Quando i «porti» sostituivano i ponti

Una curiosa ricerca di Gervasio Cambiano sui «traghetti» dei fiumi

La nostra attuale epoca storica è caratterizzata, tra i tanti condizionamenti che la modellano, da una forte accelerazione nel rinnovare le strutture civili (urbanistiche, stradali, sanitarie, ecc.), quasi dovendo obbedire ad una ineluttabile sudditanza da “obsolescenza programmata”.

Lo stesso fenomeno, sicuramente ancora più accelerato, vale per i beni di consumo, assumendo quasi la configurazione di una nuova filosofia-religione a cui, piaccia o meno, nessuno sfugge.

Come non sfugge il fatto che in questo travolgente cambiamento emerge e si conferma in modo irreversibile l’avanzamento indiscutibile di un “progresso tecnologico” che ha permeato, in senso indubbiamente positivo, la vita quotidiana dell’individuo e della società nel suo insieme.

La storia umana ha sempre seguito, con alterne vicende, questo indirizzo di costante e relativa evoluzione verso il “miraggio del benessere” o che si riteneva tale.

In ogni caso prenderemo per scontato questo “divenire” del comportamento della società che presenta, come caratteristica, una forte e costante cesura con il recente passato.

Così come le “mode” passano velocemente per diventare storia del costume, altrettanto è successo per tante attività e mestieri, esercitati da particolari fasce sociali in determinati territori, che addirittura sono state cancellate dalla memoria delle nuove generazioni.

Può sembrare paradossale, ma il “nuovo” cancella velocemente il “passato” e tutto questo è avvenuto nello spazio di una generazione o più.

Riteniamo doveroso invece non cancellare frettolosamente quel “passato”, frutto del lavoro e dell’ingegnosità di chi ci ha preceduto e che ha permesso alle diverse generazioni future di essere “traghettate” negli aspetti vantaggiosi del presente.

Rientra in questa realtà la ricerca del dottor Gervasio Cambiano - cultore di storia locale e delle tradizioni - che ci ripropone uno “spaccato ambientale” della provincia di Torino che illustra un non lontano passato che l’oblio probabilmente ha già eroso in modo definitivo. Ovviamente noi auspichiamo che questo evento non si avveri.

Nel ringraziare l’Autore, per la sua collaborazione, auguriamo una buona lettura dell’articolo che segue (m.b.).

 

 

Quando i “porti” sostituivano i ponti

 

Il fiume Po dallo sbocco in pianura, in territorio di Revello e fino a Torino è ultimamente attraversato da otto ponti.

Fino alla metà dell’Ottocento, di ponti, ce n’erano solo la metà e per giunta tutti in legno, facilmente preda delle piene del fiume. Fu nella seconda metà di quel secolo che tutti i ponti vennero ricostruiti in muratura.

Tre esempi per tutti: nel 1884-85 a Villafranca Piemonte venne edificato l'attuale ponte in muratura a tre arcate. Nel 1846-48, auspice il Sindaco del tempo Alessandro Demorra, venne costruito quello di Casalgrasso che è tutt’ora esistente. Ed infine nel 1919 venne inaugurato quello di Cardè in cemento i cui lavori iniziarono nel 1914.

Ma il fiume, anche senza ponti, era egualmente attraversato con l’antico ed ingegnoso sistema dei “porti”. Questa parola non va fraintesa con il porto di mare o di acqua dolce per scafi, barche o navi, ma nella lingua piemontese “porto”, su di un corso di acqua dolce, significa semplicemente “traghetto”.

Il “traghetto” o “porto”, era formato da due o anche tre imbarcazioni affiancate. Su queste veniva fissata una piattaforma in legno destinata ad ospitare su di un lato due piccole casette: una adibita a magazzino e l'altra ad abitazione della persona addetta al funzionamento del traghetto stesso.

La forza che faceva spostare il traghetto da una sponda all’altra era fornita dalla corrente delle acque ed un sistema di corde, sapientemente manovrate dall’operatore, guidava tutto il movimento. Il “portoné” era la caratteristica figura dedita alle operazioni di attraversamento del fiume di persone, merci ed animali. Spesso aveva con sé la propria famiglia e nella moglie trovava un valido aiuto per il traghettamento. Nei momenti liberi il “portoné” diventava un abile pescatore ed anche coltivatore di un piccolo orto su una delle due sponde del fiume.

Il “porto” di Cardè funzionò fino a poco prima dell’inaugurazione del ponte nel 1919. È ancora ricordato nella memoria storica del paese, il mitico “portoné Tista”.

