpi è suggerita e quasi giustificata.

Può darsi che tutto questo faccia vendere bene, ma mi piacerebbe sfogliare una rivista di moda senza sentirmi in imbarazzo se di fianco a me c’è un bambino. E soprattutto senza pensare che l’idea della donna-oggetto si è perpetuata immutabile nel tempo, nonostante le battaglie degli anni ’70 con le loro illusorie vittorie. Ovviamente fa vendere, quindi sarà difficile eliminarla. Allora? Dobbiamo arrenderci? O possiamo sperare che i processi contro i molestatori/violentatori nel mondo dello spettacolo, e non solo, siano un inizio di cambiamento di rotta? Speriamo.

Un’ultima cosa. Premesso che ciò che accade nella camera da letto, o comunque nella vita privata di chiunque, a mio avviso, non mi riguarda, per cui le diverse inclinazioni sessuali di ciascuno non capisco perché debbano interessare me o chiunque altro, mi pongo tuttavia una domanda: perché, in molte fotografie di moda, i modelli hanno spesso un aspetto efebico e le donne uno androgino? Che anche qui l’ammiccamento del mondo della moda ad una libertà di comportamento, anche questa non so se vera o presunta, sia in realtà un modo per ampliare la propria fetta di consensi e quindi aumentare i profitti? Io penso di sì, ma comunque vale la pena di rifletterci.

Ad ogni modo, per tornare a Torre e al lock-down torremarino, mi sarebbe piaciuto che sfogliare una rivista di moda mi avesse procurato piacere, non disagio. Non che tutti i magazines siano così, per carità, ma purtroppo ci sono anche questi.

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Articolo pubblicato il 07/07/2020