La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini

Il ladro recidivo e il poliziotto fisionomista

Ci sono storie che la cronaca giudiziaria dell’Ottocento ci ha tramandato, storie che ci colpiscono per lo spaccato di vita che presentano perché, a un secolo e mezzo di distanza, assistiamo a situazioni lontane anni luce dalla nostra mentalità attuale. Oggi chi penserebbe di dare inizio a un procedimento penale per il furto di un ombrello o di alcune posate d’argento? D’altro canto, queste storie minime, che si stenta persino a collocare nella Torino noir, evocano un piccolo mondo torinese ormai scomparso: la sarta che lavora in casa, domestici e cuochi al servizio anche di famiglie di modesta condizione economica, le camere mobiliate, le case di pegno con la padrona analfabeta… tutte realtà del passato che affiorano da questo racconto, redatto dal cronista giudiziario Curzio, e pubblicato nella sua Rivista dei Tribunali nella Gazzetta Piemontese di sabato 5 ottobre 1872.

Curzio inizia con queste considerazioni sul protagonista della vicenda «Difficilmente si corregge chi ha inclinazione ad appropriarsi della roba altrui, e di questa verità ce ne porge esempio certo Ongari Nicola.

Nato costui in Chieri nel 1849, all’età di anni 14 aveva già commessi molteplici furti, pei quali fu condannato dal tribunale di Torino alla pena del carcere per un anno.

Scontata questa pena, recossi con sua madre a Susa, dove per un nuovo reato, cioè per una appropriazione indebita, fu dal quel tribunale nel 1864 condannato nuovamente al carcere». Sono considerazioni scaturite verosimilmente dalla sua esperienza di vicepretore urbano in un periodo che non conosce ancora le teorie lombrosiane.

Nicola Ongari sconta anche questa pena poi si reca a Torino dove lavora un po’ come domestico e un po’ come cuoco, al servizio di molti padroni, fra i quali il conte Alberti e il conte Lunel, tutti poco contenti di lui.

Durante il suo soggiorno in Torino, Ongari ha occasione di conoscere la signora Antonia Frua vedova Rosato, che lavora come sarta da uomo in casa sua. La casa della Rosato è frequentata da molte persone e fra queste, vi sono il carabiniere Giuseppe Scamuzzi e la signora Margherita Bonessa sposata Bona.

A quanto pare Ongari si comporta con la Rosato con molta soddisfazione di lei: le fa le commissioni occorrenti, l’assiste nelle sue malattie, le prodiga tutte le cure possibili.

La Rosato accoglie Ongari in casa sua tutte le volte che rimane senza padrone, il che avviene di frequente, e se lo tiene finché lui trova da occuparsi. E quando parla di lui con la signora Bonessa, dice tutto il bene del mondo. Non c’è quindi da meravigliarsi se la Bonessa lo considera un giovane dabbene.

A luglio del 1869, Ongari ha bisogno di qualche soldo «per i suoi minuti piaceri». Così, per procurarsi del denaro, porta un paio di pantaloni ad impegnare per 2:50 lire presso Elisabetta Savio, proprietaria di una casa di pegno in via delle Orfane. Fatto il pegno, la Savio consegna a Ongari uno scontrino.

«Vorrei la polizza di pegno - le dice Ongari - e non un semplice scontrino».

«Non posso farvela, perché non so scrivere - risponde la Savio - fra poco verrà il segretario, ve la farà; aspettate un momento».

«Io ho premura».

«Qui c’è il libro delle bollette, fatevela voi stesso».

Ongari scrive e sulla polizza che deve rimanere a lui, scrive «impegnato un orologio con catenella d’oro, del peso di 32 grammi, per L. 20».

Con questa polizza, dopo qualche giorno, Ongari va dalla signora Bonessa, dicendo che ha bisogno di soldi per aiutare la Rosato ammalata, e così dicendo le offre in vendita la polizza per 15 lire. La Bonessa crede di fare un buon affare a comperare la polizza, visto che con 35 lire e un po’ d’interesse poteva entrare in possesso di un orologio e di una catenella d’oro del peso di 32 grammi. Compera la polizza e con gran premura si reca dalla Savio per ritirare gli oggetti impegnati.

