La Certosa di Santa Maria di Pesio, a Chiusa di Pesio (Cuneo)
Certosa di Pesio: Chiostro Inferiore

Di Ezio Marinoni

Per raggiungere la Certosa si lascia il fondovalle a Pianfei e si sale verso Pesio.

Il panorama cambia gradualmente, sino a diventare dolcemente montano.

L’Albergo dei Pescatori ricorda una vocazione del territorio, una strettoia e la strada sale con maggior forza, fino a concludersi in un piazzale.

La Certosa si svela all’improvviso, sulla sinistra.

Nel 1934 i Missionari della Consolata l’hanno acquistata e hanno iniziato i lavori di restauro per porre fine a un lungo periodo di decadenza e degrado.

Diventa subito sede del Noviziato per gli studenti della facoltà di teologia e casa di accoglienza per i pellegrini.

Dal 1994 è una casa di spiritualità missionaria, aperta a momenti di dialogo e preghiera, riflessione e condivisione.

Oggi più che mai, perché si avverte forte il bisogno di fermarsi a riflettere sul senso della nostra civiltà, fino a ieri lanciata a massima velocità per produrre sempre e sempre di più, è un luogo ideale per fermarsi, un attimo o un giorno, nella frescura del luogo, a pensare e a ossigenare i pensieri.

La Certosa di Santa Maria di Pesio, una delle prime in Italia, viene fondata nel 1173 da una donazione dei Signori di Morozzo, che concede ai monaci gran parte della valle.

Nelle memorie storiche del Teologo Giorgis, raccolte nell’opuscolo “La Certosa in Valle Pesio” (1952), si legge “...Tutti questi Signori di Morozzo, con tutto il popolo di Chiusa, fecero donazione in mano di Ulderico, Priore dell’ordine Certosino, delle terre che giacciono nella parte montuosa del villaggio detto Chiusa site nel luogo denominato Ardua, dai rivi Alma e Crovera fino alle cime dei monti, e dall’una e l’altra parte del fiume Pesio, terreno colto, incolto e boschivo… Allo scopo di edificarvi un chiostro e una chiesa in onorem Dei Sancta Eque Virginis Mariae et Sancti Joannis Baptistae a vantaggio e sostentamento di tutti coloro che ivi avrebbero servito, e (aggiungono i Signori) per farsi merito innanzi a Dio e per la remissione dei propri peccati e di quelli dei loro antecessori”.

In questo documento sono indicati i donatori, i destinatari e lo scopo, o gli scopi, della donazione. Il Padre Ulderico, oriundo di Casale Monferrato, veniva dalla Certosa Madre di Grenoble ed era stato designato dal Capitolo Generale dell’Ordine a ricevere e ratificare l’atto di donazione per la erigenda Certosa di Pesio, di cui fu anche il primo Priore, dall’anno di fondazione 1173 fino al 1199. Egli ha lasciato larga traccia del suo Priorato come organizzatore della Correria, prima provvisoria sede e per aver creato le grange di San Michele e di Rumiana. La scelta del luogo e la generosa donazione dei terreni da parte dei Signori di Morozzo ha varie motivazioni: oltre che presentare condizioni assai favorevoli alla vita certosina, la Valle Pesio si trovava sulla via ideale di comunicazione fra la Certosa di Grenoble e la Certosa di Calabria, la prima in Italia, fondata da San Brunone (1091).

Nel Settecento si compie la decadenza del complesso e il colpo di grazia arriverà nel 1802 con Napoleone Bonaparte.

Poco prima della Certosa si incontrano la Correria, il Mulino e la Pescheria.

Nella prima (soppressa dai Regolamenti dell’Ordine nel 1679, vivevano i conversi, impegnati nelle attività agricole e nella gestione fondiaria. È un complesso di edifici, che ospitava i monaci in caso di malattia, con la chiesa di San Giovanni Battista, a pianta quadrangolare.

Il secondo sfruttava un canale derivato dalle acque del Pesio; l’affresco Madonna della Misericordia è stato staccato e ricollocato nel chiostro superiore.

Oltre il torrente, la Pescheria dei Certosini è ancora visibile, seppur quasi ricoperta dalla vegetazione, con una grande vasca settecentesca per allevare le trote destinate alla tavola dei monaci.

