Un uomo un castello e…

Racconto di Francesco Cordero di Pamparato (quarta e ultima puntata)

Erano passati due anni da quando Giovanni aveva ereditato il castello. Ormai era diventato la sua residenza fissa. Aveva lasciato l’appartamento in città e si era stabilito in quell’antico palazzo. Se i primi tempi erano stati duri, ormai si era abituato a un diverso genere di vita. Per sua fortuna, un treno efficiente lo portava in breve tempo in città e altrettanto rapidamente la sera lo riportava a casa. Nei fine settimana, molti amici venivano a trovarlo. Carla era sparita. Non si era fatta più viva né lui l’aveva cercata. Una volta gli avevano detto che aveva avuto una promozione e si era trasferita in un’altra città. Qualcun gli aveva anche detto che era fidanzata con un grosso dirigente dell’azienda, ma il fatto non l’aveva turbato. Non sapeva perché, ma di quella donna non gliene importava più. Non aveva un’altra compagna, ma non se ne preoccupava.

Altri erano i suoi problemi. In primo luogo quel castello gli costava troppo. Giovanni aveva un buon lavoro, ma il costo di un castello era molto superiore a quanto si sarebbe aspettato. Le terre e le case che lo zio gli aveva lasciato bastavano appena a pagare le spese di manutenzione di quella grande struttura. Se avesse saputo subito a cosa sarebbe andato incontro, avrebbe cercato di vendere quell’antico maniero. Ora era troppo tardi. Quel castello di famiglia ormai faceva parte di lui. Non se la sentiva di disfarsene, ma le spese erano davvero troppo elevate. Bisognava trovare un modo di farlo rendere almeno quel tanto da non rischiare ogni mese di rovinarsi per qualche spesa imprevista.

Girava pensoso per il salone, ogni tanto fissava quelle sculture, che non sentiva più strane. Col tempo aveva imparato a conoscerne il significato. Quei mostri, che le prime volte gli sembravano orribili creature demoniache, ora gli erano famigliari e rassicuranti. Sapeva che, nei tempi andati, li scolpivano per difendere la casa dalle entità diaboliche. Il loro aspetto serviva ad incutere paura ai demoni, e quindi erano entità positive. Gli altri bassorilievi erano, per la maggior parte, stemmi di famiglie, che si erano imparentate con la sua nel corso dei secoli. Abbassò la testa, anche il pavimento a scacchi aveva un significato, che ormai conosceva.

Si, pensava, a forza di viverci, quel castello era diventato quasi una parte di lui. Ormai la sua vita si svolgeva in simbiosi con quella del grande edificio. Si, perché, con un certo disagio, doveva ammettere che il castello era vivo, vivo di una vita propria, una vita che aveva finito per condizionarlo. Da un lato la cosa gli dava sgomento, dall’altro era affascinato da quella situazione. In ogni caso, tra lui e il castello si era creato un rapporto che non si sentiva di interrompere. In parte questo era dovuto anche alla presenza del fantasma, o qualsiasi cosa fosse quella strana entità. Quello era un problema che non era riuscito a risolvere. Si, era ben conscio che nel castello esisteva un’entità pensante, che a volte gli appariva, ma che adesso, in un momento in cui avrebbe avuto bisogno di qualche consiglio, proprio non si faceva più né vedere né sentire.

Mentre era assorto in questi pensieri, un’altra strana entità gli si manifestò improvvisamente. Era Ersilia, la cameriera, di cui Giovanni dubitava passasse attraverso ai muri.

“Scusi dottore, ma c’è il conte che vorrebbe vederla. Lo faccio entrare?”

“Certo Ersilia, mica lo può mandar via.”

Il conte era un personaggio pittoresco. Viveva nelle vicinanze, anche lui in un castello di famiglia, ma aveva la fortuna di avere molte terre in una zona dove si poteva produrre dell’ottimo vino. Il conte, che nel suo castello ci era nato e cresciuto, aveva impiantato una grande azienda vinicola, che gli rendeva molto bene e con quella poteva pagarsi le spese di manutenzione dell’edificio. Inoltre, abituato da sempre alla vita di campagna, non sentiva mai la necessità di fare un viaggio e anche in città ci andava raramente. Con Giovanni erano lontani cugini, come tutti i nobili della regione. Entrò con passo solenne. Era un omone alto, grosso e rubizzo, che doveva il proprio sovrappeso ai piaceri della tavola cui si lasciava andare volentieri.

“Ciao Giovanni, sono stato da un cliente e, dato che ero vicino, ho pensato di venire a darti un saluto. Come te la passi? Immagino che con questo casone non abbia molto tempo per annoiarti. Sai, ne so qualcosa anch’io.”

