Marco Aurelio di Saluzzo (1866-1928)
Busto marmoreo di Giuseppe Angelo Saluzzo di Monesiglio e Valgrana (1734-1810)

Un uomo di Stato dell’Età Giolittiana (di Aldo A. Mola)

I collegi nominali, vivaio di classe dirigente

Nel suo V e ultimo governo (16 giugno 1920 - 4 luglio 1921) Giovanni Giolitti volle a fianco uomini fidati del suo Vecchio Piemonte: il pinerolese Luigi Facta alle Finanze, il chierese Cesare Rossi sottosegretario alla Pubblica istruzione, ai Lavori Pubblici il saluzzese Camillo Peano, già suo ex capogabinetto al ministero dell’Interno e da sette anni deputato; il monregalese Giovanni Battista Bertone, sottosegretario alle Finanze, poi ministro dello stesso dicastero nei due governi Facta (1922), nel 1919 eletto deputato per il partito popolare con più preferenze di Giolitti stesso; e il torinese marchese Marco di Saluzzo, sottosegretario agli Affari Esteri, deputato dal 1904 al 1919 quando venne nominato senatore. Giolitti riteneva che la classe dirigente di un grande Paese non è frutto d’improvvisazione. Gli “uomini di Stato” non nascono per germinazione spontanea nel deserto della cultura e dei valori civici. All’epoca a nessuno sarebbe venuto in mente di dire che “uno vale uno”. La formazione della classe politica richiede tempi lunghi. Occorrono generazioni o almeno un’istruzione personale seria e adeguata (ne scrisse Pascoli in La piccozza)) per acquisire, vivere e trasmettere il “senso dello Stato” come connaturata.

All’abito della dirigenza italiana molto concorse la legge elettorale del regno di Sardegna approntata da statisti quali Cesare Balbo, Camillo Cavour e Luigi Francesco Des Ambrois de Névache. Essa istituì tanti collegi elettorali quanti erano i seggi della Camera: 208. Ogni elettore era eleggibile, senza bisogno di candidarsi. Il teologo Vincenzo Gioberti fu eletto in diciotto collegi benché non si fosse presentato in alcuno di essi. Bastava la fama. Se nessuno raggiungeva il quorum fissato dalla legge, gli elettori erano riconvocati a breve per scegliere tra i due candidati che avevano ottenuto il maggior numero di preferenze. Gli ecclesiastici con cura d’ anime erano ineleggibili, per l’incompatibilità tra politica e amministrazione di sacramenti “delicati”, quali la confessione. Una fitta serie di clausole stabiliva incompatibilità, ineleggibilità e riserva di seggi per i pubblici impiegati. In caso di eccesso di eletti rispetto ai seggi consentiti alle rispettive categorie, si procedeva all’esclusione per sorteggio sino a raggiungere il numero degli scranni previsti. I deputati pubblici dipendenti (militari, magistrati, alti dirigenti, docenti...) che nel corso del mandato conseguissero promozioni automaticamente decadevano dalla Camera ma erano subito rieleggibili.

I collegi uninominali mostrarono la loro validità dal 1848 al 1861. Perciò la legge elettorale del regno di Sardegna fu adottata da quello d’Italia. Salvo nelle elezioni dal 1882 al 1890, quando si sperimentarono circoscrizioni formate da 4 o 5 ex collegi uninominali e lo scrutinio di lista, rimase pressoché immutata sino al 1913, allorché Giolitti introdusse il suffragio quasi universale maschile (il voto politico femminile era ancora rarissimo).

I conservatori e alcuni sedicenti democratici (Gaetano Salvemini, che lo definì “un pranzo alle otto del mattino”) erano convinti che il balzo degli elettori da meno di tre milioni a otto milioni e mezzo avrebbe scatenato una “rivoluzione parlamentare” e squassato le istituzioni. Invece non avvenne nulla di traumatico. I neo-deputati furono 146 su 508, un ricambio in linea con quanto era avvenuto nelle elezioni precedenti. Si registrò, anzi, un rafforzamento della qualità dei parlamentari. I migliori, ovvero i più sperimentati e assidui, furono confermati. Non erano “ascari” del “ministro della malavita” come asserito appunto da Gaetano Salvemini, che di Giolitti scrisse con la penna intinta nel fiele di due sconfitte elettorali, bensì “uomini di Stato”.

