L'Anticoncilio di Napoli (9-10 Dicembre 1869)
Isacco Artom (Asti, 1829-1890), consigliere particolare di Cavour

E l'Internazionale Umanitaria (Di Aldo A. Mola)

Cavour, 25/27 marzo-9 aprile 1861: per Roma Capitale...

Nel 150° di Porta Pia pochi si sono occupati del Concilio ecumenico indetto da papa Pio IX e insediato in San Pietro la mattina dell’8 dicembre 1869, dopo anni di intensa preparazione. In un documentato e brioso saggio Francesco Margiotta Broglio ha scandagliato la crisi finanziaria e monetaria che minava il Vaticano più di quanto facessero i Giambi ed Epodi di Carducci (“Libro Aperto”, 2019, n.4). Fu il 20° Concilio nella quasi bimillenaria storia della Chiesa di Roma, ma il primo a svolgersi in Vaticano. Dopo quelli celebrati in Oriente (sin da Nicea, nel 325 d.C., ove gli ariani vennero condannati per eresia, aprendo una lunga età di sanguinosi conflitti all’interno della cristianità), nella Città Eterna ne erano stati tenuti altri fra il 1123 e il 1215, ma in San Giovanni in Laterano.

La data del Concilio Vaticano del 1869 non fu casuale: ricorrevano quindici anni dalla proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione (8 dicembre 1854), fondamentale per l’impulso della devozione mariana, legata anche alla “apparizione” di Lourdes e attestata dalla moltiplicazione di santuari dedicati alla Madonna, in alternanza a quelli intitolati al Sacro Cuore. Il Concilio precedente (Trento, 1545-1563) aveva approntato la Riforma cattolica o, secondo altri, l’inizio della Controriforma, contro ogni deviazione dal dogma, come ricordano i molti roghi di eretici (fu il caso di Giordano Bruno) e i pubblici pentimenti di scienziati “avveduti”, come Galileo Galilei.

Il Concilio del 1869-1870 ebbe due obiettivi: l’affermazione dell’infallibilità dottrinaria del pontefice e, conseguentemente, del primato del successore di Pietro sulla Chiesa cattolica apostolica romana, l’unica ritenuta depositaria della Verità e concepita quale edificio possente, articolato, complesso ma infine coeso e piramidale. Per insondabili cagioni metastoriche (“lo Spirito soffia dove vuole” insegna l’Evangelista Giovanni) esso preparò la Chiesa di Roma a fronteggiare la prova più temuta e al tempo stesso ormai incombente: la debellatio dello Stato Pontificio dopo che il Re di Sardegna, Vittorio Emanuele II, nel 1860 aveva sottratto al papa le pingui Legazioni nell’Emilia-Romagna, l’Umbria e le Marche, attirandosi la scomunica maggiore da parte di Pio IX. Molti cattolici d’ogni Paese erano convinti che, spogliato della sovranità su Roma (come era avvenuto tre volte in mezzo secolo: nel 1798, nel 1809 e nel 1849, dai franco-napoleonici prima, da Carlo Luciano Bonaparte e Giuseppe Garibaldi poi), per il papa sarebbe stato difficile se non addirittura impossibile esercitare quella spirituale sulla Chiesa universale.

Anche Camillo Cavour nutrì molte e gravi perplessità su modi e tempi nei quali realizzare il grande sogno: fare di Roma la capitale d’Italia. I suoi celebri discorsi del 25 e 27 marzo alla Camera e del 9 aprile in Senato, ora ripubblicati da Corrado Sforza Fogliani in “Libera Chiesa in libero Stato. Roma Capitale d’Italia”, con sua acuta partecipe introduzione e dotta postfazione di Antonio Patuelli (ed. Libro Aperto, Ravenna: il presidente dell’Abi vi rivendica il ruolo svolto da Carlo Luigi Farini e da Marco Minghetti in convergenza con Cavour) offrono molti motivi di riflessione.

