Iacopo da Cessole: un piemontese del XIV secolo e il simbolismo degli scacchi

Un piemontese realizzò, in pieno medioevo, uno tra i più antichi trattati simbolici sugli scacchi

Il gioco degli scacchi è da sempre «territorio» favorevole per le speculazioni esoteriche: nel macrocosmo della scacchiera è infatti possibile riportare un universo complesso e articolato, entro il quale simboli e allegorie si moltiplicano senza sosta. Su questo argomento esiste una letteratura molto ampia in cui storia e mito di amalgamano indissolubilmente.

Affrontiamo l’argomento in queste pagine perché pochi sanno che fu proprio un piemontese a realizzare, in pieno medioevo, uno tra i più antichi trattati simbolici sugli scacchi.  Il testo in questione si intitola De ludo schachorum ovvero Liber de moribus hominum et de officis nobilium, è corredato da una serie di immagini a penna e acquerellate.

Il libro, il cui titolo italiano è Il gioco degli scacchi. Ovvero il libro dei costumi degli uomini e dei doveri dei nobili, fu realizzato nel XIV secolo dal piemontese Fra Iacopo da Cessole: è un’opera allegorica, che si avvale dell’antico gioco per trattare argomenti strettamente correlati alla realtà sociale dell’epoca, con tutta una serie di tasselli culturali che inducono a stimolanti approfondimenti.

Le notizie su Iacopo da Cessole sono purtroppo scarse: non abbiamo idea del suo cognome e non conosciamo la sua data di nascita; quasi certamente di origini astigiane, fu membro dell’Ordine dei Frati Predicatori della provincia di Lombardia. La «quasi» certezza della sua piemontesità ci giunge dall’appendice al suo nome, Cessole: toponimo di un piccolo comune dell’Astigiano, situato sulla sponda sinistra del Bormida, a una quarantina di chilometri dal capoluogo di provincia. In un documento del 1322 il suo nome è accompagnato dalla specificazione «di Ast», il che dovrebbe appunto costituire una conferma della sua origine.

Dalle poche fonti che ci consentono di definire una minima biografia di fra Iacopo, apprendiamo che nel 1317 ebbe l’incarico di curare gli interessi dei Frati Predicatori della città di Savona; l’anno successivo fu vicario dell’inquisitore Iacopo da Levanto.

Non è noto quando scrisse il De ludo schachorum, di certo ciò avvenne quando l’autore era ormai in età matura; nel 1337 Konrad von Ammenhausen, religioso della Turgovia, approntò una traduzione tedesca del lavoro di Iacopo da Cessole: quindi 1337 si pone come certo termine ante quem per la datazione dell’importante opera.

L’autore si è avvalso del gioco degli scacchi - che al suo tempo aveva trovato una notevole diffusione in una fascia sociale che comprendeva i ceti aristocratici, borghesi e mercantili delle città - come accattivante e fascinosa allegoria della vita e dello sviluppo di una società ideale: una visione che non è principalmente socio/politica, ma si addentra in uno spazio dominato dal simbolo, lasciando intravedere letture in cui a prevalere è l’angolazione esoterica.

Il gioco degli scacchi ha alle spalle una storia molto antica, articolata e basata su un’impostazione di chiara matrice bellica. Gli scacchi hanno qualcosa di iniziatico: per questo e altri motivi, non possono essere considerati solo un «gioco»; un gioco per molti aspetti colmo di ambiguità, che l’ha fatta da padrone nella cultura, trovando spazi deputati nella letteratura, nel cinema, nell’arte e naturalmente nell’esoterismo.

Le sue origini risalirebbero al VI secolo, in India; qui era diffuso il «Chaturanga»: in pratica una battaglia che si combatteva su una scacchiera costituita da 64 caselle tra due eserciti composti da quattro contingenti con cavalieri, elefanti, carri da guerra, fanti. Prima di giungere nel mondo occidentale, quel gioco ha via via elaborato le proprie regole e caratteristiche, passando nella cultura islamica attraverso la mediazione di quella sassanide. Nella Persia, il re Shah [da cui si fa derivare il nome del gioco] effettuò una serie di cambiamenti – come il Gran visir al posto della Regina – che però non furono condizionanti per il futuro del gioco.

Intorno all’anno Mille, gli scacchi erano ormai giunti in Europa: nel XIV secolo circolavano già alcuni trattati teorici da cui si comprende la volontà di porre in evidenza tutta una serie di aspetti che però non hanno solo legami con la dimensione ludica.

Le 64 caselle sono un multiplo di otto: questo numero non è casuale poiché in molte tradizioni esoteriche l’otto è visto come il numero dell’equilibrio cosmico.

Il 64, secondo il libro oracolare Ijnh [Libro dei mutamenti], simboleggia la totalità; inoltre i 64 quadrati del Vastu-Purusa-Mandala erano il modello di base sul quale venivano costruite le città. Il reticolo ortogonale, quadrato o rettangolare, in effetti costituisce la base per moltissimi piani urbani: solo nell’area mediterranea le città strutturate secondo questo modello sono, per esempio, Tell-el-Amarnah [Egitto], Rodi e Pireo; non vanno poi dimenticati quei centri derivati dal campo militare romano [castrum], fino alle riprese rinascimentali e barocche dirette a dimensionare la «città ideale».

