Un uomo, un castello e…

Racconto di Francesco Cordero di Pamparato (prima puntata)

Giovanni era già stato in quel castello altre volte, ma sempre per poche ore. C’era qualcosa in quel vecchio edificio, che gli provocava un certo turbamento; ma cos’era? Non era mai riuscito a darsi una risposta. Sapeva ben poco del medioevo, periodo in cui pensava che quella fortezza fosse stata edificata, e quegli strani simboli, scolpiti sulle pareti, erano per lui un qualcosa di incomprensibile. Così come tutta l’architettura del vecchio maniero aveva sicuramente significati remoti, di cui avvertiva l’esistenza, ma che non riusciva a coglierla. Sapeva benissimo per cosa erano stati costruiti i piombatoi, ma di certi altri dettagli lo ignorava.

Quei mostri, che aggettavano dall’alto, sopra i portali, gli sembravano draghi, in certi casi feroci e in altri rassicuranti. I disegni di ottagoni e dell’uroboro comparivano un po’ dappertutto, così come le sirene con due code. Di certo avevano un significato, ma quale?

Avvertiva che l’antica dimora conteneva dentro di sé un messaggio da trasmettere, ma lui non era in grado di comprenderlo e forse era proprio quello il motivo del suo disagio. Così, ogni volta che il proprietario, suo zio, lo aveva invitato, c’era sempre andato malvolentieri e aveva addotto le motivazioni più disparate per potersi congedare alla svelta e non doversi soffermare in quel luogo.

Ormai non sarebbe stato più come prima, lo zio era morto e a lui, proprio lui, era toccato in eredità quel grande edificio. 

Adesso gli toccava andare a passarvi qualche giorno, almeno il tempo di esaminarlo a fondo per valutare cosa farne. Venderlo? Tenerlo? Farne cosa? Questi erano gli interrogativi che si era posto mentre vi si stava recando.

Ormai era dentro a quel maniero. Una cameriera, ereditata anche lei insieme al castello, gli aveva preparato la camera migliore per passarvi la notte. Era una donna alta, magra, allampanata, con gambe ossute e capelli lunghi grigi, una figura senza tempo. Una persona che avrebbe potuto avere qualsiasi età dai cinquanta in su. Aveva una faccia oblunga e un’espressione dolce. Faceva un po’ la cameriera e un po’ la custode insieme al marito, anche lui alto, magro e allampanato. Un altro essere senza tempo. Giovanni aveva la sensazione che quei due fossero già nati e presenti sul posto, prima ancora che il castello fosse stato costruito.

L’idea di passare in quel luogo almeno una notte non gli sorrideva. Gli antichi manieri gli provocavano un certo disagio. E se ci fosse stato un fantasma? Quando lo aveva chiesto allo zio, quello si era messo a ridere, ma non aveva risposto. Lui non aveva mai visto un fantasma, ma ne aveva paura.

Camminava nervosamente nel grande salone al piano terreno. Su di una parete, proprio di fronte a lui, erano raffigurati strani stemmi, croci greche o tali sembravano; ai lati del camino erano scolpiti altri massicci mostri alati. C’erano anche vecchie suppellettili che lo mettevano a disagio. Due statue di giganti, scolpito in uno stile simile a quelle greche, si ergevano imponenti ai lati del portone.

Il pavimento era a scacchiera, con lastre di pietra chiare e scure alternate. Sapeva che non era quello originale, ma che fosse comunque, molto antico.

Si era chiesto più volte se tutte quelle cose contenessero dei simboli, e se, tutte insieme, non formassero un messaggio con un significato preciso, significato che lui non era in grado di afferrare. Pensò che, se le mura di quel castello avessero potuto parlare, chissà quante vicende gli avrebbero potuto raccontare. Lui, per tutta la vita, aveva sempre solo pensato al proprio lavoro e non aveva mai avuto tempo di interessarsi ad altro. Forse aveva fatto male…

Provò un forte senso di disagio, come sempre quando non si riesce a capire e a farci capire. Era confuso. Non sapeva se era maggiore il disagio per il fatto di non capire, o la curiosità per il significato di quel messaggio, che nonostante si sforzasse di comprendere, continuava a rimanergli oscuro.

Riprese a passeggiare nervoso; i passi lo portarono verso una finestra. Da quella posizione elevata poteva ammirare la campagna per molti chilometri. Vedeva in mezzo al verde, molte cascine ordinate.

