Cavalieri Dal Buio Alla Luce

Di Francesco Cordero di Pamparato (Quarta Puntata)

Fase seconda: Finisce l’Innocenza

 

4 - La ricerca dello Gnosis

 

Grande è la corte di Bretagna. Il Duca è un valente uomo d’armi. Uno dei cardini della forza dell’Imperatore. Al suo castello, giungono tutti i più prodi cavalieri della Cristianità. Molti si fermano. Molti passano. Molti muoiono. I bardi cantano le loro gesta e immortalano i loro nomi.

I cavalieri di ventura sono quelli che passano. Il Duca non ama i tornei. Gli uomini che si battono sotto le sue insegne, devono essere dei coraggiosi soldati, validi comandanti. I migliori diventeranno suoi vassalli. Chi cercava in lui un novello Artù, ha sbagliato posto. Si ferma. Racconta le sue meravigliose imprese. Poi se ne va.

Lo rimpiangono soprattutto i bardi, perché solo da lui sentiranno parlare di lotte omeriche. Lotte contro draghi, orchi, geni, nani streghe, maghi.

Gli altri cavalieri fanno la guerra. In guerra i personaggi mitologici non ci sono. I loro racconti sono ugualmente epici e grandiosi, ma la guerra l’hanno fatta tutti, perciò le loro imprese hanno molto meno fascino. I canti ispirati a loro, non catturano l’attenzione delle corti. Non fanno sognare le dame, come quelli ispirati a storie fantastiche.

Anche i giovani cavalieri, li rimpiangono. Sono ingenui, sognano qualcosa di più grande, meno atroce, meno quotidiano delle imprese militari che già compiono. I capitani faticano non poco, a tenerli con i piedi sulla terra.

In un mondo dove la fantasia e la superstizione regnano, è difficile mettere un freno ai sogni. Specialmente quando, di frequente, compaiono persone valorose, che giurano di aver combattuto contro questi esseri fantastici. Ancor più, quando i cavalieri che lo asseriscono sono molti.

Il Duca è un uomo pratico, un grande guerriero. Non ha mai incontrato draghi o cose simili. Lui si batte contro nemici veri.

Fa la guerra perché non può farne a meno. Fa parte dei suoi doveri. Come tale, deve essere fatta bene. I cavalieri di ventura, per lui, possono diventare un pericolo, perché sovente si ubriacano e molestano i contadini. Il Duca ha bisogno dei contadini, come dei cavalieri.

Molti di loro però si fermano. Vuoi perché stanchi di un peregrinare senza scopo. Vuoi perché sperano, mettendosi al suo servizio, di diventare un giorno dei piccoli feudatari.

Venne un giorno in cui, di ritorno da un torneo ad Aquisgrana, molti cavalieri transitarono per la Bretagna. Si fermarono al castello. Mai come allora, si sentì parlare di orchi, draghi e di tanti tipi di mostri, quale è difficile immaginare. Naturalmente, tutti erano stati sconfitti dopo singolar tenzone. Ogni cavaliere rivaleggiava con gli altri a parole, più di quanto non avesse fatto, nei giorni precedenti, al torneo, con le armi.

Malot era un giovane cavaliere, anche lui arrivato da poco. Figlio cadetto di un piccolo feudatario, era venuto a mettersi al servizio del Duca. Questi lo aveva preso a benvolere, sia perché il padre era un valoroso, sia perché il giovane era molto schietto e leale. Veniva dalla campagna, non aveva mai conosciuto i cavalieri di ventura. Rimase stupito e intimidito a sentire questi racconti, a cui i veterani del castello contrapponevano le loro imprese militari. Lui però, era giovane, non aveva niente di straordinario di cui vantarsi.

Appena gli sbruffoni se ne accorsero, incominciarono a canzonarlo. Ormai erano tutti ubriachi, i lazzi e gli scherni erano diventati talmente chiassosi, che finirono per irritare il Duca.

Questi si erse in tutta la sua gigantesca figura, e impose il silenzio. Chiamò a sé Malot e gli disse: “Ragazzo, non dare peso alle fandonie di quegli spacconi. Parlano di mostri, di orchi, delle creature più strane. Io, prima di ereditare il titolo, ho combattuto e girato per tutti i possedimenti dell’Imperatore. Non ho mai visto né un drago né un orco né un mago. Eppure, ho cinquant’anni, il tempo per vederli l’avrei avuto, se realmente esistessero.

Alcuni di loro sono forti soldati, ma hanno più muscoli che cervello. Vuoi metterli alla prova? Chiedi loro chi si è cimentato collo Gnosis e come è andata”.

Malot tornò, a nome del Duca chiese chi di loro si era cimentato con lo Gnosis. Un senso di stupore serpeggiò per la grande sala. Tutti i cavalieri tacquero. Poi, lentamente, uno ad uno, si allontanarono.

Il giovane andò a riferire al Duca l’esito della sua domanda. Chiese anche il perché della reazione dei cavalieri.