Come ha bene rilevato un liberale autentico ed eminente cavourologo quale Marco Bertoncini, lo statista pesò ogni parola. Parlava alle Camere ma anche alla diplomazia europea (non solo la francese) e, con particolare accoramento, alla Santa Sede. Nella conclusione dell’ultimo discorso si rivolse direttamente al “Santo Padre” esortandolo: “Accettate i patti, che l’Italia fatta libera vi offre, accettate i patti che devono assicurare la libertà della Chiesa, crescere il lustro della sede ove la Provvidenza v’ha collocato, aumentare l’influenza della Chiesa, e nello stesso tempo portare a compimento il grand’edifizio della rigenerazione dell’Italia, assicurare la pace di quella nazione, la quale, al postutto, in mezzo a tante sventure, a tante vicende, fu ancora quella che rimase più fedele e più attaccata al vero spirito del cattolicesimo”. Lo statista parlava anche per sé e di sé. Meno di due mesi dopo, egli si fece amministrare il viatico della buona morte dal fido fra’ Giacomo da Poirino. Nato cattolico, Cavour volle morire da cattolico, come la generalità della dirigenza liberale del tempo suo e dei decenni seguenti, anche sotto questo profilo imitato da massoni insigni quali i presidenti del Consiglio Agostino Depretis, Francesco Crispi, Giuseppe Zanardelli (il suo funerale fu officiato da quaranta e più sacerdoti), Sandrino Fortis e il ministro degli Esteri Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano, in loggia da 21 anni ma rassegnato a funerali cristiani per il suo corpo, se così piaceva ai famigliari.

 

Ma senza usare i cannoni, non “come conquistatori”

Il 25 marzo 1861, in risposta a Rodolfo Audinot, deputato di Bologna, Cavour sottolineò che l’Italia non poteva “andare a Roma” senza il consenso della Francia di Napoleone III, cui doveva la sua stessa nascita, e che andandovi doveva salvaguardare l’“indipendenza vera del Pontefice”. Era il proposito per decenni caldeggiato da ecclesiastici patrioti quali Antonio Rosmini e Vincenzo Gioberti, da lui evocati in Senato il 9 aprile. Nei suoi interventi lo statista escluse ripetutamente che la Nuova Italia potesse irrompere in Roma senza il “placet” di Pio IX. Se non vi fosse stato il consenso della comunità internazionale (che doveva ancora “riconoscere” l’esistenza del nuovo Stato d’Italia) Cavour sapeva “che allora si potrebbe pensare ad adoprare l’argomento dei cannoni: ma - subito aggiunse - siamo tutti d’accordo che nelle attuali circostanze a questo argomento si deve rinunziare”. L’Italia doveva concorrere alla stabilità europea, non già innescare conflitti. Abbattere il trono di Pio IX contro il gradimento di milioni di cattolici sparsi nel mondo voleva dire attirare sull’Italia il loro inestinguibile odio: sentimento poco cristiano ma comprensibile se, come era accaduto in Francia dopo il 1789, al clero fosse poi stato imposto un qualche giuramento di fedeltà allo Stato. In Senato con parole limpide e lungimiranti Cavour ribadì: “Noi non possiamo adoperare se non mezzi morali, ché mal si addirebbe a noi di arrivare nella sede del cattolicismo come conquistatori: ché sarebbe per l’Italia grave pericolo il mettere in fuga il Pontefice”. Napoleone I aveva fatto di peggio. Lo aveva tratto prigioniero in Francia; ma si sapeva come era andata a finire.

Al papa, anzi, ripeté Cavour nella conclusione del fondamentale discorso del 27 marzo, suggellato dal voto unanime che decretò Roma capitale d’Italia, si doveva “assicurare l’indipendenza, la dignità, il decoro del Pontefice”. Ma quali erano i requisiti minimi dell’indipendenza vera? La separazione dello Stato dalla Chiesa, propugnata dalla Nuova Italia, era necessariamente incompatibile con il riconoscimento della sovranità temporale (“simbolica” e amministrativa, ormai, più che politica e militare) su un lembo della Città consacrata dal sangue dei Santi Pietro e Paolo e di migliaia e migliaia di testimoni della fede cristiana?