Com’era accaduto sin dal regno subalpino, il rinnovo della rappresentanza alla Camera fu propiziato da Giolitti, che in vista delle elezioni propose a Vittorio Emanuele III la nomina a senatori di molti deputati in carica da tre o più legislature, come prevedeva il terzo punto dell’articolo 33 dello Statuto sulla composizione del Senato, di alti dignitari dello Stato e di personalità rilevanti. Fra il 3 giugno 1911, poco più di due mesi dal varo del suo quarto governo, e il 24 novembre 1913 si susseguirono quattro “infornate” per un insieme di 103 nuovi “patres”, con l’aggiunta dell’ammiraglio Enrico Millo nominato da solo. Particolarmente folte furono le nomine del 16 ottobre e del 24 novembre 1913, comprendenti, fra altri, Alfredo Frassati, proprietario e direttore di “La Stampa”, Gerolamo Gatti (nel novembre sul punto di essere eletto gran maestro aggiunto del Grande Oriente d’Italia), il torinese Eugenio Rebaudengo, già deputato di Bra, Giovanni Francica Nava, l’acquese Maggiorino Ferraris, proprietario della “Nuova Antologia”, la rivista culturale più prestigiosa d’Italia. In quelle elezioni l’area liguro-piemontese confermò alla Camera parlamentari di lungo corso, accreditati dal consenso dell’elettorato che li conosceva “inctus et in cute”. Recentemente Alessandro Mella ha bene documentato il caso di Giovanni Rastelli, eletto nel collegio di Lanzo Torinese.

 

Il marchese di Saluzzo: militare, consigliere provinciale, deputato

Analoga, e per molti aspetti anche più emblematica, fu la vicenda di Marco Aurelio di Saluzzo (Torino, 9 aprile 1866-Saluzzo, 19 ottobre 1928), marchese di Saluzzo, barone di Fenis e La Riviera, signore di Castellar con Oncino, Ostana e Paesana, discendente della Casa che nei secoli aveva creato uno Stato, il Marchesato di Saluzzo, esteso dalla Valle Po alle porte di Cuneo, con domini nelle Langhe (Dogliani, Castiglion Falletto...) e nell’Astigiano. Nel 1548 i francesi di Enrico II imprigionarono e avvelenarono Gabriele, ultimo discendente del capostipite della Casa, privo di discendenti legittimi, e ne soggiogarono lo Stato, poi strappato loro da Carlo Emanuele I di Savoia nel 1587 e definitivamente incorporato nel Ducato di Savoia con il Trattato di Lione stipulato con Enrico IV di Borbone (1601).

La Casa dei Saluzzo continuò per rami collaterali, sino, appunto a Marco Aurelio di Paesana. Il 31 luglio 1879 Re Umberto I con motuproprio gli concesse il titolo di marchese. Avviato alla carriera delle armi (Scuola Militare e poi Accademia di Torino), egli raggiunse il grado di maggiore di artiglieria. Sposato con Maria Raffaella De Mari, ne ebbe figlie Artemisia, Aurelia e Maria.

Alla vita di ufficiale unì la cura dell’amministrazione pubblica. Nel 1902 Marco di Saluzzo fu eletto al Consiglio provinciale di Cuneo per il mandamento di Sampeyre, in valle Varaita, precedentemente rappresentato da Carlo Buttini, deputato di Saluzzo e senatore (1895-1900), e dall’avvocato Francesco Rossa (1901). Un altro Saluzzo, il conte Cesare di Monterosso, era stato consigliere per il mandamento di Paesana (1864-1868). Il consesso provinciale non aveva suddivisioni in partiti. Nella quasi totalità cattolici praticanti, ma senza ostentazioni per calcoli elettorali, e compattamente fedeli alla monarchia, i suoi componenti si riconoscevano nella tradizione risorgimentale e unitaria.  Dopo le lunghe stagioni di Gustavo Ponza di San Martino (senatore e rappresentante del circondario di Cuneo), dell’albese Alerino Como (deputato prima di Michele Coppino eletto dal 1861, più volte ministro della Pubblica istruzione, e morto in carica nel 1901) e del saluzzese Carlo Buttini (deputato e poi senatore 1891-1900), alla sua presidenza del Consiglio si susseguirono il saviglianese Bartolomeo Gianolio (1901-1902), deputato per sette legislature, e il monregalese Ferdinando Siccardi (1903-1904), ripetutamente deputato e senatore dal 1904. Per vent’anni gli subentrò Giolitti (1905-1925), deputato dal 1882 alla morte, nel 1928, cinque volte presidente del Consiglio dei ministri. Il consesso cuneese contava senatori, deputati, aristocratici, militari, scienziati, clinici, docenti e storici come Costanzo Rinaudo: un’accolita straordinaria di personalità competenti e devote all’interesse pubblico, confortata da uffici tecnici di alto livello, famosi per dedizione e solerzia. Ottimi furono sempre i rapporti tra la Provincia e i Prefetti, che consideravano la sede di Cuneo tra quelle più importanti del regno. Tra i molti, va ricordato Amedeo Nasalli Rocca, le cui “Memorie di un prefetto” sono un suggestivo ritratto della vita pubblica italiana tra Otto e Novecento.

