Ossessione Digitale

Informatica, stato, cittadino

Su la Repubblica del 19 settembre è comparso uno strano articolo di Tito Boeri e Roberto Perotti dal titolo “Recovery, il piano sbagliato”. Perché strano? Per tre motivi sostanziali: per il giornale che lo ha pubblicato, per la personalità degli autori e, infine, per il contenuto.

Repubblica è una testata squisitamente filogovernativa, e appare dunque strano che ospiti un articolo che mette in seria discussione uno dei capisaldi dell’azione di Giuseppe Conte e soci. Boeri e Perotti sono poi due economisti vicini a quella sinistra che da tempo è affascinata dalla visione digitale del progresso economico. L’articolo, infine, ha un contenuto sostanzialmente demolitorio di quella visione sotto molteplici profili e pone anche una serie di interrogativi inquietanti per il presente e per il futuro.

Intanto gli autori usano esplicitamente l’espressione “ossessione digitale”, il cui significato critico appare evidente, e avanzano poi una serie di considerazioni negative sulla capacità della nostra pubblica amministrazione di avviare realmente quell’ipotetica rivoluzione digitale che il governo prefigura a seguito dell’utilizzo del Recovery Fund con la sua incerta marea di risorse finanziarie.

La mancanza di coordinamento fra le varie amministrazioni, la frammentazione delle risorse in troppi progetti (alcuni semplicemente inventati all’ultimo momento per mettere le mani su qualche soldo) e in troppi centri di spesa, la mancanza di una vera professionalità digitale nei pubblici funzionari e -soprattutto- la falsa convinzione che la digitalizzazione della funzione pubblica porti a un aumento di produttività delle amministrazioni in presenza di elefantiasi, contraddittorietà, illogicità, barocchismo delle norme applicative e operative; sono tutti fattori che, secondo Boeri e Perotti, impediranno sostanzialmente il funzionamento del Recovery.

Il rischio è di pompare una enorme quantità di benzina in un’auto antiquata e guidata da autisti senza patente.

Le osservazioni dei due economisti sono assolutamente corrette. A che servono computer potenti, software  fantascientifici, reti superveloci, impiegati e funzionari addestrati se poi tutto questo si trova dinnanzi un muro di regole burocratiche risalenti al secolo scorso? Chi di voi/noi non ha provato avvilimento o disperazione dinnanzi a certi portali della pubblica amministrazione sordi a ogni sollecitazione, lentissimi quando non addirittura catatonici, indisponenti, sfacciati nella loro arroganza costellata di termini incomprensibili? Quanti di voi/noi hanno rinunciato in questi giorni a richiedere la variopinta serie di bonus dispensati dallo stato per incomprensibilità delle procedure, per la loro inestricabile difficoltà, per l’interminabile serie di adempimenti? Chi di voi/noi non ha passato ore e ore dinnanzi allo schermo immobile e beffardo del computer durante qualche click day?

Ma al di là della palude normativa in cui si arenano prima o poi le imbarcazioni digitali, per quanto moderne  e veloci, al di là della talvolta precaria formazione degli addetti ai servizi, al di là della futilità di molte iniziative create solo per essere inserite nel Recovery, come ben evidenziato da Boeri e Perotti, c’è un aspetto che sembra sfuggire agli ossessi digitali delle pubbliche amministrazioni: la mancanza di cultura informatica nei cittadini.

Gli esperti dei ministeri vivono nella narcisistica convinzione che tutti siano come loro: tecnicizzati, digitalmente acculturati, semi-anglofoni. Dimenticano che milioni e milioni di italiani sono scarsamente scolarizzati per ragioni sociali, di età, di vicissitudini personali e non sono sempre in grado di affrontare con sicurezza l’universo informatico in cui loro invece vivono da sempre. Facciamo un esempio banalissimo e attualissimo.

In questi giorni l’INPS ha disposto che l’accesso ai dati pensionistici personali sul suo portale potrà avvenire solo tramite SPID e non più tramite PIN. Nelle sue comunicazioni l’ente ha stabilito che lo switch off avverrà il 1° di ottobre. Intanto l’Accademia della Crusca ha bacchettato gli anglomani dell’INPS facendo notare che switch off può essere ben sostituito dall’italianissimo “passaggio” che magari permetterebbe a tanta gente di capire che cosa succede.

La procedura già demenziale del PIN (mezzo l’INPS te lo forniva via internet, mezzo te lo spediva per posta ordinaria “per ragioni di sicurezza”) è ora sostituita da quella ancora più complessa dello SPID in cui si incarteranno milioni di poveri pensionati, magari anziani, magari non più lucidi, magari con la quinta elementare. Se questo non è sadismo digitale, non si sa che cos’è. Ma dove vivono questi tecnici informatici? Non ce l’hanno anche loro una nonna ottantenne?

Resta quindi molto precaria la speranza che la digitalizzazione pervasiva dello stato si traduca in maggiore efficienza della funzione pubblica, ma resta invece molto solida la prospettiva di un ulteriore  allontanamento dello stato dal cittadino qualunque.

Che cosa ti risponderebbero i tecnici del settore? La digitalizzazione crea problemi? Questo succede perché non si è ancora abbastanza digitalizzati, e quindi avanti con più digitale… Ricordano certi europeisti che di fronte a un’Europa traballante rispondevano proponendo più Europa (nessun riferimento a persone o cose  realmente esistenti).

Ma la digitalizzazione dilagante a livello planetario può creare problemi ben più complessi e minacciosi di quelli casalinghi, sopra evidenziati a livello italiano. Si pensi solo alla violenta invadenza nelle nostre vite dei signori dei  big data, alla sempre maggior complessità -e dunque fragilità- dei software, alla sempre maggior insicurezza delle reti informatiche, alle crescenti tentazione totalitarie degli stati che con la digitalizzazione hanno oggi in mano strumenti che il Leviatano dei secoli passati ovviamente neppure poteva immaginare.

Ma questo è un altro, ben più inquietante, discorso.

 

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Articolo pubblicato il 01/10/2020