Per il Lobo d'Oro, autobiografia di Tomaso Kemeny
Chicca Morone con Tomaso Kemeny

Recensione di Chicca Morone

PER IL LOBO D’ORO

di Tomaso Kemeny

  Effigie edizioni

134 pag. Euro 12,00

 

Avvicinarsi a Tomaso Kemeny attraverso la lettura dell’autobiografia “Per il lobo d’oro”, significa entrare in un mondo di fiaba dove eroi senza macchia e senza paura, draghi sputafuoco, cavalieri dall’armatura scintillante e damigelle imprigionate nelle torri da salvare, avvolgono risucchiando nella narrazione chiunque sia in grado di percepirne il calore e il colore.

I personaggi della saga sono archetipi: indossano abiti del nostro tempo, ma sono personaggi di un mondo altro, un mondo parallelo, sospesi in un tempo non tempo, nonostante la collocazione temporale ben definita.

Ungherese di nascita, a dieci anni fugge velocemente con i genitori da Budapest, prima di essere “liberato definitivamente” dai compagni stalinisti, al partito dei quali il padre adottivo aveva rifiutato di iscriversi (il padre biologico era morto eroicamente in Russia): da possidente, la famiglia si trova in difficoltà economiche, ma nulla può scalfire minimamente la gioia di vivere del ragazzino, fermamente determinato a seguire l’esempio valoroso del padre e la bellezza non solo esteriore della madre a cui si riferirà per tutta la vita. «Fight for Beauty!» sarà il suo mantra per sempre.

Il cittadino, già poeta in tenera età, ha imparato presto cosa voglia dire esser liberi e pagarne le conseguenze.

“Il lobo d’oro” è la narrazione della sua formazione da un punto di vista interiore: gli episodi vengono tradotti attraverso un sostrato animico esperienziale totalmente libero da strutture coercitive, caratterizzate da un profumo di anarchia persistente. Anche se nell’apparirgli in sogno il padre gli ricorda “L’amore per il coraggio, privo dell’amore per lo studio, porta all’anarchia”. Tomaso Kemeny non è certo privo di studi ed è per questo, forse, che si può permettere un’assoluta libertà di pensiero e… di azione! Un’anarchia sacra, come quella di Antigone che si contrappone a una legge iniqua.

Ed è il poeta che ci porta nel paese occupato dai tedeschi, terra successivamente “liberata” dai russi, violenti stupratori e ladri, come nelle migliori tradizioni dei popoli invasori.

Un periodo della sua vita nel quale impara il contatto con la natura, con la facoltà di sognare dando libero sfogo alla sua fantasia: quella fantasia che lo accompagnerà tutta la vita, al cui confronto qualsiasi ottovolante potrebbe essere paragonato a una lunga strada nel deserto.

Anche nella descrizione dell’allegria di una contadina settantenne e vergine, contenta di essere stata finalmente profanata, c’è lo sguardo ironico di chi vuol vedere oltre la realtà. In quel “Mi hanno presa finalmente, finalmente ho perso l’onore!” c’è tutto il tragico e insieme il poetico di chi non si arrende, di chi vive qui e ora sapendo di avere in mano le carte per essere padrone della propria vita, al di là delle tragedie più o meno gravi che si incontrano cammin facendo.

Tutta l’autobiografia è permeata da quel funambolismo tra il romantico e il surreale che fa leggere pagina dopo pagina con la speranza che queste si moltiplichino, che il racconto non finisca mai.

Perché pensare al professore universitario di letteratura inglese che sale sul ring a Chicago, con il nome di Absolute Tiger (sarà un caso che il suo anno di nascita sia sotto l’influenza di questo felino per i cinesi?) per disputare il titolo mondiale dei pesi medi, e nello stesso tempo al poeta di Transilvania liberata potrebbe portare un po’ di scompiglio nella mente del lettore, interessato ad approfondirne il mistero.

A questo punto non mi resta che citare Kalil Gibran ne Il folle: “E ho trovato nella follia la libertà e la salvezza: libertà dalla solitudine e salvezza dalla comprensione, perché quelli che ci comprendono asserviscono qualcosa in noi”.

Noi tutti, però, per Tomaso desideriamo la piena libertà, nessun tipo di asservimento, per cui anche se si intravvedono in lui lampi di quel qualcosa di cui percepiamo l’esistenza, ma non ne comprendiamo appieno la profondità… va bene così, dobbiamo accontentarci e non varcare quei limiti.

Lui è il nostro capitano e lo seguiamo nell’onda mitomodernista che ci accomuna in azioni poetiche sin dall’ormai lontano 1994, quando sul sagrato di Santa Croce a Firenze, vestito con la divisa da ufficiale ussaro declamava i postulati del movimento poetico insurrezionale!

 

                                                                                                                                        Chicca Morone

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Articolo pubblicato il 26/08/2020