Testimonianze d'arte tra Tanaro e Belbo
La Pieve di San Giovanni a Sale (AL)

Escursioni in periodo di Corona virus

In questo periodo è ancora importante evitare assembramenti e la frequentazione di luoghi molto affollati, suggeriamo quindi un’escursione particolarmente interessante, in un luogo sicuramente meno gremito di altri e dove è possibile ritrovare le tracce del nostro passato lontano.

 

In questa occasione proponiamo un itinerario d’arte che di fatto è un anello compreso tra il Tanaro e il Belbo. Un percorso breve, ma che offrirà certamente molte sorprese, consentendoci di scoprire testimonianze poco note, ma in alcuni casi destinate a stupirci e anche ad affascinarci.

Avremo modo di conoscere un corpus di pitture che dal romanico giungono al tardo gotico, spesso custodite in piccole chiese e cappelle al di fuori dei grandi percorsi artistici.

Ideale punto di partenza Castelnuovo di Ceva, da qui si prosegue per Saliceto, Monesiglio, Prunetto e quindi si conclude a Sale San Giovanni.

A Castelnuovo di Ceva raggiungiamo la chiesa cimiteriale dedicata a san Maurizio: un edificio a aula rettangolare suddiviso in due parti da un arco trionfale, la zona presbiteriale e l’area dell’abside. L’arco, ogivale, è sorretto da pilastri con capitelli con semplici capitelli in pietra; il presbiterio, quadrato è sovrastato da una volta a crociera con costoloni le cui nervature si innestano su elementi litici che, in tre casi, sono scolpiti con volti umani. Gli affreschi, una sorta di biblia pauperum, sono disposti nell’area absidiale, su tre pareti, ognuna suddivisa in due registri costituiti da riquadri sovrastati da lunetta.

Sulla parete di fondo vi è la lunetta della crocifissione, nei due riquadri san Maurizio e san Michele, caratterizzati da un abbigliamento coevo a quello dell’affresco (metà XV secolo). Sulla parte di sinistra troviamo la raffigurazione di alcuni episodi della vita di san Maurizio, generale della Legione tebea; su quella di destra la Natività e l’adorazione dei pastori; nelle vele gli evangelisti e i dottori della Chiesa.

Sulla parete di sinistra è presente una scritta che si correla alla pittura: “MCCCCLVIII die X otubris”.

Il corpus pittorico è considerato opera di un affrescatore ligure-piemontese, che ha dedicato una notevole cura ai particolari: per esempio le armature, agli accessori e non ultima alla cultura materiale, emblematico in questo senso il cane posto al controllo un gregge di pecore, che è provvisto del collare da lupo: un collare in metallo con punte ricurve che aveva appunto il ruolo di difendere l’animale  dagli attacchi dei predatori e documentate nella cultura pastorale locale.

Il linguaggio dell’artista che ha affrescato la chiesetta di Castelnuovo si è avvalso di modelli pittorici semplici, ma non per questo privi di attenzione per i particolari; ha quindi saputo relazionare il contenuto delle opere alla realtà quotidiana degli osservatori, ma nello stesso tempo non ha voluto staccarsi mai da canoni devozionali diretti a sottolineare il peso spirituale della pittura sacra.

Gli affreschi medievali della chiesa di San Maurizio sono arricchiti dalla raffigurazione della Sindone, dipinta in basso a destra dell’altare da un autore ignoto: potrebbe essere posta in relazione al passaggio del sudario nel 1706, quando venne trasferito da Torino a Genova.

Raggiungiamo Saliceto dove è d’obbligo una sosta nella bella chiesa di San Martino della Lignera. Poche le informazioni su questo edificio: il campanile romanico è forse della fine del X secolo, con una monofora sormontata da due bifore, costituisce una traccia tra le più antiche dell’architettura medievale di quest’area. Nei pressi della chiesa era sito un monastero che però è caduto in totale abbandono. L’area dove sorge la chiesa era in una posizione particolarmente importante, poiché ospitava uno dei pochi ponti in muratura della Val Bormida.

La struttura dell’edificio ha subito alcuni rimaneggiamenti, soprattutto la facciata nel XVII secolo, mentre le parti in muratura laterali e la zona absidiale risultano ancora ben visibili ed è possibile leggerne l’evoluzione e gli interventi.

Il vero tesoro di San Martino è costituito dagli affreschi della metà del XV secolo di scuola monregalese, che si trovano nel presbiterio; mentre quelli della navata sono ancora celati dalla calce che fu applicata a seguito di una devastante epidemia di colera.

Troneggia al centro della volta lo stemma nobiliare della casata dei Del Carretto, sostituendo, in modo decisamente molto laico, il Cristo pantocrator o l’Agnus Dei.

Il ciclo degli affreschi è ripartito in alcune sezioni.

L’arco trionfale, che divide la navata dal presbiterio, propone un’Annunciazione di cultura tardogotica lombardo – provenzale; mentre nella volta, tra l’arcangelo Gabriele e la Vergine, si trova il cartiglio con la scritta “Ave Maria gratia plena, molto simile a quella del libro aperto sulla mano sinistra di san Domenico, nell’abside. In questa parte dell’affresco vi è un cartiglio che può così essere tradotto: “Anno 1400, 3 luglio, quest’opera fece fare Agostino Pregliasco ad onore di Dio e dedicata alla beata Maria”.

All’interno dell’arco sono raffigurati alcuni santi: sant’Antonio Abate, san Domenico, san Sebastiano (raffigurato vestito secondo un’impostazione meno praticata); sul lato opposto sant’Apollonia. Sotto la volta dell’arco trionfale troviamo santa Caterina d’Alessandria e santa Lucia.

