Cavalieri Dal Buio Alla Luce

Di Francesco Cordero di Pamparato (Sesta Puntata)

6 - Il Torneo

 

Erano passati tre anni, da quando Malot era arrivato alla corte di Bretagna. In quell’ambiente, le sue doti naturali si erano sviluppate secondo le aspettative. Era un ragazzo schietto e leale. Ora era diventato un cavaliere forte e generoso.

Il Duca, senza eredi legittimi, lo aveva preso talmente a benvolere, da nominarlo suo pupillo. Sarebbe stato lui il suo successore. Molte erano però le cose, che il giovane avrebbe dovuto imparare nel frattempo. Per fare questo, doveva addentrarsi nella conoscenza dell’ordine che regola le cose nel mondo.

Nella fase di apprendistato, lo aveva affidato a Osman, cavaliere arabo convertito, arrivato in Europa dopo la crociata. Si era rivelato il più forte degli uomini del castello.

I più lo consideravano solo un formidabile uomo d’armi, ma il Duca e pochi altri, sapevano che in lui si fondevano elementi di sapere orientale e occidentale. Tra lui e Malot, si era creata una profonda amicizia. Il giovane faceva di tutto per emulare l’amico, che stimava uomo forte e saggio.

Durante un periodo di pace relativa, un mattino di primavera, sentirono suonare il gong. Il grande feudatario chiamava tutti i cavalieri. Voleva conferire con loro. Li aspettava, come sempre, nella grande sala al piano terreno. Si trattava di una sala rettangolare, con alte colonne che la rendevano molto suggestiva.

Il Duca sedeva sul suo scanno, con le spalle rivolte ad est. I cavalieri più giovani alla sua destra, i veterani alla sinistra. Tutti capirono subito che era notevolmente contrariato. Si guardò intorno, per un momento, poi prese a parlare:

“Signori cavalieri, ho appena ricevuto la visita di un messo imperiale. Il conte Charles, nostro confinante, ha indetto un grande torneo.  Si terrà tra nove giorni. L’Imperatore vuole che tutti i nobili inviino qualcuno, tra i loro migliori campioni, a parteciparvi. Voi tutti sapete, come io sia contrario a questo genere di cose. In un torneo, si rischia la vita per niente. Perciò vi ho sempre vietato di parteciparvi. Questa volta è diverso: non si può rifiutare un invito dell’Imperatore. Ho deciso che parteciperanno solo due uomini. Per non fare ingiustizie, saranno tirati a sorte”.

Il primo sorteggiato fu Malot. Il Duca non riuscì a nascondere un moto di disappunto. Osman se ne avvide e si fece avanti.

“Sire, ti chiedo un grande favore. Tu mi hai affidato l’educazione di questo giovane. Non impedirmi di essergli vicino in questa avventura, per lui nuova. Lascia che sia io il secondo campione”.

Il grande uomo si rivolse al suo più forte guerriero, con aria riconoscente.

“Ti sono grato Osman. Farò come tu dici. Sarai tu l’altro cavaliere. Che la fortuna vi assista”.    

Tre giorni dopo, i due lasciarono il castello, per la nuova avventura. Cavalcarono tutto il giorno, senza fare nessun’incontro interessante. La notte, si accamparono nella valle dei Dolmen. Tutti e due avevano sentito parlare delle strane forze, che sembrava che emanassero, ma non ci fecero molto caso.

Osman era tranquillo. Malot, invece, era molto eccitato alla idea di partecipare ad un torneo.

“Osman, come ci si comporta ad un torneo? Perché il Duca li avversa tanto, mentre tutti li fanno e persino l’Imperatore li incoraggia?”

“Ragazzo, i tornei sono una farsa. Li fanno per dare uno spettacolo, ai dignitari di corte e ai contadini. Per rompere la noia della vita quotidiana. Però sono combattimenti inutili. Ci si batte senza un motivo valido. Solo per dare sfoggio di una forza, che a volte è illusoria. Molte volte l’esito del duello sarebbe diverso, se fosse uno scontro reale. Alla crociata, sotto le mura di Gerusalemme, sovente c’erano duelli tra cavalieri cristiani e musulmani. Erano duelli mortali. Si era in guerra e il nemico andava ucciso. C’era una logica in questo. Il torneo non ha logica. Si rischia la vita, solo per spettacolo. Chi si diverte di più sono le dame e i bardi. Se la ridono alle spalle dei perdenti. Per tutti questi motivi il Duca è contrario.

Inoltre, tutti questi combattimenti fasulli vengono idealizzati. Niente svia i giovani dalla realtà, come le storie idealizzate. I bardi cantano i tornei, come fossero le imprese più nobili, che un cavaliere può compiere. Così, molti cavalieri, invece di difendere i territori dove vivono, diventano cavalieri erranti. Poveri sbandati, ora al soldo dell’uno ora dell’altro. Girovagano tutta la vita senza una meta. Ricorda Malot, esiste un grande ordine, che regola tutte le cose. Anche la vita degli uomini. Bisogna rimanere all’interno di questo ordine, se si vuole essere saggi e in armonia con il creato. Non correre dietro a sogni irreali creati dalla fantasia dei bardi e di gente sbandata”.