Mentre svolgeva l’“apprendistato” di consigliere provinciale, all’amministrazione locale il marchese Marco di Saluzzo unì il mandato nazionale. Il 6 novembre 1904 fu eletto deputato del collegio di Saluzzo, nel clima di convergenza tra liberali e cattolici moderati. Alla Camera intervenne esclusivamente sui temi a lui noti: bilancio del ministero della Guerra, grandi manovre, scuole militari e pensioni dei sottufficiali. I parlamentari non parlavano a vanvera. Prime di pronunciarsi, studiavano, perché l’Aula era gremita di colleghi preparatissimi. Negli stessi anni nel Consesso cuneese parlò a favore dei cantonieri provinciali, della Scuola normale femminile di Saluzzo (1905) e di quella Enologica di Alba, in competizione con Conegliano Veneto (1907). Si mosse nella cornice del “giolittismo”, le grandi riforme sociali d’inizio Novecento, che coniugarono efficienza dello Stato e solidità delle Istituzioni, come documentano le cinquemila pagine dei cinque volumi di “Giovanni Giolitti al Governo, in Parlamento, nel Carteggio”, editi a cura di Aldo G. Ricci con prefazione di Gianni Rabbia, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo, che sorresse la pubblicazione (Ed. Bastogi).

Rieletto il 7 marzo 1909, il 26 ottobre 1913, dopo l’introduzione del già ricordato suffragio universale maschile e l’aumento degli elettori del collegio da 6585 a 14031, di Saluzzo ottenne 5622 preferenze contro i 2017 voti andati al radicale e massone avvocato Achille Dogliotti, mentre il radicale Federico Milano sconfisse a Savigliano il giolittiano Luigi Ciartoso. Il clima politico cominciava ad avvelenarsi. Sobillata da socialisti, l’Unione Operaia di Saluzzo respinse la proposta, avanzata da suoi associati, di conferire al marchese di Saluzzo l’innocua presidenza onoraria dell’associazione.

 

Dalla Grande Guerra al governo e alla guida del Consiglio provinciale di Cuneo

In veste di ufficiale di Stato Maggiore, con i gradi di capitano e di colonnello, di Saluzzo fu tra i primi a sbarcare a Tripoli per affermare la sovranità dell’Italia sulla Libia (ottobre 1911), liberata dal secolare dominio turco-ottomano, come poi Rodi e il Dodecanneso, che ne sono ancora grati. All’intervento dell’Italia nella Grande Guerra partì per il fronte, come altri consiglieri provinciali cuneesi, tra i quali Marcello Soleri, dal 1913 deputato e quindi come lui dispensato dalla mobilitazione, Francesco Bogetti e Tomaso Quagliotti. Purtroppo il suo stato di servizio non figura nell’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito.

Al termine del conflitto fu nominato sottosegretario di Stato per l’assistenza militare e le pensioni di guerra nel secondo governo presieduto da Francesco Saverio Nitti (marzo-maggio 1919) e, come già detto, agli Esteri nel V e ultimo governo Giolitti, accanto al ministro Carlo Sforza (giugno 1920-luglio 1921). Il 6 ottobre 1919 fu creato senatore del regno quale ex deputato e per la 20a categoria (i cittadini che da tre anni pagavano almeno tremila lire d’imposizione diretta in ragione dei loro beni o della loro industria).

Già a lungo segretario del Consesso cuneese, nel 1921 Marco di Saluzzo fu eletto vicepresidente del Consiglio provinciale di Cuneo, rinnovato nel 1920. In tale veste, come documenta l’unica e ormai rara Storia dell’Amministrazione provinciale di Cuneo dall’Unità al fascismo (ed. 1971), il 6 giugno 1921 presiedette il consesso mentre Giolitti era trattenuto a Roma e ancora l’8 agosto. Confermato nella carica il 14 agosto 1922, il 23 ottobre seguente pronunciò il fervido elogio dello Statista festeggiato nell’80° compleanno con la consegna di una medaglia d’oro e l’istituzione di una borsa di studio intitolata al suo nome, omaggio alle cure prestate da Giolitti all’Istruzione pubblica, tanto da volerne ministro Benedetto Croce, al quale nel 1922 seguì Giovanni Gentile. Quella era l’Italia; quelli erano i suoi ministri.