Nel fondovalle il fiume scorreva lento e pigro, come tutti i fiumi in pianura. In vari punti della campagna, ammassi ordinati di pietre emergevano in mezzo al verde, come se avessero fatto parte di alcune costruzioni, diroccate dal tempo. La distanza rendeva tutto confuso e meno chiaro.

Il paesaggio non doveva essere cambiato molto dai giorni in cui il castello era stato edificato.

Di nuovo la sua mente tornò ad un passato remoto e probabilmente ricco di una storia, di cui lui aveva una conoscenza vaga. Quando era stato edificato quel castello? Sapeva che era molto antico, ma quanto? Una volta lo zio gli aveva parlato di una battaglia, che si era svolta in quella piana, tanti secoli prima. Pensò che non doveva essere stata molto importante, se i segnali delle indicazioni turistiche non la citavano.

Ciò nonostante, avrebbe voluto saperne di più. Di nuovo rimpianse di non aver mai fatto niente per crearsi una cultura. Si girò, di fronte a lui c’era l’ampia biblioteca, quella che era stata dello zio. Lui si che aveva avuto una grande cultura. È vero che era vissuto in un tempo in cui non c’era bisogno di lavorare molto per vivere bene, ma era stato un uomo che aveva letto molto, viaggiato molto e si era interessato ad un’infinità di cose. Lui invece…

-“Ha bisogno di qualcosa dottore?” La cameriera era comparsa di colpo, in silenzio, come se si fosse materializzata dal nulla.

-“No grazie, stavo guardando fuori. Una volta mio zio, mi parlò di una battaglia avvenuta qui nella campagna, e poi mi chiedevo quando fosse stato costruito il castello.”

-“La battaglia avvenne più o meno metà del trecento, fu combattuta tra i marchesi di Monferrato e gli angioini. Vinsero i Monferrato”. Sentenziò la cameriera con orgoglio, poi proseguì.

“Il castello è più antico, risale verso dodicesimo secolo, ma prima c’era una fortezza in legno” sentenziò quasi sorridendo.

-“E non sa se in questo castello c’è un fantasma?” Proseguì lui quasi per scherzo.

Come fa a sapere tutte queste cose? Si chiese Giovanni.

-“Come faccio a saperlo? La mia famiglia è sempre vissuta qui! Il fantasma? Certo che c’è! È un cavaliere monferrino, fu ucciso a tradimento nel Quattrocento, una notte, mentre era ospite qui. Io lo vedo sovente!”

Rispose la donna allontanandosi.

Scomparve tanto rapidamente, che Giovanni si chiese se non fosse lei il fantasma e non fosse sparita passando attraverso ad un muro. Era rimasto di nuovo solo e provò un leggero senso di disagio. Quella notte andò a letto presto, ma non riusciva a prendere sonno. Si trovava in un ambiente che non gli pareva per niente congeniale.

Lui aveva sempre vissuto in città, in un appartamento moderno con tutte le novità elettroniche. Non era abituato né agli strani rumori né agli strani odori della campagna. Adesso si trovava in quel castello, che lo aveva sempre messo di cattivo umore già di giorno. Ora, con la notte e il buio, quell’antico maniero gli faceva provare un sentimento di disagio ancora più profondo. Era solo disagio o invece era paura? Gli avevano detto che le case vecchie di notte sono piene di rumori e quella non faceva eccezioni. Si sentivano stani movimenti, come se qualcuno, camminando sui pavimenti di legno dei piani alti, li avesse fatti scricchiolare.

In un primo momento pensò che il legno antico potesse avere dei movimenti d’assestamento e che fosse quella la causa dei rumori. Poi gli venne un dubbio. Come poteva un legno, vecchio di tanti secoli, che avrebbe dovuto essere ben stagionato, avere ancora problemi d’assestamento? Era possibile? Non ne era poi così sicuro. Che fosse la domestica o suo marito? Ma quelli non facevano mai nessun rumore e poi quella benedetta donna… Era strano che conoscesse così bene le vicende locali e poi con le sue storie del fantasma…

Di colpo provò paura. E se il fantasma fosse esistito davvero? E se fosse stato proprio lui a fare quel rumore? Guardò l’ora. Erano le undici di sera, in campagna si va a dormire presto, forse era per quello che non riusciva a prendere sonno. Era davvero troppo presto rispetto alle sue abitudini. Inoltre, pensò, di solito, i fantasmi compaiono dopo la mezzanotte. Finalmente si addormentò.

