La raccomandazione: l’immagine peggiore della “spintarella”

Entrata ormai a far parte del tessuto sociale

È una pratica del malcostume, non solo nostrano, sulla quale sono state spese tante parole e che, in qualche modo, è entrata a far parte del tessuto sociale: la raccomandazione.

Tutti sanno di che cosa si tratta e tutti, chi più chi meno, hanno dovuto constarne gli effetti, spesso a proprio svantaggio, ma qualche volta, almeno una nella vita, anche risentendo dei suoi effetti positivi…

Un recentemente rapporto ha posto in rilievo che il 67,4% degli italiani ritiene la raccomandazione un “ingrediente” necessario per fare carriera…

Malgrado i fatti di cronaca che tutti conosciamo e che hanno dato l’immagine peggiore del ruolo della “spintarella”, anche ad alti livelli, la raccomandazione continua a essere considerata una presenza irrinunciabile per molti compatrioti. Questa consapevolezza sembrerebbe però fortemente condizionata dall’età: infatti, più si invecchia meno si ha fiducia e si guarda alla raccomandazione come a una pratica necessaria. Tra i giovani, con età compresa tra i 18 ei 24 anni, invece le cose cambiano: oltre il settanta per cento degli intervistati sostiene che non si avvallerebbe mai di metodi scorretti per fare carriera. Poi ecco il cambiamento repentino: tra i 25 e 50 anni la percentuale di chi considera quasi impossibile accedere a certe professioni, o salire la scala gerarchica all’interno del mondo del lavoro senza la raccomandazione, sale rapidamente  e si attesta, come abbiamo visto, intorno al 68%.

Il 73,4 % degli intervistati ritiene che, oggi, senza una raccomandazione sia praticamente impossibile trovare un lavoro:  un dato sul quale vale la pena di riflettere e che  forse un po’ corrisponde alla realtà.

Forse però sarebbe il caso di mettere i puntini sulle i: infatti c’è la raccomandazione vera e propria, quella che circola nelle “sale dei bottoni”, dove spesso non è solo utile a chi ne beneficia gli effetti con l’assunzione, ma torna utile anche a chi “spinge” qualcuno perché gli serve come merce di scambio. Poi ci sono quelle forme di aiuto che non possono essere considerate raccomandazione: segnalare un amico al proprio datore di lavoro che sta cercando nuove persone da assumere; oppure, se si occupa un ruolo di gestione, ricordarsi dell’amico o del conoscente che hanno bisogno di lavorare. Lo scenario è ampio e diversificato e ad analizzarlo con attenzione ci si rende conto di quanto sia sfaccettato il pianeta della raccomandazione.

Per esempio, un noto personaggio italiano, che ha ammesso di essere stato raccomandato per entrare nell’azienda pubblica in cui ha fatto carriera, ricorda che la raccomandazione spesso si è obbligati a praticarla, tra chi comanda, per non perdere la propria autorità. Un esempio: quando qualcuno telefonava a un direttore per segnalare una persona e dice: “è qui davanti a me”, di fatto vorrebbe dire: “sono obbligato a farlo, ma non tenerne conto”…

Poi c’è anche chi si fa prendere da una sorta di delirio di onnipotenza, e incarica la propria segretaria di telefonare a questo o quel direttore per raccomandare qualcuno che gli è stato segnalato…

Finirà quest’epoca di malcostume basato su una pratica che ci dicono sia molto antica?

Forse no: magari cambierà un po’ la faccia e i modi, ma la sostanza resterà sempre quella. Un po’ in tutte le categorie: è infatti evidente una piccola differenza legata al livello di istruzione, comunque tutti, chi possiede la licenza elementare o la laurea, guardano alla raccomandazione come a una presenza fondamentale. Il volto ancora più triste di tutta la questione è che a questa presenza non si ricorre solo per il lavoro, ma anche per ottenere una visita medica, o per accedere a qualche servizio che dovrebbe essere garantito ala comunità.

Ma l’aspetto ancora più tragico riguarda chi viene penalizzato dalla raccomandazione, che consente a un altro di acquisire immeritatamente un posto o un servizio. Sono le vittime dei raccomandati a cui, quasi mai, nessuno pensa.

Ci sono persone che sono auto-raccomandate perché connesse, per legami familiari o di altro tipo, a persone influenti: sono persone che, secondo una certa mentalità, hanno diritto a dei privilegi, perché “tenerseli buoni è sempre meglio”...

La raccomandazione si “compra” con un regalo. Sull’entità naturalmente non ci sono regole, anche se non va dimenticato che, almeno da un punto di vista giuridico, tra regalo e corruzione la linea di demarcazione è molto sottile.

Secondo il Codice Penale italiano (art. 381, 320 e 321) “i regali” a pubblici dipendenti possono essere considerati in certi casi strumento di corruzione: si possono fare regali ma solo se sono di modesto valore e assolutamente non commisurati al servizio reso. Ma, si sa, fatta la legge, trovato l’inganno!

La raccomandazione, secondo la valutazione socio-antropologica, è parte di un elementare meccanismo di scambio, perché come recita il noto detto “non si può avere niente per niente”.

Il clientelismo si afferma in ogni livello sociale e tra culture molto diverse: c’è chi si accontenta di un posto di usciere, chi ambisce a un appalto miliardario, ma c’è chi vorrebbe un loculo in basso all’interno dell’affollato cimitero metropolitano in cui, qualche volta, le spinte continuano a essere necessarie, anche per i morti.

 

 

 

 

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Articolo pubblicato il 03/11/2020