Alla scoperta dei misteri di Torino - Parte 2

Tra i tanti “torinesi”, Messori si ferma sull'operato di don Bosco e del Cottolengo, due campioni della carità della Chiesa

Nel documentato studio di Vittorio Messori e Aldo Cazzullo, “Il mistero di Torino. Due ipotesi su una capitale incompresa”, Mondadori (2005), vengono descritti gli anni del Sessantotto, i cosiddetti anni di piombo. Messori ricorda il barbaro assassinio del vicedirettore de La Stampa, Casalegno da parte dei terroristi rossi. Sono anni vissuti da cronista di “Stampa Sera”. Messori ricorda quando fu trascinato per le vie di Torino, insieme al collega fotografo, «da quei signorini – tutti figli di borghesi e divenuti poi tutti tali – che mi scandivano dietro (l'ho ancora nelle orecchie) 'leccaculo dei padroni!'. Naturalmente hanno rubato le costosissime apparecchiature giapponesi. Gesto passato come “esproprio proletario”, anche se di proletari quei simpaticoni conoscevano solo i domestici di famiglia.

 

Naturalmente Messori racconta altri particolari di quei “formidabili anni”, come li chiamò il Capanna.

Il IV e il V capitolo sono dedicati all'urbanistica della città, in particolare alla via Roma, regina viarum. Interessanti le descrizioni sulla costruzione della stazione ferroviaria di Porta Susa e del vicino macello dei poveri animali, con lo struggente odore delle vaporiere e del sentore nauseabondo, grasso, che veniva dagli immensi calderoni dove cuocevano trippe e frattaglie. Nel silenzio della notte, si poteva sentire «muggire, nitrire, belare. Gli animali avvertivano di essere giunti al luogo della morte e sembravano invocare che qualcuno li liberasse».

 

Importante anche la discussione geografica e storica aperta da Messori, per quanto riguarda i collegamenti ferroviari con Torino e con gli altri centri vicini.

Il VI capitolo (lo zolfo e l'incenso) è tutto da leggere con attenzione. Si parte con Nostradamus, poi con il Grande Vecchio, con la storia romana, per arrivare al Maligno, il diavolo. Messori ricorda l'episodio dell'incendio del Cinema Statuto, con la morte in pochi istanti di tutte e 64 persone presenti nella sala, mentre stavano vedendo il film La capra. Molti collegarono il tragico episodio al finanziamento dell'amministrazione socialcomunista di Diego Novelli del «Carnevale diabolico», una sorta di sabba in maschera, con riesumazione di streghe, stregoni, sciamani e diavoli.

 

Messori nel libro lo scrive non vuole trarre conclusioni azzardate dall'episodio. Già bastava la fama attribuita a Torino come magica e diabolica. Certamente ricorda però quello che ha detto il mistico san Giovanni Paolo II in visita a Torino nel settembre del 1988, nel centenario di don Bosco. La sensibilità mistica di Karol Wojtyla era grande. Il Papa riferendosi ai tanti santi torinesi, tra le tante cose ha detto: «Quando ci sono tanti santi, è perché ce n'è bisogno». E soprattutto con voce angosciata ha gridato: «Torino, convertiti!». I grandi santi piemontesi aveva detto: «sono come i profeti, e con i profeti non si scherza, tu, Torino, hai bisogno di una conversione eccezionale, superiore».

 

Messori scrive a questo proposito che i discorsi del papa in quella giornata erano quasi ossessivi, continui, in fondo drammatici, e i richiami erano chiaramente rivolti al «Principe di questo mondo», che è nient'altro che Satana.

Per Messori è impressionante tutto questo. Tra l'altro gli addetti stampa di allora hanno avuto il bel da fare con i giornalisti per smorzare certi toni, per sfumare certe intimazioni del Papa. «Dunque – scrive Messori – il Vescovo di Roma stesso non è per nulla estraneo al sospetto che dalla città di Torino emani un sentore di zolfo. E' il Papa medesimo che definisce questa città 'un enigma' e, con l'istinto del mistico, va all'enigma per eccellenza, quello del demoniaco».

 

Messori non manca di citare Massimo Introvigne che è l'esperto più noto, lo studioso che ha ben documentato il mondo oscuro, di sette e di quei culti che puzzano di zolfo.

Messori nello stesso capitolo affronta l'argomento dei valdesi, della massoneria, del risorgimento piemontese, della Casa Savoia. In questo contesto il giornalista cattolico mette insieme come in un collage diversi illustri personaggi come Friedrich Nietzsche, profeta di tutte le destre e Jean-Jacques Rousseau, padre di tutte le sinistre. Un tedesco e un francese, i “cattivi maestri” per eccellenza, almeno nella prospettiva cattolica tradizionale e non è un caso che «si siano dati, a un secolo di distanza, appuntamento a Torino, proprio lì dove si conserva e si venera l'immagine di quell'Ebreo che è per entrambi il nemico comune».

 

Oltre a Gramsci, Torino è anche la città di Joseph De Maistre, il campione della reazione, il demolitore profetico delle ideologie che avrebbero poi insanguinato l'Otto e il Novecento. Colui che all'ottimismo di Rousseau, «oppone la tragica tara lasciata dal peccato originale».

