Il «bel San Domenico», a Torino

Di Ezio Marinoni

La chiesa di San Domenico è ben descritta da Giovanni Gaspare Craveri, nella sua “Guida de’ forestieri per la Real Città di Torino”.

Emilio Borbonese, nella sua “Guida di Torino”, pubblicata per cura e a benefizio della Federazione degli Asili Infantili Suburbani dalla Tipografia Roux e Frassati nel 1898, scrive a proposito di San Domenico:

“Al canto della via omonima e della via Milano.

È una delle chiese più antiche di Torino, quantunque ciò poco si appalesi alla vista, a causa dei molti restauri, cui andò soggetta nel corso dei secoli.

Nel convento annesso alla chiesa risiedeva il tribunale dell’Inquisizione. In esso è conservato con cura dei RR. Padri Domenicani un grande stendardo, che sventolò sopra una delle galee Sabaude che, sotto il comando dell’ammiraglio Andrea Provana, presero parte alla celebre battaglia di Lepanto. Esso è in seta a varii colori. Nel mezzo un grande medaglione, dipinto ad olio, reca l’immagine di M.V. in atto di offrire alla pubblica adorazione il SS. Rosario. Ai quattro angoli sono gli stemmi della Città di Torino e tutto intorno, a modo di cornice, è riportato, a grandi lettere maiuscole, un versetto della Sacra Scrittura”.

Entriamo, quindi, nell’unica chiesa gotica rimasta a Torino, costruita dai Frati Predicatori (Domenicani) al loro arrivo in città, verso il 1260, sotto l’egida di fra’ Giovanni da Torino, proveniente dal convento milanese di S. Eustorgio. È il quarto monastero Domenicano in regione, dopo Asti (1225), Vercelli (1234), Chieri (“ante 1257”) e queste date ci narrano l’importanza delle città piemontesi nel Medioevo.

Fra’ Giovanni è molto attivo: recluta novizi, tanto che nel 1266 si richiede il primo ampliamento dei locali, e dona la sua biblioteca personale alla nascente comunità (nel testamento scrive: “Dona e fa donazione tra i vivi, pura e semplice, al convento di Torino e ai frati del medesimo convento (…) di tutti i suoi libri, a lui dall’Ordine concessi”.

Durante la peste del 1630 sul lato destro della facciata si ricava una finestrella che consentiva ai malati di assistere alle funzioni senza entrare a contatto con i fedeli presenti in chiesa.

Tre successive soppressioni (1801, 1855, 1866) portano spogliazioni e danni, un inestimabile tesoro di arredi, libri e opere d’arte si perde nelle ombre della storia.

Pur nelle traversie, i Domenicani non abbandoneranno mai del tutto la loro sede: nel 1822 vi istituiscono il Noviziato e nel 1834 lo Studium Teologico, fino a quando il complesso diventa una caserma (1848) e poi un lazzaretto (1854).

Finalmente, nel 1873, San Domenico vede il ritorno definitivo dei Padri Domenicani al suo interno.

Il nucleo originario corrispondeva alle attuali sacrestia, Cappella delle Grazie e presbiterio. Il sacello primitivo era orientato a est, verso l’attuale via Milano, vi si accedeva da una porta (oggi murata) nel “chiostro dei morti”.

La Cappella delle Grazie è il capolavoro pittorico del complesso. Vi ha lavorato un anonimo artista, definito “Maestro di San Domenico”. Su committenza dei Domenicani ha ritratto i dodici Apostoli nella zona inferiore, sulla lunetta sinistra il Cristo Pantocratore e su quella destra San Tommaso d’Aquino in atto di presentare la famiglia dei donatori. Sulla parete di fondo, una squisita Annunciazione. Al centro della Cappella una tavola anonima cinquecentesca, di ispirazione fiamminga, è denominata Madonna della Mela: la Vergine stringe una mela cotogna fra le dita, mentre il Bambino benedicente posa la mano sinistra su una sfera di cristallo. Si può leggere un significato simbolico o alchemico in questo particolare?

L’altare del Crocefisso, realizzato nel 1880 in occasione del quinto centenario della morte di Santa Caterina da Siena, ha ai suoi lati due urne argentee.

A sinistra le reliquie del Beato Pietro Cambiani da Ruffia, ucciso da mano ignota nel chiostro del convento di San Francesco a Susa in circostanze misteriose nel 1365; a tutt’oggi non si è svelato il motivo del suo viaggio in Val di Susa e nemmeno chi siano stati i suoi uccisori, e quale movente li abbia animati. Francesco Cordero di Pamparato, nel suo romanzo storico “L’assassinio dell’Inquisitore” ha tratteggiato un percorso e una ipotesi. Padre Pietro Cambiani è stato qui sepolto nel 1516.