A Villafranca Piemonte il “porto” funzionò fino al 1884-85, poi venne soppiantato dal nuovo ponte. Da questo paese proveniva il famoso costruttore di “navi” cioè barche per porti, tale Aymaretti, molto attivo alla metà del sec. XIX.

Nella zona della frazione Roncaglia di Moretta, non esisteva un vero e proprio “porto”, ma una semplice barca manovrata da un barcaiolo che a richiesta faceva attraversare persone e biciclette.

Un poco più a valle funzionò, fino alla fine degli anni ‘40 dello scorso secolo, un altro servizio di “porto” rimasto negli annali storici. Era quello che attraversando il Po univa la strada di Madonna degli Orti-Pradone, frazioni di Villafranca Piemonte, con la strada che portava al cimitero di Faule e poi nel paese.

Nella stessa zona di pianura, anche sul torrente Pellice circa un miglio prima della confluenza nel Po, funzionò, ma solo fino agli anni ‘30 del Novecento, un servizio di traghettamento formato da un grosso barcone, sempre mosso dalla corrente e trainato con un sistema di funi da un incaricato. Una specie di “porto”, ma diverso dagli altri, più grandi e solidi.

Infine, due dei più famosi e ricordati “porti” perché rimasti in attività fino all’ultimo dopoguerra, cioè dal finire degli anni ’40 all’inizio degli anni ‘50. Il primo era il “porto del Campagnino” (o anche del Ceretto) che portava a Carmagnola per la località San Bernardo, il secondo era quello di Lombriasco, che, un poco più a monte, portava in direzione della Motta di Carmagnola. L’accesso a quest’ultimo, tutt’oggi visibile, era una carrareccia che, dalla Croce Didier all’ingresso del paese, arrivava diritto alla sponda di attracco del “porto”.

Ed infine va ricordato il “porto di Faule” sulla strada tra questa località e Pancalieri. Fu proprio l’ultimo a rimanere in attività nella zona, e fatto funzionare da una vedova “Maria del Port” e dal figlio Nicola. Nel dopoguerra, 1946-47, il traghetto venne affiancato da una passerella in legno per il transito di pedoni e cicli.

Il “porto” vero e proprio rimase in funzione fino agli anni 1952-53. Poi l’Amministrazione Provinciale di Torino, negli anni 1973-74, tramite l’Assessorato ai LL.PP., in quel momento retto dall’ Assessore geom. Botta, fece edificare il ponte in cemento e muratura che esiste tutt’oggi.

I “porti” erano quasi tutti di proprietà comunale per antichi diritti feudali, solo un paio erano proprietà di privati anch’essi in virtù degli stessi diritti. I Comuni appaltavano il funzionamento di queste strutture per 3-4 anni con una gara di appalto. Il vincitore poi faceva pagare una tariffa (secondo uno specifico regolamento comunale) per i pedoni, cavalli, carri, carrette, perfino bovini portati ben legati al macello e poi in tempi più recenti biciclette e motocicli.

Durante le alluvioni autunnali o primaverili, il “porto” doveva essere non solo sorvegliato, ma anche opportunamente “guidato” con le funi per non farlo trascinare a valle dalle acque impetuose. Cosa che capitò più di una volta.

E poi attorno ai vari porti avvennero storie d’ogni genere. Dal traghettamento di comitive in festa, anche per matrimoni, a quello di pellegrini diretti a qualche Santuario della zona (ad esempio per la festa settembrina molto frequentata della Madonna del Pilone di Polonghera). Non mancavano le cadute accidentali (o per aver alzato un po’ il gomito) dalla piattaforma nell’acqua con conseguente annegamento. Come fatti di cronaca nera: malviventi che tendevano agguati ai richiedenti il traghettamento in prossimità delle sponde, specie nei giorni di mercato o fiere. O le imprese di vere e proprie bande di tagliaborse operanti nella zona fino alla metà dell’Ottocento che attendevano i malcapitati sulle strade per poi utilizzare il traghetto come via di fuga.

Nel periodo 1944-45, con “la guerra in casa” il “porto di Faule” era particolarmente sorvegliato dai militari tedeschi. Temevano, a ragione, che servisse al passaggio di squadre di partigiani provenienti dalle valli pinerolesi e diretti su obiettivi militari, come l’aeroporto militare di Murello-Polonghera.

Quante storie umane hanno visto questi “porti”. Tante da suggerire anche qualche film d’ambiente. Ma forse questi caratteristici “cimeli” sono caduti, come tante altre cose, nel dimenticatoio.

Infatti, senza memoria del passato, si favorisce in modo indolore, la trasformazione irreversibile del territorio.

Gervasio Cambiano

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Articolo pubblicato il 16/10/2020