 

Il “No” di un liberaldemocratico al regime di partito unico

Nel dicembre 1925 un folto numero di consiglieri nazionalisti, popolari e “liberali” si fece strumento della congiura ordita da Mussolini contro il liberaldemocratico Giolitti: il presidente del consesso cuneese doveva avere la tessera del PNF. In cambio il governo avrebbe concesso un milione di lire a beneficio di opere pubbliche. Giolitti (che alla sua età non voleva certo intonare “Giovinezza”) si dimise da presidente e, per elementari motivi di dignità, da rappresentante del mandamento di Prazzo e San Damiano. Marco di Saluzzo fu tra quanti si dimisero a loro volta: Marcello Soleri, Giovanni Battista Fillia, Michele Gullino, Domenico Dotta, Andrea Miraglio e, per motivi di salute, Paolo Enrico, da quarant’anni rappresentante del mandamento di Saluzzo. Con gli esponenti della tradizione liberaldemocratica si dimisero anche i socialisti, a cominciare da Domenico Chiaramello, eletto nel mandamento di Cavallermaggiore (dicembre 1925 - gennaio 1926), che tardivamente capirono quanto il loro partito dovesse a Giolitti e ai suoi seguaci, garanti della libertà politica per tutti, avversari compresi.

Alla Camera Alta Marco di Saluzzo fu iscritto al Gruppo liberaldemocratico, poi Unione democratica. È storiograficamente falso che il Senato sia stato succubo di Mussolini e che il governo insediato il 31 ottobre 1922, senz’alcun supporto della “marcia su Roma” (mai avvenuta anche se molto mitizzata), sia stato “subito regime” come invece sostiene Emilio Gentile. Alla morte egli fu ricordato dal presidente del Senato, Tommaso Tittoni, che ne elogiò l’opera di parlamentare ma insisté soprattutto su quella di militare e di amministratore locale. Marco di Saluzzo visse e attualizzò l’ideale del “civis romanus”, al servizio dello Stato in armi e negli uffici pubblici, sulla scia degli antenati, come mostra il busto di Giuseppe Angelo di Saluzzo, conte di Monesiglio e fondatore dell’Accademia delle Scienze di Torino, nella chiesa di San Bernardino a Saluzzo, ove è raffigurato in veste di antico romano, contornato dalle lapidi dei figli, Alessandro e Annibale, generali, e Cesare, che donò l’emblematica spada napoleonica al futuro Vittorio Emanuele II, e della figlia, Diodata, autrice del poema Ipazia e così celebre che il suo busto figura nella Protomoteca del Campidoglio a Roma con quelli di Gaspara Stampa e di Vittoria Colonna.

 

Marco Aurelio di Saluzzo rimane un modello della dirigenza nazionale tra Risorgimento e avvento del regime di partito unico: formata da persone di grande competenza, rettitudine e dedizione allo Stato. All’occorrenza sapeva usare il tono giusto. In una interrogazione parlamentare chiese al governo di assicurare un servizio “almeno decente” sulla linea ferroviaria Saluzzo-Savigliano (saltem interrotta nel quadro del depauperamento dei servizi di pubblica utilità dell’area liguro-piemontese).

Manca una sua biografia, non certo la documentazione per scriverla. La doverosa intitolazione al suo nome di uno spazio pubblico in Saluzzo potrebbe indurre a colmare la lacuna. Riscoprire la statura nazionale ed europea della classe dirigente postunitaria può essere valido integratore per quella ventura, se e quando agli elettori verrà consentito di tornare alle urne, meglio se con una legge elettorale che consenta la libera scelta da parte dei cittadini dei propri rappresentanti, anziché il mortificante rito di conferma di “candidati”, come avvenne con l’istituzione del Gran Consiglio del Fascismo che avocò a sé la scelta dei candidati al “collegio unico nazionale” e perdura a opera di cupole partitiche e di “piattaforme” la cui compatibilità con la Costituzione rimane da provare.

Aldo A. Mola

 

Foto di apertura: Busto marmoreo di Giuseppe Angelo Saluzzo di Monesiglio e Valgrana (1734-1810) nella Cappella funeraria, Chiesa di San Bernardino, Saluzzo, drappeggiato da antico romano. Fondatore della Regia Accademia delle Scienze (fotografia di Giancarlo Durante).

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Articolo pubblicato il 02/08/2020