Il volto severo, del grande guerriero, ebbe un breve sorriso. Quindi l’espressione tornò solenne.

“Domani, vai da Jacob, è il più forte di loro, quindi anche il meno spaccone, chiedi che ti spieghi lui la storia dello Gnosis”.

L’indomani, Malot si presentò a Jacob e gli chiese di parlargli dello Gnosis. L’uomo, un gigante grande e grosso quasi come il Duca, lo guardò serio. Si mise a sedere e disse: “Mio giovane amico, ti rivelo un segreto. Tutti noi passiamo una vita molto grama. Non abbiamo castelli in cui vivere.

I soldati di palazzo non ci amano, perché la nostra vita è più libera della loro. I potenti non si fidano, perché siamo forti e possiamo diventare pericolosi. I contadini ci odiano, perché pensano che siamo tutti come dei briganti, anche se molti di noi liberano le contrade dai briganti. Combattiamo oggi per l’uno, oggi per l’altro.

Ogni tanto partecipiamo a un torneo, ma la nostra vita è vuota. La riempiamo con storie talmente fantastiche che, sotto l’effetto del vino, finiamo per crederle vere anche noi.

Lo Gnosis è un discorso diverso. Lo Gnosis esiste. È il più bel trofeo del mondo. Fu portato in Occitania da mercanti greci. È tutto d’oro e di splendide gemme preziose. Il suo valore è tale che, se l’Imperatore potesse averlo, sarebbe in grado, col ricavato, di armare un esercito tanto forte da sconfiggere i mori una volta per tutte.

Tutti noi giurammo, sul nostro onore, che ci saremmo battuti per conquistarlo, ma, ahimè, tutti fallimmo nell’impresa. Lo Gnosis ora è tenuto in una grotta, sulla più alta montagna, tra quelle che chiamano i tetti d’Europa. La salita è impervia e difficilissima. La gente dei villaggi è ostile. La via è disseminata di crepacci. E per finire, il trofeo è difeso da un gigante fortissimo ed invincibile.

Il Duca sa del nostro fallimento e ce lo rinfaccia. Per questo ci umilia, perché ci viene detto dall’uomo d’armi più forte e nobile di tutta la Cristianità. Se volesse, ancor oggi, sarebbe in grado di sconfiggerci tutti in duello. Preferisce burlarsi della nostra sconfitta. I grandi feudatari non si battono con i cavalieri erranti”.

“Anche tu ti sei battuto per lo Gnosis?” chiese Malot.

L’uomo chinò la testa, rimase in silenzio per qualche tempo, poi si accomiatò dal giovane.

Malot tornò dal Duca, riferì quanto gli era stato raccontato. Il signore rimaneva serio e annuiva, mentre il ragazzo gli riferiva la storia. L’atteggiamento paterno fece sì che il giovane eccedesse in confidenza.

“Sire, tu sei l’uomo più forte e valoroso che esista, perché non hai cercato anche tu di conquistare lo Gnosis?”.

Non aveva ancora finito di parlare, che già si era pentito di quanto aveva detto.

Con sua grande sorpresa, invece, per la seconda volta, apparve un sorriso su quel volto severo. Il grande guerriero posò una mano sulla spalla di Malot: “Potrei risponderti che nemmeno re Artù andò alla ricerca del Santo Graal, perché altri sono i compiti di un sovrano. Sarebbe troppo facile. Non soddisferei la tua voglia di sapere. Se veramente vuoi conoscere la verità sullo Gnosis, non c’è che un modo. Va e cerca di conquistarlo. Tu non hai giurato sul tuo onore di riuscirci. Hai avuto l’ordine di andare a capire perché tutti hanno fallito e perché io non ho provato. Quindi, se fallirai, nessuno potrà schernirti”.

Il cavaliere rimase turbato da queste parole. Provò un senso di paura. Se tanti prodi avevano fallito, perché avrebbe dovuto riuscire proprio lui? Non sarebbe forse perito alla sua prima avventura, in uno scontro, che aveva portato solo onta a chi ci si era cimentato? Ma gli ordini sono ordini. Il suo signore voleva così. Un sovrano saggio e generoso come il Duca non lo avrebbe mandato incontro ad una morte certa, si consolò. Non dimeno non riusciva a cacciare la paura.

Era un giovane titubante e insicuro quello che, il giorno dopo, partiva verso l’Occitania e i tetti d’Europa.

Il viaggio fu lungo e non privo di avventure. Non ebbe scontri con orchi o draghi, ma con briganti e cavalieri di ventura, in cerca di gloria. Riuscì sempre vincitore, tanto che, a mano a mano che si avvicinava alla meta, cominciava a pensare che forse, l’avventura era meno pericolosa di come gli era stata dipinta.

In una limpida mattina di settembre, vide per la prima volta in lontananza, le gigantesche montagne chiamate i Tetti d’Europa.

Un vento leggero rendeva trasparente l’aria. Il cielo era terso e le alte cime imbiancate di neve eterna erano così maestose, che Malot ebbe coscienza, di quanto piccolo sia l’uomo di fronte alla natura.