Nulla sappiamo di quanto Cavour avrebbe detto e fatto dieci anni dopo il 6 giugno 1861, quando morì improvvisamente a soli 51 anni, né, quindi, a cospetto della guerra franco-germanica esplosa nel luglio 1870 e nel timore che, dopo la proclamazione della Repubblica a Parigi (2 settembre), Roma divenisse altro laboratorio di rivoluzionari, repubblicani, protosocialisti, atei dichiarati. La Prima Internazionale dei “lavoratori” era nata alla Saint-Martin ‘s Hall di Londra il 28 settembre 1864. Conosciamo invece le scelte, comprensibili, dei suoi seguaci e successori sino a Giovanni Lanza, in sintonia con il senatore Carlo Cadorna, fratello di Raffaele, il generale che comandò il corpo della spedizione culminata con la breccia di Porta Pia (ne ha scritto un’eccellente biografia Franco Ressico, di imminente pubblicazione, ed. BastogiLibri).

 

Giuseppe Ricciardi l’internazionale umanitaria

Tra quanti depositarono sul banco della presidenza della Camera ordini del giorno per Roma capitale, affini a quello del cavouriano Carlo Boncompagni di Mombello, vi furono il federalista ed economista insigne Giuseppe Ferrari, Mauro Macchi, massone ed esponente della sinistra democratica, David Levi, ebreo nativo di Chieri e alto dignitario della risorgente Massoneria “in Italia” (non “italiana” ma, semmai, “all’italiana”), Ferdinando Petruccelli della Gattina (autore del succoso “I moribondi di Palazzo Carignano”, lettura obbligatoria per quanti, obnubilati, intendessero votare “sì” all’imminente referendum per la riduzione del numero dei parlamentari) e Giuseppe Ricciardi.

Ma chi era costui? Oggi pressoché dimenticato, Ricciardi, conte di Camaldoli (Napoli, 1808-1882), è tra le personalità politiche e culturali paradigmatiche della Terza Italia. Suo padre, Francesco, era stato ministro di Gioacchino Murat re di Napoli e tornò al governo nel breve periodo costituzionale del 1820-1821 dello spergiuro Ferdinando I di Borbone. La madre, Luisa Granito, di famiglia marchionale, aveva difeso i “rei di stato” durante la famigerata repressione liberticida del 1799. Malato di poliomielite all’età di dieci anni e per sempre zoppo, dopo lunghi viaggi in Italia durante i quali conobbe Manzoni, Monti, Leopardi e altri insigni “scrittori civili”, nel 1830 fu arrestato a Napoli per sospetta cospirazione liberale. Rilasciato, compì un lungo periplo in Europa. Da Giuseppe Mazzini fu incaricato di gettare le fila della Giovine Italia nel Mezzogiorno. Nuovamente imprigionato, appena libero esulò. Rientrò a Napoli nel secondo periodo costituzionale (1848) concesso dal parimenti spergiuro Ferdinando II di Borbone. Alle nozze lui e la moglie ebbero testimoni Achille Murat, figlio di re Gioacchino, Federico Confalonieri e Terenzio Mamiani, tutti massoni, e Pietro Leopardi. Intrinseco dei fratelli Attilio ed Emilio Bandiera (la cui rievocazione tenne a Venezia quando vi furono traslate le spoglie), in Francia ebbe contatti con Felice Orsini, autore del noto attentato a Napoleone III che a lui costò la ghigliottina e all’Italia procurò la forzata attenzione dell’imperatore dei francesi. Narrò la sua vita nelle “Memorie autografe di un ribelle” (Parigi, 1857) e in “Il fuoriuscito”, “Il tribuno” e “Le memorie di un vecchio” (Milano, 1874).