«Son venuta a riscattare l’orologio e la catenella d’oro…».

«Non ebbi mai a prendere a pegno di simili oggetti» le risponde la Savio.

«Qua c’è la bolletta che parla chiaro».

«Ella vuole scherzare».

«Legga e poi vedrà se scherzo».

«Non so leggere: a momenti arriverà il mio segretario che leggerà per me».

Arriva il segretario, si confronta la bolletta figlia con la madre e si verifica la truffa di Ongari.

Le due donne bisticciano per un po’ ma alla fine la Bonessa deve cedere. Corre a cercare Ongari e lo trova in casa della Rosato. La signora è su tutte le furie, rimprovera il truffatore della cattiva azione e vuole che le restituisca le 15 lire. Ongari è molto bravo a fingere: si mette a piangere, s’inginocchia ai suoi piedi, le chiede perdono, dice che la necessità lo ha spinto a ingannarla… alla fine le promette di indennizzarla entro pochi giorni. Il suo contegno commuove la Bonessa e la Rosato che si mettono a piangere. La Rosato si interpone, e la Bonessa finisce per perdonarlo, purché entro un mese le vengano restituite le 15 lire, oppure Ongari le presti dei servizi pari a questa somma.

In questo modo Ongari riesce a passarla liscia.

Intanto la Rosato si ammala gravemente. Il suo medico le consiglia di ricoverarsi all’Ospedale di San Giovanni, dove poteva essere assistita meglio e dove le poteva essere eseguita un’operazione necessaria con miglior esito

«In Torino vi sono tanti malfattori - dice la Rosato a Ongari - temo che durante la mia permanenza nello spedale, mi venga svaligiata la casa».

«Avete ragione: son cose queste che bisogna prevedere…».

«Se poteste voi sorvegliare, mi fareste un gran favore».

«Me ne faccio un piacere. Anzi ora che sono disoccupato, ho un luogo da dormire, e potrò rimanere in casa giorno e notte».

La Rosato va all’ospedale, nell’agosto 1869, e Ongari, affinché i ladri non le svuotino la casa, ruba lui stesso tutto: porta via le lenzuola, gli scialli, i vestiti, ecc., e li va a impegnare in diverse case di prestito. Dopo, lascia la casa della Rosato e va dalla Bonessa dicendosi pronto a pagare il suo debito con altrettanti servizi. La signora lo accoglie in casa e lui fa tutto quello che gli viene comandato, e anche quello che non gli si comanda...

Dopo aver scontato in questo modo il suo debito, offre alla signora Bonessa di comperare a basso prezzo parecchie polizze di pegno, e lei, per non rimanere di nuovo ingannata, va a verificare la genuinità del pegno. Così facendo, riconosce che molti degli oggetti impegnati appartengono alla sua amica Rosato e si reca subito all’Ospedale per avvertirla. La Rosato apprende la notizia con un dolore tale che, con effetto depressivo, ritarda molto la sua guarigione.

La Bonessa torna a casa sua e cerca Ongari. Ma lui, che ha spiato le mosse della signora, si è dato alla fuga. Si è portato via un ombrello, una coperta di cotone, una camicia e un lenzuolo, appartenenti alla signora, e un ombrello di seta, del valore di 15 lire, appartenente a Silvio Bianchi, studente in matematica che subaffitta una camera ammobiliata dalla Bonessa. Siamo così giunti al mese di febbraio del 1870.

Ongari dove si è rifugiato? In una locanda dove si qualifica come Michele Vergnano, parrucchiere.

Alcuni ospiti della locanda sentono che vi è un parrucchiere e gli chiedono di tagliare loro i capelli e radere la barba. Lui, per non smentire la sua dichiarazione, taglia i capelli e li taglia in modo così orribile che le sue vittime invece di pagarlo gli mostrano i pugni. Per salvarsi dalla loro rabbia motivata, scappa dalla locanda per recarsi in un’altra. Intanto si raccomanda a tutti perché gli trovino un lavoro come cuoco in qualche famiglia. Un certo Vada, domestico in casa del marchese Spinola, lo sistema presso il signor Agostino Allomello. Nell’arte culinaria non si dimostra esperto come nei furti e il signor Allomello lo licenzia. Ma lui, prima di partire, vuole lasciargli un ricordo. Nel periodo intercorso tra la metà di febbraio e la metà di marzo 1870, gli ruba quattro posate d’argento che va a impegnare.

