A Torre del Mare: il fuoco

San Francesco e il fuoco a Torre del Mare.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Focu,

per lo quale enallumini la nocte:

ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

 

Nel sempre più celebre ed immaginario Codex Marinus de Turribus, San Francesco dedica (o non dedica?)  una pagina emozionante al fuoco.  Racconta (o non racconta?) di un incendio a cui scampò per caso da bambino, ma anche di un fuoco che lo scaldò in una notte d’inverno e gli salvò la vita.

Anche qui, sulla spiaggia dove San Francesco (non) si riposò e dove oggi sono disposte a distanza di sicurezza le sdraio dei Bagni Lido di Torre del Mare, si narrano, e si sono narrate, storie diverse sul fuoco.

C’era il fuoco amico dei falò sulla strada del faro: in realtà non è mai stato un faro, ma solo un semaforo marittimo posto all’interno di una postazione militare a capo Noli.

Ma per noi era un faro, non un semaforo. Vuoi mettere la poesia di un faro con quella, inesistente, di un semaforo? Poesia contro realtà, uno a zero palla al centro.

E per noi era importante, la poesia. Magari più per le ragazze, allora come oggi se quarant’anni tra gli adolescenti mi hanno insegnato qualcosa, che per i ragazzi. Ma va bene così. Come dicono i francesi, c’è una piccola differenza fra uomini e donne: Vive la petite difference!

Il fuoco amico, dicevo. Il fuoco dei falò cominciava bruciare la mattina, quando si andava dal macellaio a comprare la carne da cuocere sulla griglia, continuava nel pomeriggio quando i frigoriferi delle nostre case si riempivano di salsicce e costine fra le rimostranze delle mamme che però in fondo erano contente e molti di noi ragazzi si cimentavano in monumentali macedonie o dolcissimi budini.

Il fuoco della giornata, in attesa dell’evento della sera, era iocundo, come lo descrive San Francesco, pieno dell’energia dei ragazzi che andavano la mattina presto a raccogliere i legnetti necessari per far partire il fuoco e dell’allegria e dell’incoscienza con cui si saliva alle Manie in due su un motorino e senza casco. Va beh, giovani torremarini figli di torremarini veri, in caso mi stiate leggendo, abbiate pazienza; allora si usava così. Del resto voi avete avuto “gli anni in motorino sempre in due” degli 883, no? E’ così bello ricordarsi che un ragazzo di sedici anni è sempre un ragazzo di sedici anni, al di là di dove e quando sia nato.

Ma torniamo al fuoco del nostro falò, che scoppiettava e poi  bruciava la legna deciso, robustoso et forte come quello di San Francesco, all’imbrunire e nella prima parte della serata. Poi si abbassava e scemava dolcemente, osservato dall’occhio vigile dei ragazzi più grandi: diventava la brace su cui cuocevamo salsicce e costine, la stessa coltre bruciante e misteriosa sotto la quale si infiammavano e si spegnevano gli amori  di un’estate.

E alla luce fioca del falò che pian piano languiva si accendevano le note delle chitarre, della poesia della musica e delle parole di Battisti e Mogol, dei i Beatles, dei Bee Gees, una musica straordinaria che ha cambiato il mondo, l’eredità più formidabile di quel ’68 che vivevamo, rigorosamente da una parte o dall’altra della barricata, assolutamente inconsapevoli che sarebbe diventata una pagina di storia. Ma il fuoco dei falò sulla strada del faro divorava, almeno d’estate, le ebbrezze politiche cui eravamo tutti fatalmente sottoposti d’inverno, compresi quelli che facevano del loro meglio per rimanerne fuori.  Anzi quelle rigide divisioni fra destra e sinistra, quei modi di vestire e di parlare che caratterizzavano in modo inequivocabile l’appartenenza ad una delle due fazioni a scuola d’inverno, svanivano davanti al fuoco d’estate, mentre le chitarre suonavano Battisti o Joan Baez nelle più assoluta imparzialità. Miracoli del fuoco di San Francesco? Chissà.

Ma non c’era solo il fuoco amico, c’era anche il fuoco degli incendi, quello che spaventava e che mi svegliò di soprassalto in una notte del ‘68 o giù di lì, tra le voci concitate di mio padre e mia madre che dicevano a me e alle mie sorelle di vestirci in fretta e di uscire di casa velocemente. Ricordo mio padre che spostava le automobili dal terrazzo di casa mentre la mamma ci accompagnava al sicuro a casa di amici. Ma lo sguardo di tutti era fisso sul fuoco che bruciava appena dietro casa Mercalli. Che paura!

Ma non sempre gli incendi erano così vicini e pericolosi: un amico che non vedo da tempo, Enrico, ha scritto sulla rubrica Torre è…, sul nostro sito torredelmare.net: “Qualcuno si ricorderà ancora quanto faceva sentirsi importante andare con i vigili del fuoco e i volontari a spegnere gli incendi sulle colline e poi andare tutti in spiaggia a raccogliere i complimenti di tutte le persone”.

Me lo ricordo sì, caro Enrico.  Proprio belle, le tue parole; grazie a loro anche il fuoco nemico, che guardavamo con apprensione dalla spiaggia, si colora delle sensazioni confuse  e dell’avventatezza dell’adolescenza. E non fa più paura.

 

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Articolo pubblicato il 13/08/2020