La casa delle lapidi tra sacro e mistero

Un’escursione particolarmente interessante, in un luogo sicuramente meno gremito di altri e dove è possibile ritrovare le tracce del nostro passato lontano

Perché sia nota come la “Casa delle lapidi” è facile capirlo, anche se oggi è rimasto poco della struttura originale: malgrado ciò si tratta di un complesso di grande interesse e circondato da qualche mistero, poiché non sono chiare le origini di questo edificio e soprattutto non si è ben certi di che cosa intendano “dire” quelle lapidi.

 

La “Casa delle lapidi” si trova in borgata Sarette di Bousson, in alta Valle Susa, non lontano dal confine con la Francia ed è senza dubbio un’attrattiva non da poco, soprattutto dopo i restauri che l’hanno salvata dalla precarietà strutturale che da tempo la rendeva pericolante.

 

Vista la totale assenza di documenti d’archivio e catastali che consentano di ricostruirne la storia, sono numerose le ipotesi che via via sono state suggerire, ma al momento manca comunque una versione ufficiale, che possa dare un senso alla numerosa serie di lapidi presenti sulla facciata.

 

È possibile che fosse un luogo di culto? Da un certo punto di vista, le lapidi sembrerebbero confermarlo, ma non possediamo alcun elemento che consenta di ricostruirne la genesi e le modalità delle manifestazioni di fede espressa dai fedeli che in quell’edificio avevano il loro punto di riferimento cultuale.

 

Le iscrizioni e gli elementi decorativi ancora visibili sembrerebbero suggerire la possibilità che questo edificio fosse destinato a un uso non abitativo nel senso classico, ma è una suggestione che si consolida rivolgendosi ai testi delle lapidi (quando leggibili) e anche dalle decorazioni che caratterizzano le lastre inscritte.

 

Una pista seguita da quanti, come detective della storia, hanno provato ha ricostruire l’origine di questo singolare edificio, è quella che ipotizza una connessione con la dissidenza religiosa ben presente in valle. In tal caso si tratterebbe però di un legame con una dimensione cultuale che avrebbe appunto le proprie radici al di fuori del cattolicesimo e rientranti nella dimensione protestante.

 

A ciò si aggiunga che non mancano riferimenti per così dire esoterici, che spingono in direzione di una traiettoria culturale sincretistica, nella quale convivono istanze non sempre radicate nella realtà.

 

Il corpus delle iscrizioni è costituito da sedici lapidi scritte in lingua francese e murate sulla parete esterna di un complesso architettonico di cui non rimane altro che un muro perimetrale: come abbiamo visto, non vi è traccia di questo edificio negli archivi e, fatto alquanto insolito, anche tra la popolazione non vi sono ricordi, leggende e miti locali correlati all’edificio.

 

Flebili memorie sono rinvenibili in relazione all’incendio della chiesa di Bousson, appiccato dai valdesi in seguito alla revoca dell’Editto di Nantes da parte di Luigi XIV.

La Casa delle lapidi potrebbe essere posta in relazione all’attività dei valdesi?

 

Questa è una convinzione sostenuta da alcuni dei ricercatori che hanno provato a studiare le lapidi.

Significativo il contenuto dell’ottava lapide (una di quelle oggi ancora leggibili): “Le false attestazioni di questo mondo seducono tante persone sulla strada dell’inferno e chi non ha pianto piangerà”.

 

Un’indicazione molto chiara che sembrerebbe proporre di superare le adulazioni del materialismo, perché di fatto sono destinate a creare quello stordimento che allontana dalla via dello spirito.

Fin qui un’esortazione cristiana in senso stretto, che non si allontana da direttive catechistiche in armonia con il piano dogmatico.

 

Poi, in un’altra lapide, l’autore dell’iscrizione ricorre a frasi apocrife dei Padri della Chiesa, utilizzate con intenzioni “ideologiche”, che tendono ad allontanarsi sempre più alla dimensione cattolica, per adagiarsi nell’alveo di una teologia che allora era considerata eretica.

 

Però una parte dei testi, redatti in lingua francese del XVII secolo, sono strutturati con un linguaggio che sembra risentire fortemente dei principi anticattolici.

Indicativo il contenuto di un’altra lapide: “Colui che non deplora il suo esilio non ama né desidera Dio, e colui che non ama né desidera Dio è morto. Ha detto san Giovanni”.

 

L’apparente semplicità del testo è complicata dal fatto che san Giovanni non ha mai parlato di esilio, pur essendo egli esiliato nell’isola di Patmos.

In ogni caso il riferimento all’esilio è importante, poiché ci permette di accreditare la tesi che individua nella casa una costruzione abitata da esponenti di una minoranza religiosa, notoriamente legata al tema dell’esilio (mezzo necessario per sfuggire alle repressioni).

 

Si è anche pensato che quel St. Jan, a cui è stato attribuito il testo, fosse Calvino. Ricordiamo che il riformatore si scagliò violentemente contro coloro che, per non compromettersi, si mantenevano fedeli alle cerimonie romane, non professando apertamente la loro adesione alle idee riformiste. Questo atteggiamento di “mimetismo religioso” prende il nome di Nicodemismo, dal nome del seguace di Cristo che nascose la propria identità.

 

Si tratta di un’ipotesi interessante, ma che non può essere sorretta da apporti oggettivi in grado di assegnare una solida caratura storica al presupposto legame con Calvino.

Degne di attenzione anche le decorazioni delle cornici, di un architrave e di un blocco litico posto sul lato sinistro della casa: elementi che rivelano una certa cura nella loro esecuzione e si aprono a un ventaglio di possibili significati, ovviamente, però non è detto che corrispondano a quelli immaginati dagli autori (XVII secolo?).

In apparenza sembrerebbe di poter dire che gli autori delle lapidi operarono avvalendosi di un linguaggio criptico: in questo modo i contenuti religiosi, apparentemente primari, in cui prevale l’esortazione alla virtù, risultano contrassegnati da un codice “alternativo”, che sembrerebbe virare in direzione dell’esoterismo.

 

Insomma, questo piccolo monumento propone un panorama che si pone come un vero e proprio laboratorio del simbolo, offrendo all’osservatore spunti per approfondimenti che però, allontanano dal tema centrale, sperdendoci tra le molteplici sfaccettature del linguaggio sacro.

 

 

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Articolo pubblicato il 14/07/2020