La signora Allomello si accorge della mancanza delle quattro posate, ne chiede conto a tutti e specialmente al cuoco Ongari, il quale dice di averle guastate e di averle perciò portate ad aggiustare.

«Valle subito a prendere» gli dicono il padrone e la padrona.

Ongari va e non ritorna più. Il signor Allomello fa denuncia e Ongari gli manda una lettera che figura scritta da sua madre dove gli rivolge le più commoventi parole che una madre possa dire per salvare il figlio, lo esorta a ritirare la querela e gli promette di pagare il valore delle posate entro pochi giorni.

Il processo va avanti e Ongari, credendo di poterlo fermare, per mezzo di Vada, restituisce le posate che ha disimpegnato col denaro ottenuto con qualche altra furfanteria. Il processo non si arresta e lui, per evitare le ricerche della giustizia, se ne va a Modena, dove si presenta come un commerciante di frutta. In questo frattempo, la Rosato guarisce, e, tornata a casa, non vi trova più nulla: si trova in miseria!

Va a farle visita Giuseppe Scamuzzi, che dai Carabinieri è passato alle Guardie di Pubblica Sicurezza. Lei gli racconta quanto è successo e il poliziotto fa subito rapporto ai suoi superiori. Si apre così un altro procedimento contro Ongari, sia per il furto commesso a danno della Rosato, sia per la truffa e i furti perpetrati a danno della Benessa e del suo inquilino Bianchi.

I processi sono conclusi, i reati sono accertati ma non c’è il colpevole e non si sa dove rintracciarlo.

Trascorre quasi un anno. Ongari desidera rivedere Torino e vi ritorna al 27 novembre 1870. Il giorno seguente, verso le due del pomeriggio, percorre via Santa Teresa. La guardia Scamuzzi lo vede, gli pare di riconoscerlo, gli si avvicina e lo invita a recarsi in Questura, dicendogli che il Questore ha bisogno di parlargli per un affare urgente. Ongari, in cattivo francese, gli risponde di non aver nulla a che fare con la polizia e rifiuta recisamente di ubbidire all’invito di Scamuzzi. Il poliziotto, sentendolo parlare in francese, ha qualche dubbio ma persiste nel volerlo accompagnare in Questura. Ongari cerca di svignarsela, Scamuzzi lo ferma e lo arresta. Ongari si dibatte e Scamuzzi deve chiedere aiuto a due guardie municipali per trascinarlo a viva forza in Questura. Qui lo perquisiscono e gli trovano addosso 78 lire, due orecchini d’oro, un orologio, altri ornamenti femminili, il libro Il cuoco milanese, un passaporto francese e altre cose ancora.

Interrogato sulla provenienza di questi oggetti, fornisce spiegazioni poco soddisfacenti. Aggiunge che voleva diventare un buon cuoco e così si procurava i libri di cucina. Così il 28 novembre 1870, Ongari è stato arrestato. Si dichiara residente a Modane e negoziante in granaglie.

Ai primi di ottobre del 1872, viene processato dalla Corte d’Assise di Torino per la truffa e i furti prima descritti, tutti aggravati dal fatto che li ha commessi mentre era ospite delle vittime (la Rosato, la Bonessa e i coniugi Allomello). È difeso dall’avvocato Della Porta e la pubblica accusa è sostenuta dal cavalier Masino.

Viene condannato a cinque anni di reclusione.

Alla conclusione della nostra storia, ci chiediamo in primo luogo se Ongari abbia pagato il suo avvocato difensore o se sia riuscito a raggirarlo con qualche suo espediente. I truffatori possono risultare cattivi clienti…

In secondo luogo, questa vicenda ci pare una buona traccia per la trama di un film di stile neorealista, magari con una maggiore caratterizzazione del personaggio del poliziotto fisionomista Giuseppe Scamuzzi e l’introduzione di una storia d’amore. Ma questa è decisamente un’altra storia.

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Articolo pubblicato il 07/10/2020