“Ciao Mario, hai fatto bene a passare, è da parecchio che non ci vedevamo e sono contento che tu sia venuto, magari potresti darmi qualche consiglio per i lavori della torre ovest. Hai proprio ragione, questo casone, come lo chiami tu, è una fonte inesauribile di lavoro e di spese!”

“Ne so qualcosa anch’io! Il mio da sempre ricede una manutenzione continua e onerosa! Avevo anche pensato di affittarlo per matrimoni e ricevimenti. Molti miei amici lo fanno. Per fortuna che l’azienda agricola rende bene, altrimenti l’avrei fatto. Sai, ce n’è una grande richiesta. Se ti interessa, posso metterti in contatto con una società di catering che potrebbe procurarti molti clienti.”

Giovanni rimase un momento a pensarci, poi rispose:

“Sai Mario, non è una cattiva idea. Penso proprio che sia la cosa giusta da fare. Temo però che Ersilia e il marito non siano d’accordo e mi faranno un ostruzionismo feroce.”

Maio sorrise:

“Non preoccuparti, proprio loro lo avevano suggerito a tuo zio, ma è morto prima di poter prendere una decisione.”

I due cugini si congedarono con cordialità: Non appena Mario fu partito, Giovanni diede la notizia a Ersilia. La donna lo guardò impassibile. “Se lei ha deciso così, va benissimo. L’importante è che tutti siano d’accordo.”

Non appena espresso il suo parere, la donna scomparve. Come sempre sembrava che si fosse smaterializzata. La sua frase era stata sibillina, ma Giovanni aveva capito che voleva alludere al fantasma. Sarebbe stato un bel guaio se quella strana entità avesse deciso di terrorizzare gli ospiti. L’iniziativa poteva naufragare prima ancora di iniziare. Quel giorno fu denso di lavoro e Giovanni, quando andò a riposare, si addormentò esausto. Ad un certo punto della notte, non sapeva neanche lui che ora fosse, fu svegliato da una luce intensa che aveva pervaso la sua camera. Ormai conosceva il significato di quel fenomeno.

“Così hai deciso di affittare il castello per matrimoni e ricevimenti…”  

“Secondo te ho fatto male?”

“Siamo alle solite, tu mi fai sempre un sacco di domande. No, non hai fatto male. Qualsiasi iniziativa tu prenda per tenere in piedi questo vecchio castello è benedetta. Se ci sarà bisogno ti aiuterò. L’unico consiglio che ti do è di selezionare i clienti. Chi entra in un vecchio castello deve essere persona in grado di capire dove si trova. Una volta, non avresti compreso questo concetto, ora sono sicuro di sì”.

“Mica posso fare un esame culturale a tutti quelli che vogliono dare un ricevimento qui?”

“Questo no, ma sei un uomo che ha acquisito una certa sensibilità. Non ti sarà difficile capire chi non è in grado di apprezzare questo castello”.

Giovanni avrebbe voluto dire ancora qualcosa, ma la luce si era dissolta. Almeno quell’entità non gli sarebbe stata ostile. Era una bella consolazione.

Qualche giorno dopo, venne a fargli visita la titolare dell’azienda di catering, che Mario aveva consigliato; voleva vedere il castello per capire a quale categoria di clienti proporlo. Era una bella donna sulla quarantina, bionda, alta e atletica, con due grandi occhi verdi. Vestiva in modo raffinato ed era una persona colta ed espansiva. Il castello le piacque subito. Prima ancora che Giovanni avesse avuto il tempo di dire qualcosa in proposito, fu lei a sostenere che, per un castello come quello, bisognava selezionare solo clienti di un certo tipo, che fossero in grado di comprendere dove si trovavano. Giovanni fu favorevolmente colpito da quel commento. Gli venne spontaneo di esclamare:

“Però! È la prima persona che mi fa questo genere di considerazione! Come fa a capire queste cose?”.

“Questo castello è pieno di simboli interessanti. È come un libro scritto in chiave simbolica. Mio marito era massone e mi ha spiegato molte cose sul linguaggio dei simboli”.

“Era?”.

La donna abbassò gli occhi, il suo volto e la sua voce assunsero un tono triste: “È morto tre anni fa in un incidente d’auto. Da allora sono sola e ho dovuto imparate a far andare avanti l’azienda da me. Mi creda, non è stato facile e ancora oggi ogni tanto mi trovo in difficoltà”.

“Mi rincresce, dev’essere stata un’esperienza tremenda. Però in giro parlano molto bene della sua azienda e di lei. Mio cugino mi ha dato ottime referenze. E, per quanto ho potuto costatare, lei è una persona molto in gamba, oltre che una bella donna.” 

