Amici degli animali? Di quali animali?

Effetti collaterali delle buone intenzioni.

Siamo uno dei paesi al mondo con la più alta densità di animali domestici: oltre 32 milioni tra uccelli, gatti, cani, criceti, conigli, pesci, tartarughe ed altri rettili, perfino maialini o altre specie particolari come furetti, con i quali condividiamo gran parte del nostro tempo e spazio.

Scelte che dicono molto di noi, evidenziando nostri aspetti caratteriali e comportamentali che trovano in tali esseri viventi le migliori espressioni delle loro rappresentazioni.

 

Si dice che animali e padroni finiscano per assomigliarsi; inoltre la fisiognomica del volto tradisce la nostra assomiglianza con un animale specifico, cosa che i caricaturisti sanno rendere perfettamente evidente.

 

Non ce ne rendiamo conto facilmente poiché il rapporto con essi diventa immediatamente simbiotico o compensativo a tal punto che spesso diventa cieca ed indissolubile dipendenza reciproca.

 

Una simbiosi compensativa che se da una parte permette un certo trasferimento reciproco di aspetti positivi equilibranti e terapeutici, dall’altra non può impedire che avvenga lo stesso anche per aspetti meno desiderabili.

 

Conosciamo infatti quali siano le malattie trasmissibili dall’animale all’essere umano, ma molto meno ci accorgiamo di quelle che l’essere umano trasmette all’animale. Aspetti evidenti di quanto appena accennato sono i tumori e le patologie nervose e comportamentali.

 

Un aspetto sociale assai controverso è quello della concentrazione di presenze animali in contesti abitativi dove, specialmente quando i padroni si allontanano per motivi vari, gli animali vagano nelle proprietà altrui creando problemi igienici o, pur restando confinati nel proprio spazio, producono rumori molesti. Fatti che evidentemente sfuggono all’attenzione di chi è responsabile dei propri animali anche quando non è presente. Un esempio può essere lo sconfinamento di gatti in altre abitazioni in cui vi sono persone allergiche al loro pelo. Un altro il continuo abbaiare o guaire di cani tenuti chiusi negli appartamenti, continuamente imposti a coloro che abitano nei pressi.

 

Qualche perplessità circa l’amore per gli animali si evidenzia quando si danno animali vivi in pasto ai propri, poiché non è chiaro secondo quale criterio si discrimini la scelta, benché così avvenga in natura, di riprodurla diversamente in un altro ambito.

 

Esattamente lo stesso sentire si manifesta quando una organizzazione si costituisce per salvaguardare una specie fino a che poi un’altra organizzazione dovrà costituirsi per cercare di circoscriverne la proliferazione perché questa è diventata un problema per altre comunità animali o umane.

 

Non si comprende bene neppure come si possa conciliare il sentimento di accarezzare un gattino e la scelta di uccidere, o far uccidere, dopo averlo allevato, un altro animale per nutrirsi della sua carne, quando esistano evidenti alternative.

 

Alcuni dimenticano, ed altri ricordano, che mentre gli esseri umani si concentrano sempre più in agglomerati urbani (ormai oltre il 50% della popolazione mondiale è inurbata) tutto il resto del pianeta è disponibile per gli animali, che senza alcuna nostra ingerenza, o al massimo marginale, saprebbero benissimo autoregolarsi naturalmente, in un contesto per loro assai meno costrittivo.

 

Basta osservare attentamente cosa succede quando il territorio in cui essi vengono portati dagli esseri umani diventa sovrappopolato, scatenando l’aggressività animale all’interno della specie e, qualche volta, nei confronti degli stessi padroni o di incolpevoli malcapitati (spesso bambini).

 

Insomma una relazione di convivenza iniziata fin dagli albori del mondo che meriterebbe maggior equilibrio e ponderata responsabilità da parte di chi si ritiene un essere umano.

 

E vuole partecipare ad un contesto umano!

 

Che è evidentemente più complicato!

 

Naturalmente!

 

foto e testo

pietro cartella

 

nota: anche io e mia moglie abbiamo avuto un cane, Baghi, che è stato con noi quasi 17 anni, fino a quando abbiamo vissuto in una casa di campagna, abbastanza isolata dalle altre e con un ampio cortile erboso. Ha sempre vissuto all’esterno ed è morto di tumore poco prima che cambiassimo casa. Nel contempo abbiamo ospitato per anni il setter di mio padre e una tartaruga; inoltre siamo stati visitati da conigli, galline, ricci e gufi. Ora abitiamo in un contesto diverso, costituito da unità abitative con piccoli giardini pertinenziali. Non abbiamo più animali “nostri”, ma siamo “affettuosamente” assediati da gatti, cani, storni, colombi, gazze, passeri, rondini, api, vespe, calabroni, insetti vari e quanto altro saltuariamente capita. In sintesi un perfetto “cohousingzoo”.

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Articolo pubblicato il 05/08/2020