Prossemica da coronavirus

René Magritte ha dipinto nel 1928 due quadri abbastanza simili. Uno è a Canberra, nella National Gallery of Australia.  L’altro, il più famoso, al MOMA, il Museum of Modern Art di New York.

GLI AMANTI è il titolo di questa opera, che si impone per la straordinaria forza evocativa di sentimenti, diffusi oggi tra l'umanità, vacillante sotto i colpi tremendi d'una cimmèria pandemia che ammorba, che tinge di fosche nuvole l'orizzonte delle genti.

C'è, in questo dipinto del MOMA, tutto lo straziante desiderio di sensuali intimità, frustrate da veli i quali comandano una distanza alle bocche che si cercano; ma, i colori del quadro, non sono quelli evocativi della turbativa carnale.

Nella cupa atmosfera che circonda le figure, insopprimibile, è la domanda attuale di una vicinanza rassicurante, impedita da ancestrali paure, resuscitate, forse, da esecrabili maneggi per il dominio del mondo o da imperdonabili leggerezze di operatori maldestri.

Sono incongruenze che rendono drammatica, oggi, tanta parte dei nostri rapporti sociali.

In tempi di esiziale contagio virale, la prossemica degli umani, lo spazio vitale delle genti, è in continuo equilibrio tra lontananza e vicinanza, alla ricerca della giusta distanza, nel rispetto di quella imposta per legge.

Gli studi di Edward Hall hanno portato questo antropologo statunitense, vissuto tra il nostro secolo  ed il precedente, a concludere che la distanza “intima” è compresa tra 0 e 45 centimetri; quella “personale”, tra amici, va da 45 a 120 centimetri.

Nei rapporti formali, di lavoro, varia invece da 120 a 300 centimetri la distanza che egli definisce “sociale”.

Pressata da questo nuovo e sconosciuto coronavirus, la OMS ha commesso un grave errore logico stabilendo in 3 piedi la distanza sociale, volendo invece riferirsi, come poi ha rettificato, alla distanza fisica, che da noi si è attestata su un metro.

C’è però motivo di ritenere, che le regole del distanziamento imposto per limitare il contagio possano cambiare, in peggio, ma non ce lo auguriamo.

Alcuni scienziati hanno infatti riscontrato che micro bolle espirate da soggetti portatori di covid-19 sono tanto piccole da poter galleggiare nell’aria e propagare il virus ben oltre il limite spaziale già previsto.

La risposta della collettività, quindi, non può essere solo quella di dar credito ai governanti che ora siamo attrezzati per contrastare una nuova ondata di contagi e trascurare pertanto la doverosa prudenza.

Sul piano fisico in certe condizioni, in ambiti ristretti, in locali chiusi, se il vento spira contro, non un metro, ma almeno un metro di distanza è consigliabile, secondo intelligente valutazione.

A prescindere dalle regole imposte, e sconsideratamente poco seguite, dobbiamo rivedere dunque i nostri spazi prossemici e ravvederci se non lo abbiamo fatto fino ad ora.

D’altro canto, ognuno è geloso del proprio spazio e questo è una variabile in funzione di chi incontri: un partner, un famigliare, un parente, un amico, un collega, uno sconosciuto.

E, così come mal tolleriamo le invadenze nel nostro campo, molto soffriamo per le limitazioni imposte alle nostre relazioni, specie quando urgono le intimità dell’incontro.

Magritte, coi suoi veli di allora, ha anticipato le sofferenze di certi baci negati oggi, che sono la punta dell’iceberg della vita di relazione e che riportano alla mia mente questo struggente passo di Isabel Allende in D’AMORE E OMBRA: “L’ardore di quel bacio non li abbandonò per molti giorni e riempì di fantasmi delicati le loro notti, lasciando il ricordo sulla pelle, come una bruciatura”.

Ecco, i ricordi, certi ricordi, sono i mattoni della nostra vita, le nostre radici: gestiamoli amorevolmente, dunque, insieme con i nostri sogni, e attiviamoci responsabilmente perché diano buoni frutti, senza più veli.

Si vales, valeo.

armeno.nardini@bno.eu 

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Articolo pubblicato il 21/07/2020