Deputato di Foggia dal gennaio 1861, da Enrichetta Carafa d’Andria, che gli era affezionata, fu sinteticamente definito “repubblicano fiero ed onesto, cuore d’oro e mente bislacca”. A volte le donne con poche parole scrivono biografie. Sanno leggere i manzoniani “misteri del cuore umano” e rendono opera d’arte una vita disordinata.

Nel 1863 Ricciardi si dimise da deputato per protesta contro l’inconcludenza del governo e dell’opposizione “alla malva”, ma fu subito confermato per altre due legislature.

Benché in stretti rapporti con l’arciprete massone Domenico Angherà (Briatico, 1803-Napoli, 1873), venerabile della Loggia Sebezia e capofila di una importante rete liberomuratoria tanto fantasiosa quanto onesta (anche a giudizio dei suoi concorrenti più maligni), non consta che Ricciardi sia stato iniziato massone in Italia. Gli indizi di sua appartenenza al Grande Oriente Egizio risultano labili.

 

L’Anticoncilio di Napoli, 9 dicembre 1869

Appena si ebbe notizia ufficiale del Concilio ecumenico vaticano (a suo giudizio indetto per “rafforzare una potestà mostruosa e ribadire negli animi i ceppi della superstizione”), il 21 gennaio 1869 Ricciardi ideò la convocazione di un Anticoncilio “coll’intento di opporre alla cieca fede il gran principio del libero esame e della libera propaganda”. Pubblicato nel quotidiano “Il popolo d’Italia” (24 gennaio) il suo appello alla costituzione di una “associazione umanitaria” fu subito accolto da Giuseppe Garibaldi, “primo massone d’Italia”, che da Caprera augurò successo all’adunata “in un sol campo di tutti i liberali e dei liberi pensatori”.

Il programma di Ricciardi prevedeva una “nuova massoneria, operante alla luce, ed estendentesi, al pari di essa, a tutto il mondo”, la piena occupazione, il sussidio per i disoccupati involontari (antico proposito dei social-utopisti francesi: nulla a che vedere l’elargizione di redditi di mera cittadinanza, incentivanti l’ozio truffaldino), l’istruzione primaria obbligatoria e gratuita e la “guerra al papa e al papato”. I liberi pensatori erano i “veri discepoli di Gesù”. Come quartier generale dell’impresa Ricciardi elesse casa sua (Riviera di Chiaia 57, Napoli). L’iniziativa ebbe un successo straripante. Dall’estero aderirono, fra altri, Victor Hugo, Charles Louis Michelet, a nome della Società filosofica di Berlino, Edgar Quinet, Jules Michelet, Emile Littré (campioni della cultura letteraria e politica francese amata in tutta Europa) e dall’Italia Jacob Moleschott e Pietro Sbarbaro, massone come molti altri sostenitori dell’iniziativa.

“Crescit eundo”, l’Anticoncilio si armò di strali sempre più acuminati. Garibaldi auspicò che l’8 dicembre nelle cento città d’Italia, a imitazione di Napoli, si riunissero meetings “ad acclamare i principii del vero ed a maledire le turpi menzogne e la cabala infernale ordita dal Vaticano”.

In prossimità dell’adunata Ricciardi tracciò i capisaldi dell’Anticoncilio: quello della Chiesa prendeva a principio la fede, il propugnava la scienza. Propose abolizione dei culti ufficiali, suffragio universale, libertà nel lavoro, diffusione di scritti popolari e insegnamento gratuito popolare. Contò su una moltitudine di adesioni anche femminili, come Angelina Mola, segretaria della sezione napoletana della Società emancipatrice delle donne italiane e iniziata massona da Garibaldi, la contessa Giulia Caracciolo Cigala e un lungo elenco di pioniere della “questione femminile”, impegnate nella lotta contro la prostituzione.