Iacopo da Cessole nel suo libro offre, tra i primi nel mondo occidentale, l’opportunità per interpretare le posizioni, le combinazioni di pezzi e i movimenti degli scacchi, come allegorie del comportamento umano. È in tale scelta interpretativa che possiamo scorgere un’intenzione esoterica: infatti, l’autore non si limita a considerare la caratura «sociale» del gioco, ma suggerisce l’opportunità per guardare alla scacchiera come a un universo il cui linguaggio non è diretto, immediato, ma accessibile solo a chi intende andare oltre il velo delle apparenze.

I numerosi exempla riportati nel suo libro non servono per imparare a giocare, ma per scorgere proiezioni che non sono mai banalmente divinatorie, ma destinate a suggerire spunti di riflessione.

La ricerca filologica unita a quella delle fonti archivistiche, ha indotto gli studiosi a ipotizzare che il nostro frate predicatore elaborò il suo De ludo schachorum dopo aver rincontrato e frequentato a Genova un certo Galvano da Levanto, un medico autore di un piccolo trattato sul ruolo esoterico degli scacchi che poi lo inviò a Filippo il Bello di Francia. Nel Liber anniversarium del convento francescano di Genova, è indicato come «magister Galvanus, medicus, devotus amicus et fidelis»; il suo scritto sugli scacchi è contenuto nel Liber sancti passagii christicolarum contra Sarracenos pro recuperatione Terre Sancte e si avvale della simbologia del gioco per tracciare un parallelismo con l’opera di governo del principe: il risultato è però decisamente inferiore a quello che raggiungerà Iacopo da Cessole.

Il nostro autore rivela infatti un background culturale ad ampio raggio, in cui rientrano elementi provenienti dalla religione, dalla filosofia, dalle scienze. Emblematico questo frammento sulla scacchiera: «essa rappresenta la città di Babilonia […] secondo quanto dice san Gerolamo, la città di Babilonia era grandissima e di pianta quadrata. Ogni quartiere misurava sedicimila passi di lato: questo numero, moltiplicato per quattro, fa sessantaquattromila, che equivale a sessantaquattro miglia lombarde ovvero leghe francesi.

Per  rappresentare queste dimensioni il filosofo, inventore degli scacchi, costruì una tavola contenente sessantaquattro case quadrate».

Se ci affidiamo al meccanismo interpretativo attivato dall’esoterismo, apprendiamo che il Re è il simbolo dello spirito, la Regina dell’anima; la ragione e la deduzione sarebbero prerogative degli Alfieri; i Cavalli simboleggiano l’intuizione; le Torri la volontà e i Pedoni i moti del pensiero.

In sostanza, giocare a scacchi può essere un’operazione che evoca simbolicamente il ricorso a un universo non completamente noto, anche per il giocatore più smaliziato; c’è sempre qualcosa di non detto, di sconosciuto e di imponderabile. Probabilmente stanno in questa aura anche inquieta, le valenze esoteriche degli scacchi.

Certamente l’aura esoterica degli scacchi ha svolto un ruolo importante in scrittori e artisti, che hanno inserito il gioco dei giochi nel loro itinerario creativo: Edgar Allan Poe, che di simbolismo magico- esoterico non era certo a digiuno, usa gli scacchi nell’incipit del celeberrimo I delitti della via Mourge; Massimo Bontempelli li ha trasformati in protagonisti ne La scacchiera davanti allo specchio mentre, in tempi più recenti, Paolo Maurensig li evoca con un titolo ben noto agli specialisti dell’antico gioco: La variante di Lüneburg.

Nell’arte è soprattutto la scacchiera a farla da padrona: protagonista di nature morte e trasfigurata in numerose soluzioni dagli artisti contemporanei, di fatto diventa una metafora colma di suggestioni.

Anche il cinema ha saputo avvalersi degli scacchi come di un simbolo importante, oltre all’apoteosi nel capolavoro di Ingmar Bergman il Settimo sigillo, ricordiamo Mosse pericolose di R. Dembo del 1985, che riporta sulla scacchiera l’incontro-scontro tra i Paesi al di qua e al di là della «cortina». Vi è poi l’icona: Humphrey Bogart che gioca da solo in una scena di Casablanca. Fino a 2001 Odissea nello spazio, in cui il computer Hal gioca tranquillamente a scacchi. Un segno premonitore che oggi, tra stupore e inquietudine, è diventato realtà…

Frate Iacopo da Cessole, in linea con l’impostazione perseguita da uno scritto che intende soprattutto essere filosofico, in conclusione del trattato ricorda di aver raccolto le sue considerazioni simboliche per «coloro che conoscono», cioè persone provviste della sensibilità per andare oltre l’apparenza. Come spesso succede al cospetto di un testo esoterico, il contenuto non è destinato a rivelare il nascondiglio di tesori o a fornire la chiave per entrare in possesso di conoscenze celate alla maggioranza della gente comune. Il suo ruolo è soprattutto quello di spingere l’uomo ad andare «oltre», superare i ceppi delle convenzioni e dei luoghi comuni, per scoprire così il tesoro che c’è dentro di noi. Se questo è il senso di un libro che intende anche esoterico, Iacopo da Cessole ha raggiunto il proprio scopo.

 

 

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Articolo pubblicato il 14/10/2020