La donna sfoderò un sorriso cordiale: “Grazie lei è molto gentile, sarà un piacere lavorare con lei.”

“Anche per me, e magari quando avrà tempo, potremo fare qualche discorso sui simboli di questo castello. Mi fa sempre piacere parlare di questo castello e di tutta la storia che lo coinvolge.”

Fu interrotto dalla comparsa di Ersilia. Stranamente la donna aveva un’espressione soddisfatta. Fece un leggero inchino con la testa e si rivolse alla signora:

“Signora Grossi, sarà un piacere collaborare con lei. Tutti nella regione dicono un gran bene della sua azienda. – Poi, rivolta a Giovanni – Vedrà dottore che si troverà bene con la signora.”

Detto quello, si smaterializzò come suo solito: Giovanni rimase per un momento interdetto. Mai Ersilia si era intromessa in una conversazione, meno che meno in una di lavoro. Che cosa significava adesso quello strano atteggiamento? Forse voleva fargli sentire il suo consenso?

La signora Laura Grossi sorrise:

“La sua cameriera ha fama di essere una persona chiusa e burbera, ma invece mi è sembrata molto cordiale. In ogni caso penso anch’io che ci troveremo bene a lavorare insieme. Però adesso devo proprio andare, mi scusi, ho tanti impegni ancora per oggi… ma ci rivedremo presto”

Giovanni la salutò un po’ confuso.

Quella notte faticò ad addormentarsi, quando alla fine fu preso dal sonno ebbe uno strano sogno: sognò che girava il castello con la signora Grossi, il loro comportamento era molto cordiale e amichevole, e mentre camminavano, una strana luce li seguiva. Era il fantasma? E se si, cosa voleva dire? Era un atteggiamento amichevole oppure ostile?

Nei mesi successivi Giovanni affittò molte volte il castello. Ormai era diventato amico con Laura e si davano del tu. Gli affari andavano abbastanza bene, ma le spese continuavano ad aumentare. Era sempre assillato dalla paura di non farcela a star dietro a tutte le uscite. Gli avevano detto che presto ci sarebbe stato bisogno di rifare il tetto e la cifra che occorreva, era astronomica. Non sapeva proprio come fare a procurarsela.

Quella notte andò a dormire veramente preoccupato. Non riusciva a prendere sonno. Ancora una volta l’immagine luminosa gli comparve davanti agli occhi.

“Coraggio Giovanni, ce la farai: ti avevo promesso che ti avrei aiutato e lo farò. Sei una brava persona e lo meriti.”

“Ma come farai tu ad aiutarmi? Mica sei un essere umano. Non so nemmeno cosa tu sia, ma non credo che tu abbia un conto in banca così grande da pagare il tetto?”

“Proprio non ti vuoi mai fidare! Fai male. Vedrai di cosa sono capace! Domani la tua amica Laura, che, tra l’altro, sarebbe la donna giusta per te, ti proporrà un grande ricevimento per gente ricca ma volgare. Tu accetta, anche se ti sembrerà contrario a quanto ti avevo detto. Al resto provvederò io. Abbi fiducia.”

L’immagine luminosa si dissolse talmente rapidamente che Giovanni non ebbe il tempo di replicare. Era interdetto. Di solito quella strana immagine lo aveva sempre indirizzato bene. Adesso era diverso. Occorreva una grossa somma per il tetto e non capiva come un’entità senza corpo avrebbe potuto procurargliela. Non si era mai parlato di un tesoro sepolto nelle viscere del castello.

Il mattino seguente Laura telefonò per proporgli un grande ballo al castello. Avrebbero pagato bene, anche se si trattava di gente discutibile. Giovanni, memore del sogno, accettò, se pure contro voglia.

La sera del grande ricevimento arrivò moltissima gente al castello. Mai prima di allora ne era arrivata tanta. Giovanni era stato invitato anche lui. Si sarebbe trovato senza nessuno a cui parlare, non fosse stato per la presenza di Laura, deliziosa in un abito nero. Spiccava per il suo stile in mezzo al tono grossolano degli ospiti. Il ricevimento si prospettava proprio noioso, sebbene sembrasse che tutti si divertissero molto. L’atmosfera incominciava a scaldarsi, i partecipanti erano intenti a ballare musica rock, quando di colpo le lampade si spensero e la luce mancò. Anche i musicisti tacquero.

