La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini

La cameriera e i biglietti di… banca rossi, gialli, verdi…

In un precedente racconto, intitolato «Il ladro recidivo e il poliziotto fisionomista», si è sottolineato come alcune vicende tramandate dalla cronaca giudiziaria ottocentesca potrebbero costituire una buona traccia per la trama di un film di stile neorealista, se integrate da una maggior caratterizzazione di alcuni personaggi. È il caso anche di questa cronaca apparsa sulla Gazzetta Piemontese del 16 luglio 1870, a firma del cronista giudiziario Curzio, dalla quale deriva il titolo.

La proponiamo secondo una nostra personale sceneggiatura di un ipotetico film.

La scena iniziale ci mostra la Corte di Assise di Torino dove, il 13 luglio 1870, deve essere processata Gaja Carolina Catterina, di 35 anni, di Villafranca d’Asti, residente a Torino, cameriera, detenuta dal 25 gennaio 1870. È accusata di aver sottratto un biglietto da 500 lire della Banca Nazionale al cavalier Agostino Delleani, ingegnere. Il furto è stato commesso nella abitazione del Delleani a Torino, in via Borgo Nuovo, oggi via Mazzini, al civico 6, secondo piano, verso le ore tre del pomeriggio del 19 gennaio 1870. La Gaja si è recata a far visita a quella famiglia, dove è stata a servizio, ha approfittato della momentanea assenza delle persone di servizio della casa e, utilizzando una chiave dello scrigno che possedeva, vi ha rubato la banconota. Si tratta di un furto aggravato, per il valore della refurtiva e per il mezzo impiegato.

Primo piano sull’accusata.

Carolina Gaja, in passato di aspetto piacente, in tribunale pare moribonda. Non si regge in piedi, dice di essere ammalata, esibisce certificati medici dove si afferma che è in fin di vita. Lei spiega in modo immaginoso il suo deperimento organico e lo sottolinea tenendo davanti a sé una bottiglietta di medicinale che ogni tanto accosta alle labbra.

Che cosa ha portato Carolina Gaja sul banco degli accusati?

Ce lo spiega il cronista giudiziario Curzio in questo lungo flashback: «Non tutte le serve hanno la fortuna di piacere contemporaneamente al padrone ed alla padrona: alcune sono ben viste dalla padrona, altre godono la fiducia soltanto del padrone. La serva Gaja Carolina Catterina, [...] di forme piuttosto gentili, è una di quelle fantesche che se la intendono più facilmente coi padroni che non colle padrone di casa.

Essa nel settembre 1869 entrò al servizio della famiglia Delleani in questa città, e per lo spazio di due mesi, durante i quali la moglie dell’ingegner Delleani era assente da Torino, ebbe cura della casa, del padrone e della di costui figlia per nome Carolina.

A quanto sembra né il padre né la figlia ebbero mai occasione di muoverle rimproveri o di lagnarsi di lei con chicchessia, anzi pare che ne fossero assai contenti. Ciò non pertanto la signora Delleani Maddalena giunta una sera improvvisamente dalla campagna, la congedò, come si suol dire su due piedi, senza corrisponderle alcun salario, come essa Gaja asserisce.

Questa perciò dovette di notte tempo dipartirsi da quella casa in cui si credeva di dover star bene per tutta la vita.

Dove sia andata a dormire in quella notte non lo sappiamo, come, non sappiamo dove abbia passato i mesi di novembre e dicembre. Verso la fine di dicembre trovò a collocarsi nella casa del commendatore Lecourt.

La damigella Carolina conservava una speciale simpatia per la Gaja, in modo che talvolta si recava a visitarla presso il novello padrone e la Gaja a sua volta le restituiva le visite quando la madre, Delleani Maddalena, si assentava da Torino.

Nel pomeriggio del 19 gennaio ultimo scorso si portò a visitare la damigella, la quale la ricevette molto graziosamente, poi mandò la nuova serva di casa a fare una commissione, per ultima anch’essa sparì: dove sia andata non si sa precisamente».

Qui termina il nostro flashback e si ritorna in tribunale.

Nel raccontare la sua versione dei fatti, a questo punto Carolina Gaja si lascia andare a qualche pettegolezzo non attinente alla causa: sostiene di sapere dove sia andata madamigella Carolina Delleani. E questa sua affermazione farebbe pensare a qualche relazione clandestina della signorina alla quale Carolina Gaja ha tenuto mano. Ma questo piccante aspetto della vicenda è soltanto accennato dal nostro Curzio che chiude subito il discorso con la prudente affermazione «ma essa [la Gaja, N.d.A.] può essere un po’ troppo ciarliera».

Un secondo flashback ci mostra il momento del furto:

«[...] la nostra serva si trova sola e soletta in casa Delleani e non ha ancora perduto la pratica della casa stessa.