“Osman, ti ho già sentito parlare di questo grande ordine. Quando mi spiegherai che cos’è?”

“Devi entrare in sintonia con il mondo che ti circonda. Sentire l’esigenza di far parte di questo ordine e l’ordine verrà a te. Solo allora, potrò spiegarti quello che so. Ricorda, soprattutto ora, che esci dal tuo mondo. La realtà ha molti livelli e molte facce. Non fermarti all’apparenza. Ora dormi, abbiamo ancora tre giorni di viaggio”.

I giorni seguenti, li passarono attraversando la grande foresta. In questa occasione, Osman voleva rimanere in silenzio. Per lui, nato in terre desertiche, quella natura rigogliosa, il canto degli uccelli, i mille odori del bosco, erano tutte cose da gustare in meditazione.

Finalmente, la sera del terzo giorno, giunsero al castello del conte Charles. Era più piccolo di quello del Duca ma emanava un’atmosfera più allegra. Il conte fu molto gentile con Malot, meno con Osman. I due erano stanchi e andarono presto a dormire.      L’indomani, conobbero quelli che sarebbero stati i loro avversari. C’erano più di cento cavalieri, provenienti dall’Inghilterra, dalle Fiandre, dalla Borgogna, dalla Germania, pochi i cavalieri di ventura. Tra questi riconobbero Jacob. Forte cavaliere, che sovente si fermava alla corte di Bretagna.

Tutti tenevano in grande considerazione Malot e guardavano con diffidenza Osman. Erano sorpresi di incontrare un arabo, nel nord della Francia. Quando però videro le sue insegne, con la croce rossa in mezzo alle rose, lo guardarono con grande rispetto. Molti vennero a chiedere di poter conferire con lui. Malot ne fu stupito e gliene chiese il perché.

“A suo tempo ti sarà spiegato”. Fu la risposta.

Finalmente fu il giorno della grande tenzone. I grandi padiglioni pieni di nobili e di dignitari, le insegne multicolori dei contendenti, il campo dei contadini schiamazzanti, erano uno spettacolo, che il pupilo del Duca non aveva ancora visto. Tre squilli di tromba presentarono un Conte Palatino. Questi, in nome dell’Imperatore, proclamò aperto il torneo. Subito dopo, il conte Charles dichiarò, che il vincitore avrebbe avuto in premio la mano di sua figlia. Era una bella ragazza bruna. A Malot piacque molto. Ora aveva un motivo in più per farsi onore.

Presto fu il suo turno di battersi. Il primo scontro lo sostenne contro un Borgognone, decisamente debole. Ebbe facilmente la meglio. Incontrò altri avversari: nessuno di loro era valente. Vide invece che i cavalieri più forti si scontravano tra di loro, eliminandosi l’un l’altro. La cosa gli sembrò strana. Avrebbe voluto chiedere il parere di Osman, ma questi si stava battendo con successo con un forte cavaliere inglese. Aggirandosi tra i padiglioni, incontrò il conte Alain, fedele vassallo del Duca. Si conoscevano bene e il cavaliere gli espresse il suo dubbio.

Il vecchio feudatario gli posò una mano su una spalla e sorrise.

“Mio caro giovane, sei proprio ingenuo. Tu sei il pupillo di un grande feudatario. Un giorno ne erediterai il titolo. Le terre di Charles confinano con le vostre. È evidente che nessuno sarebbe più gradito di te, come vincitore del torneo. Sicuramente faranno il possibile per favorirti”.

“Vincere con l’aiuto degli altri, sarebbe lesivo del mio onore! Se è vero quanto mi dici, dovrò abbandonare il combattimento”.

“Se lo facessi, recheresti oltraggio a Charles e disonore al Duca. Sei un forte cavaliere. Fatti onore combattendo al meglio delle tue forze. Inoltre, la ragazza è bella. Motivo di più per cercare di vincere”.

Il giovane rimase a riflettere, quando sentì la voce di Osman. L’arabo aveva battuto molti forti avversari. La cosa lo aveva messo di buon umore.

“Malot, i tornei saranno una farsa, ma si imparano nuove tecniche di combattimento. Sono quasi divertenti, soprattutto quando si vince. Complimenti a te mio giovane amico, ti stai battendo benissimo. Il Duca sarà fiero di te”.

“Complimenti un corno! Ho scoperto che mi stanno favorendo, data la mia posizione di erede di un grande feudo. Questo è lesivo del mio onore. Se non fosse stato per il conte Alain, mi sarei ritirato dall’agone”.

