Federico Ozanam, un vero Cavaliere di Cristo - Parte 2

Un apostolo della penna, uno scrittore e un pubblicista

Ozanam fu un apostolo della penna. Fu uno scrittore e un pubblicista. Un giorno disse: «io scrivo perché non avendomi Dio dato la forza di tirare un carro, bisogna tuttavia che io obbedisca alla legge del lavoro e mi guadagni la mia giornata».

Le opere di Ozanam possono essere distinte in tre categorie: opere letterarie maggiori, scritti vari minori, epistolario.

Orsenigo nel testo ne fa l'elenco, io ne ricordo qualcuna, «La civilizzazione cristiana presso i Franchi», «Dante e la filosofia cattolica del secolo XIII» e poi, «I poeti francescani al secolo XIII». Peraltro queste opere hanno contribuito alla produzione di un'unica grande opera: La storia della civilizzazione cristiana a cominciare dal V secolo.

 

Il suo progetto di studi gli era apparso subito chiaro: impegnarsi nella dimostrazione della verità del Cristianesimo attraverso l’analisi della storia dell’alto Medioevo, quando la Chiesa aveva raccolto l’eredità migliore dell’antichità classica e l’aveva fatta incontrare con i popoli germanici, introducendovi nuovi pensieri, arti e costumi. Il punto conclusivo di questa età storica era rappresentato per Ozanam dal pensiero e dall’opera poetica di Dante Alighieri.

Nel giornalismo fu sempre una specie di soldato volontario (indegnamente mi vedo anch'io in questo ruolo), scrisse su diversi giornali, ma il periodico che raccolse più lavori furono Gli Annali della propagazione della fede. Qualunque fosse l'argomento che Ozanam trattava, si vedeva sempre sullo sfondo l'uomo di fede, l'apologista il difensore della Chiesa cattolica.

 

Nei suoi testi non fu mai aggressivo, «lo guidava sempre la medesima moderazione, la stessa inturbabile carità». Il monumento più bello che si possa fare ad Ozanam sono il suo epistolario, anche se rimane il libro il più grande monumento che si possa erigersi ad un uomo.

Andiamo ai poveri.

 

E' stato il grido di battaglia di Ozanam. Suor Rosalia diventa la madrina delle Conferenze della carità: è lei che ha fatto un elenco delle famiglie povere, affinché poi i giovani di Ozanam potevano visitarle. Una delle prime preoccupazioni di Ozanam fu che  le Conferenze di S. Vincenzo diventassero una confraternita, badando che non degenerassero in un semplice ufficio di beneficenza pubblica, senza spirito religioso. Lo spirito essenziale della Società di San Vincenzo è nello spirito di carità. Carità spirituale innanzitutto.

 

«I profani ritengono le Conferenze di San Vincenzo pure associazioni di beneficenza; Ozanam invece chiamava le Conferenze 'Associazioni di muto incoraggiamento fra i giovani' ossia un ritrovo allo scopo di offrire ai giovani studenti, e soprattutto a quelli che venivano a Parigi ogni anno dalla provincia, 'una specie di ospitalità morale', onde preservarli dal contatto pericoloso della corrotta società della capitale».

 

Queste conferenze nate da quelle di «Storia», dove i giovani studenti disputavano di argomenti scientifici, dovranno avere la stessa carica apologetica. Occorre pertanto, scrive Bernardelli nel suo testo: «passare all'azione nei bassifondi della grande città dovrà essere un modo per testimoniare che il Vangelo (e non le teorie astratte dei filosofi) è l'unica strada in grado di sradicare l'egoismo dilagante nella nuova società, nella quale l'ideale della fraternitè è stato il primo ad andare in frantumi. L'unica strada per instaurare quella che tanti anni dopo Paolo VI avrebbe chiamato la 'civiltà dell'amore'».

 

Le Conferenze, sia in Francia sia all’estero, egli considerava per i giovani come fondamentale preparazione per la loro vita sociale. “Avvicinarsi alla miseria, toccarla con le mani, discernerne le cause conoscendone gli effetti dal vivo, in una famigliarità affettuosa con quelli che ne sono oppressi” tale doveva essere, secondo Ozanam, l’iniziazione ai problemi sociali.

I seguaci del filosofo Saint-Simon, che si sforzano di elaborare sistemi economici e politici destinati a cambiare il volto del mondo attraverso l'eliminazione della povertà, gli pongono quella domanda provocatoria che ho posto all'inizio:“ma voi, giovani studenti, voi laici, che cosa fate per gli ultimi?”. Ozanam secondo Bernardelli, non sfugge alla domanda, accetta la provocazione, anzi «replica spiegando che molti di loro, senza fare troppa propaganda, dedicano parte del proprio tempo all'assistenza degli ultimi. E che la giustizia sociale non è certo una scoperta di Saint-Simon, ma si trova già scritta nel Vangelo».