Che cosa fare là tutta sola? per non annoiarsi non crede di poter meglio passare il suo tempo che di aprire lo scrigno del suo antico padrone e di verificare se vi esistevano ancora tutti i denari che ivi si trovavano quando dovette abbandonare quella casa.

Nello scrigno si trovavano molti biglietti di banca di tutti i colori, bianchi, verdi, rossi, gialli, ecc., e siccome essa Gaja pretende di non essere mai stata soddisfatta né del salario pattuito notoriamente in famiglia, né di altro salario pattuito segretamente, come la stessa Gaja asserisce, pensò di pagarsi colle proprie mani, e prese un biglietto rosso (da lire 100) che si mise in saccoccia. In seguito, pensando ai casi suoi, credé che quel biglietto da lire 100 fosse troppo grosso per soddisfarsi dei propri salari, e come donna onesta, giusta le di lei asserzioni, ripose il biglietto rosso a suo luogo, e ne prese un altro giallo, credendolo di minor valore.

Dopo ciò chiuse nuovamente lo scrigno, ed intanto giunse la damigella, con cui si trattenne ancora alquanto, e poi se ne andò col biglietto giallo in saccoccia.

Ella, a quanto sembra, non conosceva il valore del biglietto involato, lo mostrò ad un’altra serva di casa Lecourt per sapere quanto valeva, e venne a conoscere che era un biglietto da lire 500.

Che cosa farne di tanti denari? La poverina era imbarazzata, ma pur bisognava spenderli e spenderli in che cosa? L’ambizione è grande in tutte le donne, e la Gaja volendosi pur rendere tributaria alla moda, cominciò a comprarsi un chignon dal parrucchiere Audisio, e quindi acquistò un orologio per sapere le ore a piacimento.

Mentre essa Gaja andava fantasticando come poteva meglio spendere il denaro, la signora Lecourt venne a conoscere che la serva era in possesso del biglietto di lire 500, non confacente alla di lei condizione, s’insospettì, verificò la cassa, e non accorgendosi di alcuna sottrazione credé bene di avvertire li Delleani.

L’ingegnere passò a rassegna i sani denari e avvedutosi della sottrazione del biglietto da lire 500, avvertì la Questura, la quale procedé subito ad una perquisizione nel baule della Gaja e vi trovò ancora la somma di lire 440». La domestica è stata perciò arrestata, il 25 gennaio 1870.

Torniamo in aula per la conclusione del nostro ipotetico film.

Fin dall’esordio della sua cronaca, Curzio non ha nascosto allusioni maliziose sul rapporto tra la nostra cameriera e alcuni dei suoi datori di lavoro, sapientemente dosate per incuriosire il lettore senza divenire indiscreto nei confronti della famiglia Delleani, come nel caso del «salario pattuito segretamente». A questo punto precisa che la Gaja quando viene interrogata «non poté negare il furto e raccontò quanto siamo venuti fin qui esponendo, ed altre cose ancora che noi per prudenza dobbiamo tacere».

Al termine dell’istruttoria, Carolina Gaja è stata rinviata a giudizio per un furto aggravato dal valore della refurtiva e dal mezzo impiegato. In aula, il Pubblico Ministero, barone cavalier Antonino Bichi, sostiene addirittura  l’accusa che l’accusata abbia compiuto due furti con tre aggravanti, cioè il furto della chiave dello scrigno dell’ingegner Delleani, commesso mentre era al suo servizio (il furto commesso da un dipendente a danno del suo padrone è aggravato), il furto delle 500 lire che, in unione al valore della chiave, danno un valore economico aggravante, con l’aggravante dell’uso della chiave rubata.

L’avvocato difensore Rossotti contesta questa accusa, esclude le aggravanti e riesce a convincere i giurati che nel loro verdetto dichiarano Carolina Gaja colpevole di furto ma senza alcuna aggravante. Così viene condannata soltanto a sei mesi di carcere, calcolati a partire dal giorno del suo arresto, il 25 gennaio 1870.

Al momento della sentenza, il 13 luglio, la nostra Carolina Gaja ha praticamente scontato i sei mesi con il carcere preventivo. Uscirà presto di prigione. Cosa sarà di lei? A parte le rovinose condizioni di salute denunciate dalle perizie mediche, magari un po’ compiacenti, qualcosa fa ritenere che non abbia ripreso la vita di cameriera...

È molto più interessante svelare che la famiglia Delleani è quella del pittore Lorenzo (1840-1908). Il padre Agostino, “misuratore competente” nel Corpo reale del genio civile, nella cronaca da noi utilizzata, è indicato come “ingegnere”. È ricordata anche la madre, Maddalena Billotti, e la sorella Carolina, morta a soli 19 anni, il 28 dicembre 1871. E con questa nota triste concludiamo la nostra cronaca di un processo che ci ha portati per un momento nel mondo dell’arte torinese.

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Articolo pubblicato il 14/10/2020