Nondimeno il suo compito era di cimentarsi con quella natura ostile, vincerla e superare la sua prova.

Dopo nove giorni di marcia, giunse ai piedi del monte più alto. Gli abitanti dei villaggi lo guardavano, indifferenti e taciturni. Non erano ostili come gli erano stati descritti, tuttavia egli rimaneva sospettoso.

La salita era dolce, non ripida e scoscesa. Dopo tre giorni, chiese all’oste della locanda, dove aveva pernottato, se sapeva indicargli la caverna, dove veniva custodito lo Gnosis.

Questi, un uomo vecchio, grasso e pacioso, scoppiò in una risata cordiale e, rivolto agli altri avventori: “Amici qui c’è un altro di quei matti che cercano lo Gnosis”.

Tutti scoppiarono a ridere, l’oste si rivolse a Malot con tono benevolo: “Non te la prendere, nobile amico, ormai abbiamo visto talmente tanti cavalieri, che vengono qui a cercare lo Gnosis, che la cosa ci fa proprio ridere.  Tutti vengono qui, si danno arie come fossero l’Imperatore in persona, vanno alla grotta, poi tornano mogi mogi come dei pulcini bagnati. Lo Gnosis ha già dato una bella lezione di umiltà a molti tuoi pari.

Tu però, sembri diverso, non sei arrogante e prepotente. Non avere timore, noi non siamo ostili. Non temere nemmeno nella grotta. Tutti vengono sconfitti, nessuno è mai stato ucciso. Ad ogni modo, se ci vuoi andare, è a tre giorni di cammino da qui.

Ti conviene lasciare il cavallo, perché di qui in su c’è molta nebbia, è meglio andare a piedi. Puoi stare tranquillo. Lo terrò con cura, fino al tuo ritorno. Un po’ di riposo non gli farà male”.

Il mattino dopo, Malot partì all’alba. Una fitta nebbia avvolgeva tutto il paesaggio. Bisognava restare sul sentiero, che era largo e agevole. Si aspettava di veder comparire ai lati i crepacci tanto temuti, invece tutto era sempre uguale. Solo la nebbia non lo lasciava mai. Quella nebbia era l’unico pericolo reale. L’unico di cui Jacob non gli aveva parlato.

All’alba del terzo giorno, la nebbia scomparve. Il giovane vide finalmente, sopra di lui, l’imboccatura della caverna. Era molto grande e orientata in una posizione tale, che la luce del sole l’avrebbe illuminata per tutto il giorno. In un primo momento riavvertì la paura, poi si fece coraggio e proseguì. Quando entrò con la spada in pugno, provava un misto di paura e di curiosità. Finalmente avrebbe scoperto il mistero dello Gnosis.

L’interno della grotta era ampio e luminoso, Malot si guardò intorno, non c’erano tracce del grande trofeo e del gigante mostruoso che doveva difenderlo. Solo, in un angolo, vide un vecchio nano, con in mano una piccola coppa d’oro piena di vino. Stava mangiando tranquillamente, non dava l’idea che un grave pericolo potesse incombere.

Il rumore fatto dall’uomo in armi attirò l’attenzione del nano, che si rivolse verso di lui dicendo: “Eccone un altro, venuto per conquistare lo Gnosis! Possibile che voi cavalieri siate tutti così stupidi? Cerchi il gigante? Non c’è. Non c’è mai stato. Quello che ti hanno descritto come un gigante invincibile, sono io. E un certo senso, è vero. Lo Gnosis? È questa piccola coppa, in cui sto bevendo. La vuoi? Te la regalo. Ora dimmi, se tornerai nel tuo mondo e dirai che hai viaggiato dei mesi, per avere questa piccola coppa; che hai sconfitto un povero vecchio nano indifeso, quale gloria pensi di ottenere? Pensi anche tu, che l’Imperatore potrebbe armare un esercito enorme, con l’oro di cui è fatto questo trofeo, che voi tutti ambite?

Ricorda o giovane, un trofeo rimane il più grande del mondo, il più inarrivabile, fino a che nessuno lo fa suo. Così nascono i miti. Quando un uomo lo conquista, perde tutto il suo valore magico. Gli altri, a quel punto, guardano i difetti di chi lo ha conquistato, più che i pregi, e pensano che, in fondo, si trattava di un’impresa anche alla loro portata. Se poi, ti presenti con un trofeo così piccolo, ti diranno che loro non lo hanno voluto, perché troppo piccola cosa per il loro valore. Ne avrai scherno, più che onori.

Ora sta a te decidere e che la saggezza ti illumini”.

Malot tornò in Bretagna, senza il trofeo. La verità la disse solo al Duca, che già la sapeva. Con gli altri cavalieri, anche lui parlò di una lotta titanica con il gigante, fortissimo e invincibile.

 

Francesco Cordero di Pamparato

Fine quarta puntata - Continua

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Articolo pubblicato il 19/11/2020