Stradario torinese: via e corso Rodolfo Montevecchio

Dedicata/o a un eroe risorgimentale, al civico 5 un portone con intriganti decorazioni

La via Rodolfo Montevecchio inizia sotto i portici di via Sacchi e continua fino al corso Galileo Ferraris, oltre il quale prosegue col nome di corso Rodolfo Montevecchio fino al corso Castelfidardo.

Conosciamo il titolare di questa via e corso torinese.

Rodolfo Gabrielli, conte di Montevecchio è un generale, eroe del Risorgimento che ha combattuto nella Prima guerra d’indipendenza e nella Guerra di Crimea.

Rodolfo Montevecchio nasce il 15 marzo 1802 a Fano, oggi in provincia di Pesaro e Urbino, dal conte Antonio, suddito pontificio ma ciambellano del Re di Sardegna, e dalla torinese Barbara Richelmy dei conti di Bovile. Rimasto orfano di padre nel 1810, Rodolfo frequenta i seminari di Senigallia e di Pesaro. Sull’esempio del padre che ha militato con Vittorio Amedeo III di Savoia, preferisce intraprendere la carriera militare e, nel 1816, entra all’Accademia Militare di Torino. Nel 1818 ne esce come sottotenente e viene destinato al reggimento Nizza Cavalleria. Diviene luogotenente, nel 1827, e capitano aiutante maggiore nel 1831. Nel 1840, per la sua notevole competenza in campo ippico, riceve l’incarico di reperire cavalli idonei da destinare all’esercito. Allo scopo, visita diversi Stati tedeschi produttori di equini e vi studia le tecniche della cavalleria.

È trasferito al Piemonte Reale Cavalleria, con la promozione a maggiore il 21 ottobre 1843 e con questo reggimento prende parte a tutte le battaglie della Prima guerra di indipendenza. A Santa Lucia, il 6 maggio 1848, il Nostro merita la medaglia di bronzo al valor militare e il Re Carlo Alberto gli conferisce la croce dell’Ordine Mauriziano, decorazione che anche il padre aveva in precedenza meritato. Nominato colonnello, diviene comandante del Piemonte Reale Cavalleria, il 16 novembre 1848.

Nella seconda campagna della Prima guerra di indipendenza, il 21 marzo 1849, alla Sforzesca Montevecchio riceve sul campo la medaglia d’argento al valor militare dal re in persona. Questa data diviene quella della festa reggimentale. Montevecchio partecipa anche alla battaglia di Novara (23 marzo 1849).

Vittorio Emanuele II lo incarica dell’ammodernamento della cavalleria e il Nostro si prodiga per questo compito con grande impegno e competenza. Nel 1855, al momento della Guerra di Crimea, a Montevecchio viene conferito il comando della quarta brigata provvisoria. Giunto in Crimea, ai primi di agosto, viene promosso maggior generale.

Il 16 agosto 1855, alla battaglia della Cernaia, Montevecchio, mentre carica il nemico è disarcionato perché il suo cavallo viene ucciso. Ne monta un altro e torna a combattere. A chi gli consiglia di non esporsi troppo al fuoco nemico risponde: «Un soldato piemontese non indietreggia mai!». Tornato all’assalto, è colpito al petto con perforazione del polmone sinistro. All’ospedale da campo riceve la visita del comandante in capo Alessandro La Marmora poi viene trasportato all’ospedale di Balaklava, dove le sue condizioni si rivelano gravi e peggiorano progressivamente provocandogli gravi sofferenze. Il 28 settembre gli pervengono gli auguri di Vittorio Emanuele II insieme alla nomina a commendatore dell’Ordine Militare di Savoia.

Muore il 12 ottobre. Inizialmente è tumulato in un sacrario di fronte al Mar Nero, con altri ufficiali caduti in Crimea. La sua salma è riportata in Italia nel 1911, trasportata a Fano dove, dopo solenni celebrazioni, è posta nel Famedio.

Per iniziativa di Vittorio Emanuele II, Montevecchio viene decorato della Croce di Grande ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia (28 novembre 1855).

Concludiamo con una curiosità a carattere botanico. Il nome di “generale Montevecchio” è attribuito a una varietà di camelia dai fiori embricati di colore rosa striato di bianco.

Tornando alla via e corso Montevecchio, notiamo che al civico 50 del corso si trova Casa Maffei, progettata nel 1904 dall’ingegnere Antonio Vandone di Cortemiglia, notevole esempio di architettura liberty. Al 58 vi è un altro imponente edificio liberty ricco di decori, progettato da Giuseppe Besozzi (1904).