Il suo sonno fu sereno e senza sogni fino a quando vide davanti a sé un’immagine nebulosa, diafana, che emetteva una luce molto forte. Gli venne automatico chiedergli “Chi sei?”

-“Io sono chi tu vuoi che io sia. Preferisci che io sia un sogno, o il fantasma? Oppure preferisci che io sia nulla, una visione di cui domani mattina non ti ricorderai affatto? Qualcosa che scompare con la luce del sole. Dipende da te. Sarà quanto di questo dialogo ti rimarrà nella mente a farti stabilire se per te sono stato qualcosa e quindi cosa, oppure niente.”

-“Ma sono sveglio o sto sognando?”

-“Che differenza fa?”

-“Se mi sei comparso vorrai pure dirmi qualcosa? Cosa vuoi da me?”

-“Questa è una bella domanda! Sono venuto per capire chi sei e per darti alcuni consigli, visto che, dopo tanti anni che vieni in questo castello, finalmente ti sei interessato di chiederti cosa significano quei simboli nel salone. Li hai avuti sotto il naso per decenni, ma tu eri troppo concentrato su quale scusa trovare per andartene, così non hai mai prestato attenzione a cose, che invece possono essere interessanti…”

-“E tu adesso sei venuto per spiegarmene il significato?”

-“No! Non è ancora il momento.”

“Allora spiegami cosa sei venuto a fare! Sei forse venuto per spaventarmi, oppure per dirmi di non vendere il castello? O forse per farmi scappare?” 

-“Niente di tutto questo. Ho sentito che dentro di te si è risvegliato un desiderio di conoscenza e di verità. Tu, nel tuo intimo, lo hai avvertito, ma non ne sei ancora conscio ed è per questo motivo che avevi bisogno che qualcuno ti desse un segnale forte, ti facesse capire che il momento è giunto, devi operare questa scelta e avere coraggio.”

-“Scelta, coraggio, verità: cosa intendi dire? Scusa ma non ti capisco…”

-“Ogni uomo deve scegliere cosa vuole essere nella vita: se un misero mortale oppure un essere che percorre la via della verità e della conoscenza. La verità di cui ti parlo è una verità strana, difficile per chi non se n’è mai occupato.”

“Ma perché ti sei rivolto a me? Perché mi dici queste cose? Non ti bastava che io decidessi da me se farmi una cultura e in quale campo?”

-“Una cultura è una cosa, la strada che porta alla conoscenza è un’altra. Volevo solo che tu capissi questa differenza. La strada, che porta alla conoscenza, passa per tanti livelli di verità. Tu dovrai percorrere quella strada.”

-“Questo che mi dici è molto strano, ma come farò a capire cosa dovrò fare?”

-“Non avere paura. Asseconda il tuo desiderio e la conoscenza cercherà te. Ti arriverà da strade che tu non ti aspetti nemmeno che esistano. Scoprirai cose interessantissime. Prendi per esempio questo castello. Non è solo un grande edificio. È una specie di libro di pietra, dove i vari elementi che lo compongono sono come i capitoli di un libro. Il suo è un messaggio di simboli, come quelli che hai visto alle pareti della grande sala. I simboli, una volta, erano un linguaggio universale, ora conosciuto da pochi.  Un giorno sarai in grado di comprenderlo anche tu e ne sarai affascinato.”

-“Cosa intendi dire…”

 Giovanni non ebbe tempo di finire la frase. La figura luminosa era scomparsa. Il sonno ebbe il sopravvento su di lui e dormì tranquillamente sino al mattino successivo. Si svegliò alle otto passate, ora tarda per la campagna. Si vestì rapidamente, aveva un ricordo confuso di qualcosa di strano, uno strano sogno avuto nella notte, ma le reminiscenze che affluivano alla sua mente erano poche e disordinate. Scese a piano terra; la cameriera si materializzò di colpo, non appena lui entrò nella stanza da pranzo. Lo guardava con aria indagatrice.

-“Buon giorno dottore, cosa vuole che le prepari per colazione? Come si è trovato a dormire in quel vecchio letto? Non mi dica che le è comparso il fantasma? Spero che non l’abbia spaventato.”

Giovanni di colpo ricordò tutto il sogno. Ma era stato veramente un sogno?

Francesco Cordero di Pamparato

Fine prima puntata (continua)

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Articolo pubblicato il 18/10/2020