Dio è morto

Da Friedrich Nietzsche a Francesco Guccini, alla versione dei Nomadi, in questo mondo evoluto, Dio è risorto?

Era il 1966 quando l’indimenticabile Augusto Daolio cantava: “Dio è morto”, celebre brano scritto nel 65 dal Maestro Francesco Guccini. Sono trascorsi 54 anni da quelle strofe e la metafora di un Dio spento dalla ingordigia umana ancora si sente cantare dai giovani fan degli ormai remoti Nomadi.

Oggi, il soffermarsi di chi scrive, sulle simbologie di questa canzone, deriva dal medesimo disagio che l’ha generata, canticchiandone il senso con ahimè, tante primavere e qualche riflessione in più...

“Nel mondo fatto di città essere contro od ingoiare la nostra stanca civiltà… È un Dio che è morto, ai bordi delle strade Dio è morto, nelle auto prese a rate Dio è morto, nei miti dell’estate Dio è morto… nei campi di sterminio Dio è morto, con i miti della razza Dio è morto, con gli odi di partito Dio è morto… Tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di paura, una politica che è solo far carriera, il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto, l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto… È un Dio che è morto…”.

Così, in sintesi Guccini denunciava la graduale scomparsa di Dio da millenarie regole spirituali della nostra civiltà. Un misterioso requisito umano, racchiuso nella crudeltà latente della nostra stirpe, stava accelerando il degrado dell’umanità. Si stava perdendo un faro mistico per il coscenzioso contegno e per l’appartenenza alla collettività. Si percepiva l’arrivo d’altro: l’accelerazione dello sviluppo e delle sue seduttive novità.

 

 

Sono trascorsi una settantina d’anni da quel cinema in bianco e nero di Pietro Germi, Mario Monicelli, Dino Risi… e di quel “neorealismo rosa” di arcane storie d’amore timorate di Dio…  Trame semplici quanto delicate; era l’immagine di come eravamo allora, con un parroco che prima o poi faceva capolino per mettere una parola buona… Il cinema, la settima arte, vale la pena rivisitarlo per cercare di capire anche da qui che fine ha fatto Dio.

Solo un paio di generazioni addietro, la fede, la croce e l’ideale giudizio di Dio erano “protagonisti” non solo nel cinema ma nella quotidianità del vivere. Era finito da poco un brutale conflitto mondiale, c’era voglia di leggerezza, di sorrisi, di amor profano trattato in punta dei piedi, volteggiava ancora un cospetto col divino, autoironico e bigotto. Oggi si percepisce che qualcosa è cambiato.

Quindi, presuntuoso, ho immaginato come oggi potrebbe collocare Dio il Maestro Guccini, e con cruccio crescente ho visto tanti scenari accavallarsi nella mente… e da ogni angolazione il buon Dio mi risultava ancor più sofferente...

“Nel mondo calpestato da un’arrogante umanità il futuro è già segnato, non ci perdonerà… È un Dio che è morto tra le polveri sottili, nelle fiamme equatoriali Nei miti americani, tra le pubblicità, nelle chiese vuote, negli iPhone rubati a scuola, dentro i parchi e nei barconi, nelle menzogne elettorali è un Dio che è morto… dagli hertz del magnetismo un altro Dio è risorto… ”

E mentre canticchiavo, scorrevo infiniti scenari in cui l'amor paterno di Dio è stata ferito da una realtà brutale ed efferata. Altresì dalla finzione. Così come nelle Sacre Scritture gli eventi legati a Dio e agli uomini sono stati descritti con icone e miniature, nel cinema intriso di grida e sangue, di serial killer, di ogni tipo di violenza, i nostri peccati si sono esaltati  tra suoni e sequenze di immagini sempre più dure, così dalla tv. Amiano certe cose.

Del resto, ben prima di Francesco Guccini, intorno al 1880 Friedrich Nietzsche aveva già descritto un Dio morto a causa della pena per gli uomini. La celebre frase fu riportata sia su “Così parlò Zarathustra”, sia su “La Gaia scienza”, criticando la crisi dei valori occidentali e ispirando infine, il poeta bolognese.

Ed eccomi a riflettere sul nostro presente: sul CoViD da laboratorio infiltrato nelle nostre paure, sul riscaldamento globale, sulla corruzione mondiale, sugli infanticidi & la gioventù violata, sugli attentati suicidi, sulla tristezza soffusa che c’è nello sconcerto dei giovani, nelle nostalgie di gente di una certa età. È un mondo e un modo di convivere che non hanno mai smesso di tradirsi in maniera esponenziale.

Questo delirio tutto mio è scaturito dalla notizia che il microchip da impiantare nel cervello è prontoVoce quasi sussurrata dai Tg, emarginata in un trafiletto. Eppure è stata percepita in astratto silenzio.

 

 

E Dio, che essendo in cielo, in terra e in ogni luogo, vivrà molto bene altrove, lo immagino triste e deluso. Il libero arbitrio ha dato il via a uno sviluppo in accelerazione sequenziale che non ha più posto per lui, sta trasformando il pianeta Terra in un tempio elettronico dall’evoluzione ben poco spirituale; diabolica presumo di sì. Se non daremo possibilità a un ''Dio risorto'' di continuare a ricavarsi i suoi spazi, dubito che renderemo il nostro pianeta vivente un posto migliore, dove proseguire nel giocare alla borsa e alla guerra, all’intelligenza artificiale.

 

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Articolo pubblicato il 10/10/2020