Joe Petrosino: dalla strada alla striscia

Un anniversario da ricordare

La casa editrice Yume ha voluto contribuire al ricordo Joe Petrosino, ripubblicando alcuni dei racconti scritti nei primi anni del XX secolo sulle gesta del grande investigatore italiano, proponendo quelli di K. Matull, apparsi in Germania, pochi mesi dopo la morte: Kurt Matull, Joe Petrosino. Sherlock Holmes d’Italia (Yume edizioni, pag. 160, Euro 15,00).

 

Giuseppe Michele Pasquale Petrosino, nativo di Padula (30 agosto 1860), emigrò in America (1873) seguendo la famiglia e vivendo a Little Italy: ben presto cercò di guadagnarsi la vita onestamente vendendo giornali; studiò l’inglese e dopo quattro anni ottenne la cittadinanza americana. A diciassette anni entrò a far parte della polizia con l’incarico più basso: netturbino (allora, infatti, il servizio di nettezza urbana era organizzato dal dipartimento di polizia).

 

Inutile dire che l’ambizione di Joe non era quella di raccogliere rifiuti, ma diventare al più presto un agente. Impresa che gli riuscì, nel 1883, anche se attraverso un percorso sui generis: il suo primo incarico, infatti, fu quello di informatore. Vista la sua origine, era in grado di confondersi tra i tanti italiani e a raccogliere così informazioni di prima mano. Inoltre, era abilissimo nei travestimenti e quindi sapeva adattarsi alle diverse situazioni.

 

In seguito divenne agente di pattuglia e finalmente, nel 1890, venne assegnato all’ufficio investigativo salendo via via di grado.

Quando il 29 luglio 1900 a Monza fu assassinato Umberto I re d’Italia, per mano dell’anarchico Gaetano Bresci, Petrosino partecipò all’indagine poiché si scoprì che l’omicida era giunto in Italia dagli Stati Uniti. Fu il presidente Theodore Roosevelt a indicare nell’investigatore italiano la persona più adatta per effettuare le necessarie ricerche.

 

Petrosino sostenne che il complotto era stato ordito dalla “Mano Nera” e nei progetti criminali dell’organizzazione, dopo il re d’Italia, sarebbe toccato all’imperatore Francesco Giuseppe, al Kaiser Guglielmo II, allo zar e quindi al presidente americano.

I risultati della sua indagine non vennero presi in gran considerazione; vi fu però un repentino cambio d’indirizzo quando, nel settembre 1901, il presidente McKinley fu ucciso da Leon Czolgosz, un anarchico polacco.

 

Le previsioni dell’investigatore italiano avevano quindi dimostrato una certa attendibilità, e Petrosino acquisì grande prestigio: crebbe notevolmente la considerazione per i suoi metodi. Fu così che, qualche anno dopo, venne posto al comando della “Italian Branch” (nel 1906 divenne l’“Italian Legion”), la squadra italiana composta da cinque uomini in borghese, il cui centro operativo era costituito dal piccolo appartamento di Joe.

 

Molti i successi investigativi che coronarono la carriera del detective italiano: alcuni casi furono clamorosi, come l’identificazione dei colpevoli dell’omicidio di Benedetto Madonia, detto Nitto, ucciso a coltellate e poi chiuso in un barile con i genitali infilati in bocca.

Quasi sempre, all’origine di queste efferate esecuzioni vi era l’onnipresente “Mano Nera”.

In una sua dichiarazione rilasciata all’“Herald”, Petrosino sosteneva: “C’è solo una cosa che può liquidare la Mano Nera e questa cosa è il superamento dell’ignoranza.

 

I gangster che tengono Little Italy sotto una cappa di terrore, provengono generalmente dalla Sicilia e dall’Italia Meridionale e sono degli zotici briganti di campagna trapiantati in città. Nessun rapinatore americano penserebbe mai di fermare un uomo e di tagliargli la faccia col coltello solo per prendergli il portafogli. Probabilmente si limiterebbe a minacciarlo con la pistola. Nessun delinquente americano farebbe saltare la casa o ucciderebbe i figli di chi si rifiuta di pagare cinquanta o cento dollari.

 

I crimini che avvengono qui fra gli italiani sono gli stessi perpetrati un tempo dai ladroni di campagna in Italia; e le vittime, come gli assassini appartengono alla stessa gente ignorante. Si tratta insomma di un brigantaggio di campagna trapiantato in una delle città più moderne del mondo [...]. Se nella colonia italiana si formerà un Comitato di Vigilanza, se gli italiani agiati si muoveranno per educare gli ignoranti convincendoli che le leggi americane esistono anche per la loro protezione, il problema si risolverà da sé. I cosiddetti membri della Mano Nera non hanno niente di invincibile, e verrà il giorno, io spero, che cominceremo a trovarne qualcuno penzolante da un lampione o fatto a pezzi per strada...”.

 

In realtà le cose andarono diversamente. All’inizio del 1909, la polizia di New York decise di inviarlo in Italia per creare una rete di agenti segreti che potesse operare sul territorio al fine di controllare le mosse della “Mano Nera” e inviare informazioni su quei personaggi pericolosi che intendevano entrare negli Stati Uniti.

Sbarcato a Genova il 21 febbraio 1909, l’investigatore scese in Sicilia sotto falso nome, al fine di cercare le radici della “Mano Nera” e le sue relazioni con don Vito Cascio Ferro che, come abbiamo visto, era stato indicato come un indesiderato negli Stati Uniti e quindi rimpatriato.