“Avresti commise un grosso errore. Se altri ti favoriscono, sono loro ad errare. D’altra parte, la tua posizione ti porterà sempre a incontrare una realtà diversa da quella comune. Se la accetti, devi accettarne anche le conseguenze. Poi sta tranquillo. Non hai ancora vinto”.      

Il torneo continuava sugli stessi schemi. Malot eliminava i cavalieri più deboli, Osman i più forti.

Il secondo giorno, mentre, tra un combattimento e l’altro, si aggirava tra i padiglioni, incontrò di nuovo il conte Alain. Questi si dimostrò lieto di vederlo.

“Complimenti Malot, sei veramente in gamba. Tutti i nobili tifano per te. Specialmente Charles. Però è preoccupato dalla forza del tuo amico. Non sarebbe contento di dare sua figlia in sposa a un forestiero. Soprattutto non di nobili natali. Se doveste scontrarvi, pensi che ti farebbe vincere?”

Il giovane lo guardò indignato.

“Sia io che lui siamo uomini d’onore. Non accetteremmo mai un risultato combinato”.

Detto questo, se ne andò corrucciato. Sentì una voce che lo chiamava. Si voltò: era Jacob.

“Complimenti ragazzo, ti stai battendo bene. Non farti illusioni però. Tanto il torneo lo vincerò io”.

“Com’è che partecipi anche tu che sei un cavaliere di ventura?”

“Non sai forse che sono cadetto di un marchese? Mio fratello maggiore ha ereditato il titolo. A me tocca fare questa vita vagabonda. Ora sta per finire. Vincerò il torneo. Sposerò la ragazza. Un giorno questa contea sarà mia. Non temere, se dovremo scontrarci, vedrò di non farti male. Almeno questo al Duca lo devo. Addio ragazzo”.

Malot era sempre più indispettito. Il suo stato d’animo non gli impedì di continuare a vincere i suoi duelli. Tanto che per il terzo giorno, erano rimasti in lizza lui, un cavaliere fiammingo, Osman e Jacob.

Il mattino seguente, toccò a lui il primo scontro. Naturalmente col fiammingo. Faticò ma riuscì a batterlo. Quindi, corse in un padiglione, per assistere allo scontro tra Jacob e Osman. Il pubblico era tutto dalla parte di Jacob. Vi fu un grande urlo, quando i due si scagliarono l’uno contro l’altro. Subito dopo, fu il silenzio quando, con disappunto generale, il beniamino fu disarcionato. Osman aveva vinto ancora. Lo scontro finale sarebbe stato tra lui e Malot.

Il giovane si sentiva molto imbarazzato a doversi battere con l’uomo che era per lui amico e maestro. Era un combattimento che non avrebbe mai voluto fare, ma non poteva tirarsi indietro. Qualunque fosse stato il risultato, per lui sarebbe stato una sconfitta. Cercò il compagno per parlargli. Dirgli del suo imbarazzo. Osman si era appartato e non gli fu possibile vederlo.

Si trovarono di fronte. Malot sapeva di non avere possibilità di vittoria. L’arabo era troppo forte per lui. Nondimeno doveva battersi con tutte le sue forze. Al segnale i due cavalieri si lanciarono avanti. La lancia del giovane era puntata dritto al centro dello scudo avversario. Chiuse gli occhi e si aspettò un urto fortissimo. L’urto fu più debole del previsto. Rimase stupito di essere ancora in groppa. Un urlo di gioia venne dalla folla. Riaprì gli occhi. Lo spettacolo lo lasciò di stucco.

Osman era caduto a terra insieme alla sella. Il sottopancia si era rotto, il cavaliere era caduto al momento dello scontro. Se pure fortunosamente, Malot aveva vinto. Fu portato in trionfo e gli vennero tributati gli onori di rito.  Il giorno dopo, ripartì per il castello del Duca, con Osman. Il forte cavaliere non aveva riportato conseguenze dalla caduta. Malot non riusciva a prendere la parola. Quasi si vergognava di aver vinto. Fu quindi l’arabo, a rompere il silenzio.

“Bene, mio giovane eroe, ti devo fare le mie congratulazioni. Tra un mese, si celebreranno le tue nozze. Posso farti da testimone? Non credere ti stia prendendo in giro, o sia offeso perché mi hai battuto. Ricordi, ti ho sempre parlato di un grande ordine? Quest’ordine stabiliva che tu dovessi sposare la ragazza. Sono motivi di ragion di stato. Avessi vinto io, avrei violato l’ordine generale. Il mio onore mi impediva di darmi vinto. Così ho dovuto aggirare il problema. Si, sono stato io, a tagliare il sottopancia del mio cavallo. Medita su quanto ti ho già detto, non fermarti al primo livello di realtà”.        

 

Francesco Cordero di Pamparato

Fine sesta puntata - Continua

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Articolo pubblicato il 26/11/2020