Questi palazzi corso Montevecchio sono già stati considerati più volte da cultori di storia e arte della nostra Città. Il nostro interesse si concentra su un edificio posto al civico 5 della via Montevecchio, all’angolo con via San Secondo.

Questo palazzo più che dignitoso e quasi austero, a un primo sguardo, non si discosta in modo particolare dagli altri che compongono il circostante quartiere San Secondo, nella fascia tra la via Sacchi e il corso Re Umberto, dove il rassicurante aspetto borghese pare compiacersi del glorioso passato guerresco di Casa Savoia, scandito dai nomi di battaglie attribuiti alle vie, Valeggio, Governolo, Pastrengo, Assietta, Magenta…

Quello che colpisce in questo palazzo è la decorazione piuttosto elaborata, di colore bianco che spicca sui mattoni di paramano che rivestono l’intero fabbricato e che cercheremo di descrivere con l’aiuto delle foto scattate durante la nostra ricognizione.

La facciata dell’edificio con il portone si affaccia sulla via Montevecchio, al civico 5. Al piano terreno si osservano due finestre sui due lati del portone e poi due vetrine di negozio in direzione di via San Secondo, sulla quale prospetta il lato più lungo del fabbricato e dove compaiono otto vetrine di negozi, senza aperture di accesso agli alloggi. Sopra le finestre e le vetrine è posto un fregio trapezoidale, di forma astratta e sovrapposto a questo si trova una fascia decorata formata da un nastro elaborato e intrecciato scandito da ghirlande floreali.

Le due facciate, in più punti sono interamente percorsa da lesene, pilastri verticali leggermente sporgenti con funzione ornamentale che espongono vistosi grappoli d’uva e tralci di vite in bassorilievo.  Ma non sono questi gli elementi decorativi più rilevanti bensì le finestre e le porte finestre dei balconi di aspetto diverso e sempre piuttosto elaborato nei vari piani.

Il palazzo conta infatti cinque piani fuori terra e il primo presenta intorno alle finestre semplici decori geometrici. Al secondo piano, le finestre sono di due tipi, variamente alternate fra loro. Alcune sono sormontate da un frontone triangolare che alloggia alla base una testa femminile.  In corrispondenza dei balconi, le porte finestre presentano un architrave piatto e sono decorate con un bucranio (teschio di bovino).

Al terzo piano i decori delle finestre sono astratti e poco significativi mentre al quarto, di altezza minore rispetto ai livelli sottostanti, si osserva ai due lati delle finestre una complessa decorazione che comprende le mensole che reggono la sporgenza del tetto: è formata da un pilastrino che si suddivide in due rami formando uno spazio che alloggia una testa di ragazzina sormontata da una stella a cinque punte. Ogni finestra è quindi decorata da due teste stellate e, considerando che le finestre sono sette in via Montevecchio e otto in via San Secondo, l’edificio presenta quindi trenta teste stellate.

Queste teste stellate, sebbene di difficile osservazione, non sono le solite protomi femminili, algide e un po’ impersonali come quelle poste al secondo piano. Hanno un peculiare aspetto infantile sottolineato anche dall’abbigliamento, un collettino disordinato e una tracolla che scende dalla spalla destra verso il fianco sinistro. Ma per commentare adeguatamente queste teste stellate occorre considerare la decorazione che appare più interessante e che ci ha indotti a questo scritto: quella posta al centro dell’arco del portone.

Si tratta di una testa di ragazzina con un piccolo fiocco nei capelli un po’ scomposti, che appare realizzata secondo precise indicazioni: il nastro, i capelli, il collettino fanno ritenere che sia il ritratto di una precisa persona.

E così scatta il volo pindarico di fantasia.

Potrebbe trattarsi della figlia o della nipote del committente e, vista la sua espressione un po’ triste, si può addirittura pensare che la ragazzina fosse già morta all’epoca della costruzione della casa e si sia così voluto ricordarla. Anche la fila di testoline con la loro stella, poste sotto la sporgenza del tetto, potrebbe rientrare in questo mesto ricordo anche se la stella a cinque punte non appare come il più suggestivo simbolo cristiano.

Va anche detto che dal collo della ragazzina pende il numero tre mentre il palazzo si trova al civico 5. Una discrepanza probabilmente causata da una modifica nella numerazione della via.

Forse qualche anziano abitante della casa conosceva la storia di queste decorazioni ma, al momento di realizzare le foto, non ho avuto il coraggio di suonare i campanelli per chiedere informazioni.

Concludo col suggerimento a qualche persona fantasiosa di considerare questo edificio per candidarlo al Patacca Tour Atto Terzo, concorso ideato dal CAUS - Centro Arti Umoristiche e Satiriche, diretto dall’amico Raffaele Palma.

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Articolo pubblicato il 09/10/2020