 

Petrosino, nel corso del suo soggiorno in Italia, ebbe modo di incontrare una serie di persone che gli fornirono importanti indicazioni sulla malavita meridionale. I criminali vennero però a conoscenza del piano del coraggioso detective. La sera del 12 marzo 1909, Joe fu vittima di un agguato in piazza Marina a Palermo. Non è ben chiaro quanti furono a sparare, forse due: quattro le pallottole, due alle spalle, una al collo e una alla testa, quella fatale.

L’omicida (gli omicidi) non venne mai identificato, anche se sembra evidente che fu la “Mano Nera” a mettere in atto il piano criminale.

 

Con la morte di Petrosino venne meno un importante contributo per cercare di arginare una tra le più spietate e malvagie organizzazioni criminali attive tra XIX e XX secolo.

In varie occasioni vi fu chi si attribuì il delitto, tra gli altri anche don Vito, ma non fu mai possibile formalizzare l’accusa in modo specifico, vista la totale assenza di testimoni e prove circonstanziate.

La drammatica sorte di Joe Petrosino non fu certamente un freno per la macchina editoriale, che si attivò immediatamente, forse con la consapevolezza di onorare la memoria del coraggioso investigatore.

 

Passarono poche settimane ed ecco che la casa editrice tedesca Verlagshaus für Volksliteratur und Kunst pubblicò il romanzo in stile Feuilleton Josef Petrosino, Chef der italienischen Abteilung der New Yorker kriminal Polizei, genannt der italienische Sherlock Holmes di Kurt Matull e Theo von Blankensee. Quella pubblicazione fu opportunamente inserita nella collana “Aktuelle Bibliothek”, in cui trovavano collocazione descrizioni di avvenimenti di cronaca particolarmente efferati.

 

Non si fece scappare il legame con l’attualità un’altra casa editrice, questa volta americana, la Eichler, che nello stesso anno pubblicò una serie di storie in cui il protagonista, Nick Carter, effettuava indagini sull’assassinio di Petrosino, scoprendo che il mandante era naturalmente la “Mano Nera”, ma l’autore, Frederic Van Rensselaer Dey, trovò il modo di assegnare un po’ di originalità alla vicenda, ponendo una donna al vertice dell’organizzazione criminale.

 

Nel mese di agosto, cinque mesi dopo la morte del poliziotto, in Italia fece la comparsa il primo fascicolo della serie di racconti raccolti sotto il titolo: Giuseppe Petrosino. Il Sherlock Holmes d’Italia. Nella testata era presente un cartiglio con una mano nera e sostenuto da un pugnale. Il primo fascicolo si intitolava: Da spazzino a Capo di Polizia. Era la traduzione italiana dell’opera iniziata dalla tedesca Verlagshaus für Volksliteratur und Kunst; però formato, copertina e grafica erano simili ai fascicoli di “Nick Carter” e “Buffalo Bill” delle edizioni Eichler, già tradotti in Italia.

 

In tono minore, appena quindi giorni dopo la morte di Petrosino, la Casa Editrice Italiana di Milano, aveva rivolto attenzione alla vicenda dell’investigatore italo-americano con un fascicolo della serie: John Siloch. Il più grande poliziotto del mondo.

L’anno seguente, la Verlagshaus für Volksliteratur und Kunst, iniziò la pubblicazione del romanzo a fascicoli: Josef Petrosino, der Screcken der Schwarzen Hand. Cento  uscite che si protrassero fino al 1911. Probabilmente l’autore fu Ferdinad Laven, che si celava dietro lo pseudonimo Wern D. Charlot.

 

Nel 1912 entrò nel mercato l’editore francese Ferenczy con il romanzo Petrosino. Grand roman sensationnel et vécu publié sur des documents authentiques (quarantasette fascicoli), che di fatto romanzava la vicenda dell’investigatore italiano, connotandola con tonalità ancora una volta vicine al gusto del Feuilleton; anche quest’opera è attribuita a Ferdinad Laven. Nello stesso anno la Società Editoriale Milanese pubblicò il romanzo Giuseppe Petrosino il terrore della Mano Nera di Guglielmo Stocco, autore veneto che può essere posto sulla scia di Emilio Salgari e tra gli iniziatori della nostra fantascienza.

 

La spinta determinata dai fatti di cronaca si era però affievolita e bisognerà attende oltre vent’anni prima di ritrovare Petrosino protagonista della letteratura nazionalpopolare: il mercato editoriale ritornerà a occuparsi dell’investigatore nel 1938, scegliendo il moderno linguaggio del fumetto. Artefice l’editore Mario Nerbini di Firenze, che ne pubblicò le vicende a puntate nella rivista “L’Avventuroso”; autore delle strisce Ferdinando Vichi.

 

Le varie edizioni e riedizioni sono caratterizzate da una sorta di sincretismo narrativo, che si evince chiaramente già dall’improbabile sovrapposizione Petrosino/Holmes, ma anche dall’intersecarsi di argomenti e strategie narrative. Anche le testate cambiarono: abbandonata l’abbinata con Holmes, troviamo “Petrosino. Il grande poliziotto italo-americano”, “Petrosino contro Mafia, Camorra e Mano Nera” o semplicemente “Petrosino” (F. Cristofori – A. Menarini, Eroi del racconto popolare. Prima del fumetto, Bologna 1986, pagg. 151-203).

 

Kurt Matull, Joe Petrosino. Sherlock Holmes d’Italia, Yume edizioni, pag. 160, Euro 15,00.

 

Stampa solo il testo dell'articolo Stampa l'articolo con le immagini

Articolo pubblicato il 26/09/2020