Massimo Centini presenta "Stregoneria"

La caccia alle streghe è parte di un periodo storico che è stato facile preda del mito e della leggenda

Sono ormai molti anni che Massimo Centini studia i processi di stregoneria e ai quali ha dedicato una serie di libri basati sulle fonti d’archivio e proposti con linguaggio accessibile, soprattutto senza indugiare sui luoghi comuni di una storiografia più attenta al mito che alla realtà.

Anche il suo recentissimo Stregoneria. Malefici, eresia e culto del diavolo (YUME Edizioni) si pone su questa linea, offrendo un interessante spaccato delle credenze sulle streghe che attraversarono una parte dell’Europa tra XIV e XVII secolo.  Nello specifico, il libro analizza una serie di casi del Piemonte e della Liguria, toccando alcune tra le tematiche più diffuse: il sabba, le metamorfosi delle streghe e i loro presunti voli e poi gran parte della casistica che ha contrassegnato la caccia alle donne datesi a Satana e, tra l’altro, ritenute colpevoli di crimini gravissimi come l’infanticidio, l’antropofagia e molto altro.

La caccia alle streghe è parte di un periodo storico che è stato facile preda del mito e della leggenda, assumendo connotazioni che, più volte, rendono problematica la ricostruzione di fatti e vicende di un tempo attraversato dalla grande paura del diavolo e dalla lotta all’eresia.

 

Nell’area indagata da questo libro, la caccia alle streghe ha lasciato tracce profonde nella storia: infatti, di tutta una serie di casi sono rinvenibili documenti attraverso i quali si possono ricostruire le fasi di eventi drammatici che, soprattutto tra la seconda metà del XIV secolo a tutto il XVII, determinarono azioni repressive pesantissime.

Un aspetto originale del libro è costituito dall’ampia attenzione rivolta alle credenze che attribuivano alle streghe la diffusione della peste: un tema oggi quanto mai attuale.

 

Emblematica in tal senso la psicosi posta all’origine della caccia alle streghe registrata in alcune località della Vabormida (intorno al 1630), generata, anche, dalla convinzione che le persone inquisite agissero per conto del diavolo, al fine di portare il contagio tra le comunità di quel territorio.

 

Si tratta di una convinzione diffusa, non solo in Valbormida e documentata anche in precedenza, già al tempo della peste nera con la demonizzazione di alcune categorie emarginate, ma che giunse all’apice nel XVII secolo. Era la cosiddetta “peste manufacta”, destinata a produrre un vero e proprio collasso socio-politico tra gli abitanti di comunità entro le quali si credeva che l’epidemia fosse stata introdotta da alcune persone votate al male.

 

Di certo vi è la possibilità che gli untori non fossero solo frutto di una credenza popolare, o espressione della necessità di individuare un capro espiatorio tra le pieghe di una società tormentata, anche se è indubbio che tale interpretazione si sorreggeva sulle paure della gente afflitta dalla necessità di trovare un’origine concreta e visualizzabile all’epidemia.

 

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Articolo pubblicato il 10/09/2020