Tra i tanti “torinesi”, Messori si ferma sull'operato di don Bosco e del Cottolengo, due campioni della carità della Chiesa. In particolare su don Bosco fa riferimento ai continui scontri con i liberali, con Cavour. Interessante la descrizione della straordinaria esperienza con i “poveri cristi” ricoverati nella Piccola Casa della Provvidenza del Cottolengo.

 

Andare a visitarli era come fare più di dieci cicli di Esercizi Sprituali. Molte pagine sono dedicate alla “sindonologia”, allo studio del sacro Lenzuolo.

Per la verità da leggere tutto è anche il VI capitolo (né Giansenio né Calvino). Qui Messori sfata il mito della Torino protestante, almeno per quanto riguarda la storia passata. A questo proposito Messori probabilmente si ripete, visto che ribadisce l'esempio di quell'esplosione unica di santità proprio a partire dall'Ottocento. I vari don Bosco, i Faa di Bruno, i Murialdo, gli Allamano e tutti gli altri hanno fatto cose grandiose, hanno creato multinazionali religiose. Pertanto i cattolici del XIX secolo, quelli fedeli al papa, costituiscono il «Paese reale», che è maggioritario, rispetto a quello “legale”.

 

Il giornalista cattolico denuncia la rimozione ingiustificata da parte dell'intellighenzia laicista della Torino cattolica. Questo laicismo progressista che ignora, non si occupa dei tanti pensatori cattolici come Carlo Mazzantini, Rocco Buttiglione, lo stesso Augusto Del Noce. E continua facendo il nome dell'ingegnere Alberto Marvelli, seppure giovanissimo divenne una delle colonne dell'ufficio progettazione della Fiat, è stato lui a progettare la geniale Fiat 500 A, la prima Topolino. Marvelli sarà presto beato. «Anche le auto, sotto la Mole, - scrive Messori - possono nascere tra i rosari [...]». E poi che dire del beato Pier Giorgio Frassati anch'egli legato alla madre Fiat.

Pertanto per Messori ci fu a Torino una presenza cattolica importante, socialmente benefica, spesso culturalmente prestigiosa, che è stata sottovalutata, se non del tutto ignorata

 

A questo punto Messori fa una precisazione importante. La Chiesa nella sua missione oltre a fare tanto “lavoro” concreto visibile con le innumerevoli opere di carità, fa tanto “lavoro” segreto che non si vede, come quello dei tanti monasteri.

Messori insiste sulla cattolicità di Torino portando diversi esempi a favore della sua  tesi. Ricorda come Torino fino alla seconda metà dell'Ottocento, fu divisa in centosessanta isolati, ciascuno dei quali aveva il nome di un santo, neanche la Roma papale o Milano, hanno mai avuto la toponomastica urbana così interamente religiosa.

 

Nel 1870, in piena repressione laicista, Torino che contava 200.000 abitanti aveva qualcosa come centodiciasette enti religiosi che coprivano ogni bisogno, sia materiale sia spirituale.

A questo proposito è geniale la scommessa messa in atto da Messori stesso con un capo cronista de La Stampa. Si è travestito da clochard e per tre giorni, vagando senza una lira per Torino. Praticamente ha mangiato, bevuto, dormito, ha avuto una visita medica, ricevuto medicinali, cambio di biancheria nuova. Tutto questo elargito dalle associazioni cattoliche presenti nel territorio.

 

Altra caratteristica della Torino cattolica è la massiccia presenza dei Gesuiti, che furono da sempre accolti dalla classe dirigente. In questo contesto Messori ricorda che Torino fu addirittura la capitale della controrivoluzione. Il nostro si riferisce a quella reazione popolare che esplose dopo la rivoluzione francese, in particolare con le occupazioni militari di Napoleone.

Messori fa due nomi significativi che hanno preparato questa reazione, che ho  conosciuto alla scuola di Alleanza Cattolica: il padre Nikolaus von Diessbach e poi Pio Brunone Lanteri, fondatore degli Oblati di Maria Vergine. Torino, ricorda Messori, non scese in campo soltanto sul piano della propaganda cattolica da opporre a quella anticlericale, agnostica, atea, dei Lumi.

 

Non fu questione solo di libri, di cultura, spesso si arrivò ad usare anche le armi. E qui si ricorda l'epopea delle “Insorgenze” contro i francesi di Napoleone che misero a ferro e fuoco l'Italia. Anche questo un tema che ho conosciuto e studiato all'interno di Alleanza Cattolica. E provocatoriamente Messori domanda se qualcuno abbia mai sentito parlare della «Massa Cristiana» (l'equivalente piemontese della vandeana “Armata Cattolica e Reale”) che arrivò ad assediare Torino, controllò intere zone del Piemonte e costituì una minaccia costante per i francesi, che conservarono a stento le città, mentre fuori erano sempre sotto l'incubo delle imboscate.

 

La Massa Cristiana, ci tiene a precisare Messori, non era uno strumento degli aristocratici, i quali fuggirono o si affrettarono a sottomettersi al nuovo padrone, e non era creazione neanche dei parroci. Quella Massa era composta e guidata da artigiani e da contadini, che alla testa delle loro colonne innalzavano stendardi delle confraternite religiose, le statue dei loro patroni e andavano all'assalto con il rosario al collo.

Dunque dai numerosi esempi riferiti emerge una Torino convintamente cattolica, e completamente lontana dal giansenismo e dal calvinismo.

 

 

 

 

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Articolo pubblicato il 09/09/2020