Con la miriade di messaggi giuntigli da tutti i continenti, l’Anticoncilio di Napoli parve insomma destinato al trionfo. Aderirono 51 logge, prevalentemente meridionali, 34 società operaie, 25 associazioni, specie di liberi pensatori capitanati da Ferdinando Swift e da Gambuzzi, per un insieme di 237 “corpi”. Si aggiunsero 59 deputati, tutti dell’Estrema garibaldina: tra costoro spiccano Asproni, Bertani, Cairoli, D’Ayala, Francesco De Sanctis, Domenico Farini, futuro presidente del Senato, Giambattista Michelini, Salvatore Morelli, Enrico Pessina, Giuseppe Petroni, poi gran maestro del Grande Oriente d’Italia, Giuseppe Romano, fratello di Liborio e massone a sua volta, Riccardo Sineo, Tamaio, Zanardelli..., e due senatori: Emanuele Marliani e l’arabista Michele Amari, iniziato all’Ordine liberomuratorio.

Il 13 e 20 novembre 1869 Ricciardi tenne a casa sua le ultime riunioni preparatorie. Sembrava fatta. Il programma “Post tenebras lux” diceva tutto: libertà religiosa, separazione fra la Chiesa e lo Stato, morale indipendente dalle credenze religiose, fondazione dell’internazionale per il benessere economico e morale, “umanitaria” e lontana dalla lotta di classe e da propositi e metodi sanguinari. La libertà non si afferma con le armi ma con la Ragione e la Scienza.

Il governo, presieduto dal generale savoiardo Luigi Federico Menabrea, si mise di traverso. Il ministro della Pubblica istruzione, Angelo Bargoni, massone come l’altro dioscuro del Terzo Partito, Antonio Mordini, negò qualunque adesione dell’Esecutivo, sia pure indiretta (26 novembre). Il gran maestro facente funzione, Ludovico Frapolli, con un comunicato lambiccato e ambiguo, negò quella del Grande Oriente d’Italia, così attirandosi critiche feroci da confratelli dei due emisferi.

Rinviata di un giorno l’inaugurazione per mancanza di sala adeguata, il 10 dicembre l’Anticoncilio fu ruvidamente sciolto dal commissario di polizia Lupo quando vi si levò il grido “Vive la République”. I francesi portavano male anche quando non erano zuavi pontifici ma aspiranti rivoluzionari.

L’intera vicenda è narrata nell’introvabile volume in cui Ricciardi narrò “fatti, documenti e personalità che lo promossero, vi aderirono e vi parteciparono”, pubblicato da Angelo Manuali nel 1982 (centenario della morte di Garibaldi), meritevole di un’edizione critica in questo 150° di Porta Pia, oblivioso e “malvaceo” (come si diceva ai tempi di Ricciardi).

Per qualche mese grazie al generoso deputato partenopeo l’Italia fu la patria dell’Internazionale del Libero Pensiero. Ci vollero decenni prima che i semi gettati in quell’occasione dessero i loro frutti. Il 14 dicembre 1869 il governo Menabrea cadde. Lo seguì quello presieduto dal clinico Giovanni Lanza con il prudente Visconti-Venosta agli Esteri e Quintino Sella alle Finanze. Fu questo a decidere l’intervento armato e a far sparare i cannoni per vincere la resistenza di Pio IX. Davvero in linea con Cavour?

Aldo A. Mola

 

DIDASCALIA: Isacco Artom (Asti, 1829-1890), ebreo, fu consigliere particolare di Cavour e poi segretario generale degli Affari Esteri. Nel 1890, poco prima di morire, definì Vittorio Emanuele II “sola incarnazione dell’unità italiana”. Re Vittorio Emanuele che, dopo la sconfitta di Garibaldi a Mentana (1867) in un incontro riservato gli assicurò: “Non dubitate, tra poco saremo a Roma!”.

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Articolo pubblicato il 30/08/2020