Molti pensarono che fosse uno scherzo, quando, improvvisamente, un’immagine luminosa si materializzò lentamente sul muro interno del salone. Laura, spaventata, si strinse a lui e la cosa non gli dispiacque. L’immagine intanto stava fluttuando a mezz’aria, tra le urla di terrore dei presenti. Di colpo scese a terra e prese le forme di un gentiluomo del Quattrocento. Tutti erano impietriti dal terrore. L’uomo attraversò il salone con fare molto sussiegoso. Arrivato in fondo, fece un grande inchino, si tolse la testa, se la mise sotto il braccio e uscì attraverso il muro. Le grida di terrore furono ancora più grandi di prima. Tutti si diedero alla fuga urlando e lasciarono il povero Giovanni solo e disperato. Quando tutti erano ormai lontani, l’immagine ricomparve. Giovanni la guardò con ira

“Bello scherzo mi hai fatto! Li hai terrorizzati! Adesso più nessuno vorrà venire al castello! Sono rovinato, e tutto per colpa tua! “

“Mio buon amico, non lasciarti prendere dall’emozione. Vedrai che le cose andranno molto meglio di quanto tu immagini. Abbi fede!”

L’immagine scomparve, ma non la disperazione di Giovanni, che vagò tutta la notte per il castello. Sembrava un fantasma anche lui. All’alba esausto si addormentò.

Fu svegliato da un grande trambusto in cortile. Era ancora vestito da sera, quando Ersilia comparve trafelata. Stranamente anche lei provava emozioni.

“Dottore, ci sono quelli della televisione e dei giornali! Hanno saputo quanto è successo ieri sera e vogliono filmare il castello e intervistarla! Venga presto!”

Giovanni si cambiò rapidamente e si presentò ai giornalisti. Ce n’erano un numero enorme. Tutti volevano sapere e chiedevano, fotografavano e filmavano. A fine giornata Giovanni era ancora più esausto. Di solito non guardava la televisione, ma quella sera, dopo cena, si lasciò cadere su una poltrona e quasi casualmente, accese il televisore. Il telegiornale nazionale raccontò che nel castello era apparso un fantasma e faceva vedere lui e molti dei partecipanti alla serata, che erano stati intervistati al proposito. Sentì che su un canale nazionale ci sarebbe stata una tavola rotonda dove studiosi, sacerdoti e psicanalisti si sarebbero confrontati sulla possibile esistenza dei fantasmi.

Il giorno dopo, Ersilia trionfante gli portò alcuni quotidiani, sia locali che nazionali, in tutti si parlava diffusamente del castello del fantasma. Non aveva finito di leggerli che ricevette una telefonata di Laura:

“Giovanni, è un successone! Gli ospiti dell’altra sera sono entusiasti di essere stati intervistati in televisione! Vogliono tornare appena possibile. Come se non bastasse, continuo a ricevere telefonate di gente, che vuole assolutamente venire a mangiare e dormire nel castello del fantasma. Addirittura una grossa televisione vuole che andiamo ad un talk show a parlare del fantasma. Prevedo che potremo tranquillamente quadruplicare il fatturato degli ultimi mesi. Vengo da te per parlarne di persona.”

Giovanni era frastornato. Non si era spettato un successo simile.

Gli affari andavano benone e dopo pochi giorni ricevette la telefonata di una società televisiva, a distribuzione nazionale, che voleva girare un serial nel castello. La cifra che offrivano superava di gran lunga le spese del tetto e tutte le altre previste. Si sentiva un uomo felice. Quella notte dormì tranquillo. L’immagine comparve molto tardi, ma Giovanni fu ben lieto dell’incontro.

“Ti devo delle scuse e dei ringraziamenti. Non pensavo che tu potessi salvarmi, invece lo hai fatto. Sei stato veramente abile. Ma chi sei? Ho visto che eri un gentiluomo del Quattrocento, ma non so chi. Ho letto tutta la storia della mia famiglia, dimmi chi sei.”

“Io sono stato cancellato dalla storia di famiglia, perché in vita ho fatto molto male a tanta gente. Per questo sono stato condannato a rimanere qui, in questo castello, nei locali che sono stati il teatro dei miei misfatti, sino a che non avessi compiuto un’azione veramente buona. Adesso mi dicono che l’ho fatto e sono finalmente libero! Ma non temere, continuerò a proteggere te e questo castello, almeno sino a quando tu sarai in vita. Ti apparirò meno sovente, ma se avrai bisogno, stai tranquillo, ti aiuterò. A proposito, datti da fare con Laura: lei è la donna giusta.”

Detto quello, il fantasma sparì, non prima di avergli fatto l’occhiolino, lasciando Giovanni perplesso, ma felice.

Francesco Cordero di Pamparato

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Articolo pubblicato il 21/10/2020