 

Il testo di Bernardelli dedica molto spazio all'impegno socio-politico di Ozanam, e per capirlo occorre fare riferimento agli eventi del 1848. Ozanam per certi versi da subito si è smarcato dalla contrapposizione tra reazionari e saint-simoniani, elaborando il concetto dello «stare in mezzo», che poi consiste nel contrapporsi agli egoismi tanto degli uni quanto degli altri. Pertanto secondo Bernardelli il nostro apostolo della carità sarebbe una specie di moderato che cercò di avvicinare la Chiesa alle idee di libertà, ma mai scendere a patti con il Liberalismo. A questo proposito scrive Orsenigo: «Questa sua simpatia al movimento liberale non va confusa con quel liberalismo politico nostro, del quale Ozanam fu proprio perfettamente immune; tantochè quando Pio IX alle prime sommosse abbandonò Roma rifugiandosi a Gaeta, Ozanam lanciò subito un appello, e aprì le colonne del suo giornale, l'Ere nouvelle, ad una sottoscrizione per offrire al Pontefice l'obolo della solidarietà cattolica ai suoi dolori e alla sua augusta povertà».

 

Ozanam non auspicava la nascita di nessun partito cattolico, che magari poi avrebbe compromesso la causa comune della Chiesa.

Certamente era convinto che la questione sociale andava affrontata in fretta, soprattutto la questione del salario. Ma Ozanam non vuole una rivoluzione collettivista come quella elaborata da Marx. Ozanam metteva in guardia i cattolici, occorre fare come ha fatto la Chiesa alla fine del mondo antico. Allora «ha preso per mano i Vandali o gli Unni trasformandoli a poco a poco in una nuova civiltà – quella del Medioevo -, così oggi deve fare con gli operai, braccianti, disoccupati. Non è con i resti della vecchia aristocrazia e nemmeno con i nuovi borghesi rampanti, ma con loro che il cristianesimo deve trovare un incontro fecondo». E' un discorso che avevano capito tutti quei santi dell'Ottocento piemontese a Torino, come i vari Murialdo, don Bosco, il Cottolengo, lo stesso Faà di Bruno.

 

E' una questione di vita o di morte, «perché se questo incontro non avviene i 'nuovi barbari' volgeranno lo sguardo altrove, come le sirene del socialismo stanno già mostrando. Invece per Ozanam la vera opportunità per le masse popolari si trova nell'incontro con la Chiesa».

Così Ozanam inaugura una nuova tesi: «passiamo ai barbari», resterà come un suo grande slogan politico. E lo spiega in un suo articolo: «quando dico passiamo ai barbari non voglio con questo dire: passiamo ai radicali. Io chiedo che al posto di sposare gli interessi della borghesia egoista, noi ci occupiamo del popolo che ha troppi bisogni e troppi pochi diritti che reclama con ragione una parte più piena negli affari pubblici, delle garanzie per il lavoro e contro la miseria, che ha dei cattivi capi ma solo perché non ne trova di migliori».

 

Più avanti Bernardelli nel libro dopo aver sintetizzato l'impegno politico di Frederic Ozanam, si spinge a scrivere che il suo programma elettorale è di una attualità straordinaria.

Pio IX definì i confratelli di San Vincenzo come dei «veri cavalieri di Cristo». Un umile lavoro iniziato da pochi studenti nel maggio del 1833, alla fine aveva moltiplicato queste conferenze e ora se ne contano a decine nel mondo.

Il nostro affrontando i temi dell'ortodossia della fede, Ozanam aveva la fibra dell'apostolo e del martire: «la terra si è raffreddata, - scrisse un giorno ad un amico - a noi cattolici riaccendere il calore vitale che si spegne, a noi ricominciare l'era dei martiri, poiché vi è un martirio possibile a tutti i cristiani». Più avanti scriveva: «La conversione di un popolo non si fa con le leggi, ma con i costumi, con le coscienze, che bisogna prender d'assedio ad una ad una». Egli conosceva bene questa tattica dell'assedio di un'anima; ogni occasione era buona.

A questo punto Orsenigo fa una riflessione su Ozanam, che dovremmo fare nostra, tutti i cattolici di oggi: «L'ardore del suo zelo non impedì a Ozanam di insoavire il suo apostolato con una mirabile mitezza verso gli erranti: il suo linguaggio assumeva espressioni così amorevoli, che difficilmente si osava ricalcitrare a tante dolci insistenze. Questa carità spirituale l'aveva attinta, diceva egli, alla sua dolorosa esperienza giovanile: i dubbi religiosi, che lo travagliarono allora, gli lasciarono in cuore una grande compassione per tutte le anime dubbiose o erranti».

Anche se questa tolleranza verso gli erranti non rappresentava certamente debolezza. Ozanam prendeva coraggiosamente sempre posizione: «l'indifferenza, la neutralità sfibra i caratteri».

A completare il mio studio sul beato Ozanam, possiamo sostenere che «la sua vita fu un vero martirio di lavoro faticoso, incessante, che finì a travolgerlo nella tomba in piena virilità». Smette solo quando il medico glielo impone. Lasciò la vita terrena 8 settembre 1853, festa della natività di Maria Vergine, a soli quarant'anni, il suo testamento è una pagina sublime di fede, di fortezza cristiana, di santa affettuosità.

 

 

 

 

                                                                                    

 

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Articolo pubblicato il 18/09/2020