Santa Maria di Doblazio, a Pont Canavese (Torino)

Di Ezio Marinoni

La costruzione si trova sulla cima dell’altura chiamata Monte Oliveto, appena sopra l’abitato di Pont Canavese (“Ad duos pontes” per i Romani), ben segnalata e facilmente raggiungibile.

L’attuale Santa Maria di Doblazio prende il suo nome dalla nobile famiglia De Doblazio, feudataria del territorio. È probabile che esistesse già un tempio pagano, celato sotto le fondamenta, ma ne mancano reperti o documenti. La chiesa cristiana risale al VII secolo, è la più antica Pieve della valle.

È la pieve matrice delle Valli Orco e Soana, è stata chiesa parrocchiale di Pont fino al 1879.

I più antichi documenti storici sulla chiesa sono del 1585; la voce popolare tramanda in forma leggendaria che su queste montagne Arduino d’Ivrea abbia sostenuto un pesante assedio delle truppe imperiali e abbia donato cento giornate di terreno alla Pieve per rifonderla dei danni subiti (una “giornata piemontese” equivale a 3.810 metri quadrati di terra, un quadrato di 62 metri per lato).

Alle origini della fondazione della Pieve vi è una leggenda: i signori del luogo volevano costruire una cappella, ma il lavoro non proseguiva perché ogni notte il cantiere era messo a soqquadro dal demonio (o da qualche loro avversario, N.d.A.). Decidono quindi di far scegliere il luogo adatto a una mula bianca, messa in libertà con gli attrezzi di lavoro sul basto. L’animale si arresta sul Monte Oliveto e lascia le sue impronte sul masso erratico tuttora in cima al costone.

Due rampe successive, di quindici gradini ciascuna, conducono alla chiesa e all’edificio attiguo.

Nell’atrio della chiesa, su due tavoloni in legno, sono disposti molti fascicoli a carattere religioso, alcuni scritti a mano con diversi colori, piccole opere d’arte che inneggiano a Dio: tutte sono state curate e prodotte da Padre Franco Sbrogiò.

La piccola porta dell’eremo è aperta, ne esce un uomo, con due borsoni fra le mani. Gli vado incontro.

“Padre Franco?”.

“Sono io. Buongiorno”.

Posa una borsa sul pavimento in pietra e mi tende la mano, in un luogo dove tutto sembra possibile.

“Devo andare a consegnare alimenti a una famiglia, ho davvero pochi minuti. Se le fa piacere può entrare nella biblioteca, è la prima stanza”.

Entro in punta di piedi, da ospite. Ci sono tante altre opere, elaborate con lo stesso criterio di quelle esposte, una vera biblioteca religiosa creata dalla fantasia di quest’uomo. Sfoglio, leggo le copertine, dalle finestrelle lo sguardo cade su Pont e sui resti del castello e delle sue torri, con le montagne del Gran Paradiso che incombono dietro.

Padre Franco rientra, dopo aver depositato le borse in auto, sul piazzale sottostante.

“Perché lei è qui?” gli domando.

“Ho curato malati di lebbra in Africa per tanti anni, poi Dio mi ha chiamato in questo luogo per curare una malattia ancora più grave”.

Non capisco e lo guardo, senza parole.

“La lebbra dell’anima che sta corrodendo il vecchio Occidente, malato di ricchezza e di consumismo”.

La sua frase mi spiazza, perché anche io soffro di questa patologia. Non riesco a replicare nulla.

“Cosa c’è nell’eremo?” gli chiedo ancora.

“Ci sono io, solo io, da quando l’ho creato al mio rientro in Italia”.

Ha un accento indefinibile, forse figlio delle sue peregrinazioni come religioso.

“Lei è di queste parti?”.

Sorride.

“Adesso sono qui. Siamo di Dio e di nessun luogo terreno, sempre di passaggio in un cammino transitorio che ci deve riportare a chi ci ha creati”.

Padre Franco mi accompagna ancora un attimo in sacrestia, dove è conservata una piccola urna in marmo ornata con lo stemma Savoia che Amedeo VIII, il Conte Rosso, donò alla chiesa durante una sua visita (forse in occasione del lodo arbitrale di Gian Galeazzo Visconti che donò Pont alla Contea di Savoia).

Ci salutiamo davanti alla porta d’ingresso alla chiesa. E io penso di aver incontrato sulla mia strada un uomo di Dio.

L’interno della chiesa, a unica navata irregolare, rivela la sua antichità, con due stranezze, molto particolari: la parete di fondo della chiesa obliqua e la presenza di due altari nel presbiterio (Madonna di Loreto e Madonna del Carmine). La prima può essere dovuta alla ricerca di un appoggio sulla montagna; per la seconda non si trovano spiegazioni né documenti.

Sul fianco sinistro si osservano due altari: San Rocco (con statua realizzata durante la pestilenza del 1630 ricordata anche nei “Promessi Sposi”) e Santa Lucia. La devozione alla santa, protettrice della vista, è da collegarsi al lavoro dei tessitori e delle tessitrici, numerosi nella zona. Ad esempio, il 13 dicembre, memoria di santa Lucia, tutti i dipendenti della Manifattura Mazzonis assistevano insieme alla messa.

Esco dalla chiesa e ne percorro il perimetro sul suo lato destro: dove finisce il sentiero, poco oltre il presbiterio, una piccola e bassa porticina introduce ad un grande ambiente oscuro, dal pavimento in terra battuta. Appena entrato, trovo a sinistra un pulsante che accende la luce e… meraviglia!

Dietro una prima vetrata sono ammucchiate in ordine grandi quantità di ossa e teschi! Dietro una seconda vetrata è stata ricostruita una bara, riempita con altri resti umani. L’effetto d’insieme è lugubre e affascinante al tempo stesso.

Una volta ritornato al piazzale sottostante, con pochi passi raggiungo il cimitero abbandonato nel 1929, che era nato in osservanza alle leggi napoleoniche sulle inumazioni.

Sembra di essere in terra celtica o gaelica, in un clima di rarefatto silenzio. Non vi è desolazione fra le tombe, il cimitero è stato riordinato nel 2019, a novant’anni dal suo abbandono, lasciandovi soltanto le tombe ancora intatte. Molte lapidi sono scolorite o illeggibili per il tempo trascorso o a causa delle intemperie. Cognomi che si ripetono, storie e genealogie di famiglie punteggiano questa “collina degli stivali” nostrana.

 

Bibliografia

Filippo Ceragioli e Aldo Molino – Montagna nascosta – Edizioni del Capricorno

@Ezio Marinoni

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Articolo pubblicato il 10/09/2020