A destra riposa il Beato Aimone Taparelli (morto nel 1495), predicatore e docente all’Università di Torino. I Taparelli erano una delle famiglie più antiche di Savigliano e vantano nei secoli ecclesiastici illustri. Nel secolo XVI il vescovo Gianmaria, nel secolo XVII un gesuita, Cesare Michele. Fra tutti spicca Aimone, nato nel 1398 nel ramo dei Conti di Lagnasco. La sua lunga vita si divide esattamente a metà: a cinquant’anni la morte semina il lutto nella sua casa e, vedovo, piange anche la morte dei figli. Una fede profonda gli è di conforto e gli fa abbracciare la vita religiosa, entrando nell’Ordine dei Predicatori. Quasi centenario, nel 1495 predice la sua morte. Una leggenda narra che gli angeli lo avvisano che il suo ultimo giorno sarebbe stato la solennità della Assunzione di Maria.

L’altare del Beato Amedeo IX (deceduto nel 1472), restaurato nel 1978, è decorato da affreschi di Antoine de Lonhy, contemporaneo del Beato, che furono a lungo il punto di riferimento iconografico per la pittura sacra piemontese e valdostana. Amedeo nasce il 1° febbraio 1435 nel castello di Thonon-les-Bains in Alta Savoia, sulle rive del lago di Ginevra, figlio di Anna di Lusignano e del Duca Ludovico I di Savoia. Nel 1459, durante il Concilio di Mantova aperto da papa Pio II, Amedeo IX è fautore di una crociata indetta per liberare Costantinopoli dai Turchi. Nel 1464, alla morte del padre, Amedeo eredita il ducato di Savoia. Distrutto dall’epilessia, consegna alla moglie Jolanda, ai figli e ai ministri il suo testamento spirituale: “Siate retti. Amate i poveri e Dio vi garantirà la pace”. Muore a Vercelli il 30 marzo 1472. Le sue spoglie riposano nella Cattedrale di Vercelli sopra l’altare della cappella di destra, di fronte a quella di sant’Eusebio.

La porta di accesso al convento si apre sull’antico e già citato “chiostro dei morti”, dove si seppellivano i corpi dei religiosi, ristrutturato nel Seicento. Contiene la lapide tombale dello storico Filiberto Pingone (Chambéry 1525 – Torino 1582).

La chiesa conserva anche i resti di Padre Reginaldo Giuliani (1887 – 1936), cappellano degli Ardinti, decorato nella Prima guerra mondiale; caduto in Africa al Passo Uariei il 21 gennaio 1936, viene insignito della medaglia d’oro al valor militare.

In fondo al corridoio, sulla destra, si trova un salone che fu l’aula universitaria dove si conferivano le lauree in medicina.

All’esterno della chiesa, su via San Domenico, una lapide ricorda un altro religioso, Padre Giuseppe Girotti, morto nel campo di concentramento di Dachau nel 1945. Egli, all’insaputa dei suoi superiori, dopo il tragico 8 settembre 1943 era diventato il centro di una vasta rete di collaborazione e di sostegno a favore di partigiani ed ebrei.

Nel cosiddetto “Palazzo dell’Inquisizione” torinese è transitato Jean Jacques Rosseau, nel 1728, nel momento della sua abiura al calvinismo in favore della fede cattolica.

In questi ambienti è stata fondata l’Opera Pia San Paolo (forse per la vicinanza alla chiesa e alla cripta di San Paolo, al di sotto della Basilica Mauriziana).  Lo descrive Emanuele Tesauro: sotto la direzione del domenicano Pietro da Quinzianopresero a radunarsi nel Capitolo del convento di San Domenico il 25 gennaio 1563, giorno dedicato alla conversione di San Paolo (...)”.

È la testimonianza storica del cambio di passo intrapreso dagli Ordini Mendicanti (Domenicani, Francescani, Agostiniani, Carmelitani) che abbandonano i retaggi e i privilegi tipici del feudalesimo e si aprono al tessuto sociale dell’epoca nel quale vanno ad operare nel concreto.

La “vox populi” tramanda da secoli una curiosa teoria: le due teste di cane poste sopra il portone di ingresso del palazzo di via Milano 11 ricorderebbero la proprietà domenicana dell’immobile e la fedele guardia della ortodossia praticata dall’Ordine, con una accezione in parte spregiativa nei loro confronti (Domini canes = cani del Signore).

 

Bibliografia

Giovanni Gaspare Craveri – Guida de’ forestieri per la Real Città di Torino – Rameletti - 1753

Emilio Borbonese – Guida di Torino – Tipografia Roux e Frassati – 1898

Francesco Cordero di Pamparato – L’assassinio dell’Inquisitore – Araba Fenice

Emanuele Tesauro – Istoria della Compagnia di San Paolo – Regio Stampatore Sinibaldo - 1657

 

@Ezio Marinoni

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Articolo pubblicato il 10/10/2020