Il portale d’ingresso, realizzato da Giovenale Boetto (fratello minore di Urbano, Priore dal 1639 al 1644), è maestoso.

Dal cortile della Foresteria si accede alla chiesa inferiore, con un portale ad arco datato al XII secolo. Spoglia e romanica, semplicemente in pietra, risente dell’umidità e ha bisogno di continue manutenzioni.

Grazie ad una scala coperta si sale alla chiesa superiore, edificata alla fine del Cinquecento nel clima imposto dal Concilio di Trento.

Alla base del presbiterio vi sono riquadri con scene della costruzione di un monastero certosino; nel catino absidale uno sfolgorio di affreschi (i quattro evangelisti, i quattro dottori della Chiesa, le tre virtù teologali. Al di sotto dell’Incoronazione della Vergine scorre una lunga epigrafe: “Chi è costei che ascende/come l’aurora, bella come la luna, eletta come il sole, terribile/come una schiera ordinata di fortezze?”.

Il chiostro superiore è la struttura più affascinante della Certosa. Il grande cortile a pianta quadrata è circondato da un porticato sui quattro alti. Nel suo giardino i Missionari della Consolata hanno voluto collocare due statue di santi certosini, per ricordare le origini del complesso religioso.

I capitelli del colonnato rappresentano un museo di scultura rinascimentale, legati a suggestioni figurative tardo gotiche: mascheroni, figure fitomorfe, elmi, cornucopie, anfore, animali, motivi araldici si alternano fra di loro.

Dalla manica occidentale del chiostro, attraversato un corridoio, si accede al cortile di una cella, dove è stato sistemato un piccolo lapidario, con capitelli erratici provenienti dalle demolizioni del chiostro superiore.

Al centro di questa manica si trova la Cappella del Priore, la chiesetta utilizzata per le funzioni religiose riservate ai monaci.

Al termine spicca un grande affresco con l’immagine settecentesca di San Bruno, riconoscibile dalla iconografia delle sette stelle che gli circondano la testa. Le stelle simboleggiano la visione premonitrice che Ugo, Vescovo di Grenoble, ebbe all’arrivo dei primi sette monaci certosini nella sua Diocesi.

Nella manica sud si intuiscono gli spazi delle celle dei monaci, unica testimonianza superstite della vita dei primi religiosi alla Certosa.

La cella è il luogo dove il certosino trascorre gran parte della giornata e accoglie funzione che nei monasteri cenobitici si svolgono in comune e in locali appositi (refettorio, laboratorio, scriptorium). La cella era suddivisa in due parte: una prima stanza, detta della “Ave Maria” (qui il monaco recitava gli uffici divini) e una seconda stanza, detta “cubicolo” (fungeva da refettorio, laboratorio e camera da letto). In un primo tempo ogni monaco si preparava i pasti, in seguito il Capitolo Generale del 1276 disporrà la creazione delle cucine. Da quel momento si costruiscono in ogni cella le ruote per il trasporto e passaggio delle vivande. Ogni cella era dotata di un giardino quadrangolare, recintato e separato da un muro rispetto ai confinanti, dove il monaco coltivava erbe e fiori, nel silenzio e nella solitudine.

A piano terra, prima di uscire, si incontrano il book shop religioso e un piccolo Museo allestito dai Missionari della Consolata.

Al termine di questa visita penso di aver trovato la chiave di lettura della Certosa di Pesio: silenzio e solitudine. Ho camminato in solitudine nel percorso concesso ai turisti e ai fedeli e il silenzio mi h accompagnato ovunque, ricco di evocazioni.

Chiunque passi per la Certosa può spostarsi al suo interno, negli spazi consentiti, e guardare, ammirare, riflettere, fermarsi a leggere, all’interno di un’oasi di serenità per credenti e non credenti, con un fascino particolare e un’armonia profonda da offrire a tutti.

 

Bibliografia

Carlo Tosco – La Certosa di Santa Maria di Pesio

Teologo Giorgis – La Certosa in Valle Pesio - 1952

@Ezio Marinoni

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Articolo pubblicato il 31/07/2020