Sullo sfondo dell’abside troviamo san Martino, che compie il classico gesto del taglio del mantello; ai suoi lati vi sono i santi Sebastiano, Biagio, Rocco e Domenico.

Sul lato di sinistra gli affreschi illustrano alcuni episodi significativi della vita di san Martino; di grande fascino un torneo equestre in cui il santo, circondato dai martiri della Legione tebea, colpisce mortalmente e disarciona l’avversario (simbolo del paganesimo).

Un aspetto singolare è costituito dai cavalli, il cui muso è stato dipinto in modo tale da farli… sorridere.

La volta è completamente affrescata, anche nei costoloni; Cristo pantocrator (poiché come abbiamo visto il centro è occupato dallo stemma dei Del Carretto) si trova nella mandorla in una delle vele, mentre nelle altre tre troviamo due evangelisti con sant’Ambrogio e sant’Agostino; san Gerolamo; sant’Agostino.

Nell’insieme si tratta di una realizzazione pittorica di notevole interesse, splendente nella luminosità che proviene da un’ottima conservazione; numerosi poi i particolari che consentono interessanti incursioni nella cultura materiale coeva: dai singolari collari anti-lupo dei cani, alle armi e armature.

Trasferiamoci adesso a Monesiglio, nei pressi del fiume Bormida, dove si trova la chiesa di Santa Maria dell’Acqua Dolce, localmente nota come San Biagio. Si tratta di un edificio romanico, datato tra il XII e il XIII secolo, che merita di essere visto sicuramente per la buona conservazione della struttura dell’edificio, ma soprattutto per l’affresco nell’abside centrale, coevo alla chiesa, che raffigura

 

Cristo in trono nell’atto di consegnare a san Pietro le chiavi del Paradiso, tra i simboli degli evangelisti (singolare il leone alato di san Marco che è molto simile a un cane!). Misteriosa la figura sulla sinistra, che una mano ignota a sfigurato rendendone così impossibile l’identificazione, anche questo personaggio (in cui alcuni studiosi riconoscono Maria Maddalena), come san Pietro, accoglie i doni di Cristo con un panno, finalizzato a non contaminare quanto giunge dal Figlio di Dio.

 

Nell’insieme l’opera rivela una pregnante eredità bizantineggiante che si evince anche a una prima occhiata, rendendo questa piccola testimonianza dell’arte pittorica piemontese un documento iconografico di indubbio valore.

 

Saliamo a Prunetto per una visita al santuario della Madonna del Carmine. Situata nei pressi del castello dei Del Carretto/Scarampi, il santuario era anticamente la chiesa parrocchiale e detta di San Lorenzo, poi ricostruita in un altro sito agli inizi del XX secolo.

 

Realizzata in pietra arenaria locale nel XIV secolo, è strutturata su tre navate, che le donano un forte senso si stabilità e ne articolano gli spazi, resi particolarmente dinamici dalla presenza di una serie di affreschi realizzati in periodi diversi.

 

È credibile che in passato tutta la superficie interna fosse affrescata.

Vanno segnalati in particolare gli affreschi della terza campata di sinistra, opera del pittore Segurano Cigno e attivo nel Monregalese; risalgono al 1478.

 

Degne di nota anche le pitture della navata destra, che raffigurano le tentazioni di sant’Antonio Abate.

Particolarmente suggestiva la pittura che propone la Vergine con il Bambino, alla base della quale si trova un fedele che prega, probabilmente si tratta del committente dell’opera; su questo affresco, nel XVI secolo, qualcuno incise una scritta che può essere così tradotta: “Antonio cittadino di Monesiglio 1540 sabato prima della Pentecoste”.

Di grande freschezza le raffigurazioni delle virtù per il naturalismo che caratterizza i soggetti: volti semplici, tratti dalla quotidianità da cui sicuramente provenivano i modelli usati utilizzati dall’artista e dalla sua bottega.

Particolarmente suggestiva la raffigurazione di una donna al rogo sul lato sinistro, nei pressi dell’accesso al santuario: forse il martirio di una santa, o esecuzione di una strega. Difficile dare una risposta, poiché mancano elementi di riscontro iconografico che consentano di collocare questa scena in un preciso contesto.

La pieve di San Giovanni di Sale fu sede parrocchiale fino al 1380, oggi è la chiesa del cimitero.

La parte più antica risale all’XI secolo e presenta stile romanico lombardo, poi, nel XVII secolo, furono effettuati alcuni interventi che ne modificarono sostanzialmente la struttura.

Si presenta a tre navate con muri in pietra scalpellata, inizialmente strutturati su due livelli, poi sopraelevata nel XVII secolo e modificata con la costruzione di un tetto a due falde.

L’edificio è sorretto da pilastri quadrangolari e sono ancora visibili i caratteristici archetti pensili delle absidi. Singolare il campanile con la cuspide ottagonale.

All’interno si trova un discreto corpus di affreschi risalenti a periodi diversi, che abbracciano un arco cronologico compreso tra il Trecento e il Seicento.

A seguito di alcuni accurati lavori di restauro è riapparsa una bella pittura nel catino absidale centrale, la cui datazione è ancora oggetto di discussione tra gli specialisti: alcuni la porrebbero nel XII secolo, altri agli inizi del XIV. L’impostazione è comunque alquanto arcaica e propone una tipologia ricorrente nell’arte gotica: Cristo all’interno della mandorla con il Vangelo aperto e circondato dai simboli dei quattro evangelisti. Il tratto è semplice e modulato su modelli compositivi di tradizione arcaica, che rende quindi credibile una datazione vicina al XII secol

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Articolo pubblicato il 16/08/2020